2 Settembre 2021

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Acate. “Antichi matrimoni a Biscari sul finire del 1500”

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Salvatore Cultraro, Acate (Rg), 29 gennaio 2021.- Dallo scorso anno, un virus micidiale e mortale, meglio noto come Covid-19 ha sconvolto la vita di noi tutti, le nostre tradizioni, le nostre abitudini, i nostri momenti di fede, i nostri momenti di socializzazione. Niente più riti della Settimana Santa, niente più riti per la Santa Pasqua, ne per il Santo Natale e tantomeno per il festeggiamento di Santi, Patroni e Protettori. Nei momenti più bui, per intenderci quelli etichettati come “Zona Rossa”, stop anche a Battesimi, Cresime, Prime Comunioni e Matrimoni e rilevanti restrizioni anche per i funerali.  Questi gli effetti della Pandemia sulla vita sociale, civile e religiosa. A risentirne forse maggiormente: la celebrazione dei matrimoni. Sfarzi, banchetti, centinaia di invitati ecc., tutto ridimensionato e sempre con la terribile paura di contrarre il “Virus”. Forse uno dei pochi aspetti positivi di questa Pandemia è stato, e purtroppo ancora lo è, quello di tenerci bloccati a casa inducendoci ad impiegare l’enorme tempo libero, tra l’altro, nell’ascolto di musica e nella lettura. E proprio in questi giorni mi è ricapitata tra le mani l’enciclopedica opera edita, nel 1996, dall’emerito  parroco di Acate, Don Rosario Di Martino dal titolo, “Biscari e il suo Martire che sorride”. Sfogliando il corposo  volume la mia curiosità si è soffermata sull’appassionante descrizione di un matrimonio di fine 1500 e primi del 1600. Tra i pochi momenti lieti, nel piccolo villaggio di Biscari c’era, come racconta Don Rosario, “la gioia genuina creata dai protagonisti nel grande evento degli sponsali prima e del matrimonio poi, dove la sposa diveniva la figlia del villaggio e lo sposo, l’orgoglio di tutti”. “Il matrimonio- si legge ancora nella suddetta opera, con notizie attinte presso l’Archivio di Stato di Modica- Fondo notarile di Biscari- era sempre preceduto dagli sponsali e alla presenza di un notaio si stilava un vero e proprio contratto tra i genitori degli sposi nella convinzione che tutto si muoveva per volontà di Dio. Quindi si elencavano i beni da dotare. Il padre della sposa dotava quasi sempre la figlia di una certa somma di denaro liquido, quindi di “robba bianca, oro, argento, ramo, case, vigne ed altri stigli di casa”. Infine, “li spesi dello sposalizio li haviri de fare detto dotante di detta sposa”. Lo sposo invece si obbligava solennemente di “sposare la sposa e di accettarla dinanzi alla Chiesa come cara e amata” . Inoltre si impegnava,  “di amministrare e conservare la detta dote” e di restituirla, nel caso di morte della sposa senza lasciare figli legittimi. Quindi si brindava alla sottoscrizione del “patto” ed all’avvenuto strettissimo legame tra gli sposi e tra le rispettive famiglie, con un bel bicchiere di vino. “Nel giorno delle nozze- ci fa sapere ancora don Rosario- dopo la benedizione di Dio agli sposi, tutto il villaggio era in festa. I pochi suonatori o cantori ritmati dai rumori di casse e di coperchi di pentole, accompagnavano le danze che si protraevano fino a tarda sera. E questa era anche una delle poche occasioni per conoscere qualche fanciulla e per far nascere un nuovo amore”. Matrimoni che purtroppo erano destinati a non avere vita lunga. La vita infatti durava in media circa quarant’anni. Le cause erano da ricercarsi per le donne, nel parto e per tutti nelle malsane condizioni di vita.

 

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