15 Giugno 2021

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Acate. Ritorna agli antichi splendori, dopo il restauro, l’Urna Sacra che custodisce il Corpo di San Vincenzo Martire.

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Salvatore Cultraro, Acate (Rg) 22 aprile 2021.- Finalmente è ritornata alla sua tradizionale ed antica collocazione, l’artistica urna, sistemata sull’Altare Maggiore della chiesa di San Vincenzo ad Acate, che custodisce, dal 1700, i resti mortali dell’omonimo Santo Martire. Purtroppo le restrizioni dovute al Covid-19, non hanno ancora permesso una cerimonia ufficiale di presentazione alla cittadinanza, dell’ opera restaurata, che si spera possa avvenire quanto prima. Un rientro al termine di accurati e delicati lavori di restauro per l’Urna e  di manutenzione e ristrutturazione per la nicchia, che la custodisce, anch’essa posta sull’Altare Maggiore. Lavori resisi necessari, alcuni anni addietro, a causa dell’eccessiva umidità rinvenuta all’interno della nicchia, che danneggiò gravemente  anche buona parte dell’artistica Urna sacra. Prima di dare inizio ai lavori di restauro dell’urna, l’ex parroco di Acate, don Giuseppe Raimondi,  chiese al Vescovo dell’epoca, della Diocesi di Ragusa, Monsignor Paolo Urso, l’autorizzazione ad effettuare una “ricognizione canonica” sul corpo del Santo Martire. Autorizzazione prontamente concessa e che quindi  permise alla specifica commissione scientifica, nominata dal vescovo, di poter esaminare lo stato del Corpo del Santo Martire e  procedere alla disinfestazione e ripulitura. Pertanto il Corpo di San Vincenzo fu  collocato in una nuova urna provvisoria. I lavori di restauro dell’artistica e storica Urna furono eseguiti  dalla “Bottega del Restauro Gianlongo” di Vittoria i cui restauratori, nel corso di una prima ricognizione, così ne descrissero, in una relazione, lo stato di conservazione.  “ L’ opera, di pregevole fattura e a forte impatto visivo per l’osservatore, lascia intravedere i fasti, la maestria e l’eleganza della sua realizzazione. Si presenta fortemente danneggiata da termiti che ne hanno indebolito notevolmente la struttura rendendo il legno fragile ed inconsistente. Oltretutto le loro deiezioni insieme all’umidità a cui è stata sottoposta hanno favorito l’attacco microbiologico da parte di muffe estese soprattutto nella parte posteriore. L’umidità inoltre ha provocato una notevole alterazione al supporto preparatorio in gesso delle dorature, creando dei distacchi e rendendolo debole e fragile. Ha interferito, inoltre, con le colle di origine animale che soggette a questi forti fenomeni di stress, risultano deboli creando dei distacchi delle giunture effettuate al tempo della realizzazione, producendo così parecchi frammenti degli elementi scultorei, probabilmente recuperati in modo parziale, in quanto l’opera è stata spostata in un ambiente adiacente alla Chiesa perché è stata soggetta a disinfestazione, nel 2015 circa, da parte di una azienda specializzata”. Quindi dopo l’attento sopralluogo, la “Bottega del Restauro Gianlongo”, avanzò la propria ipotesi di restauro. “Il restauro- si legge in una relazione- prima di tutto si concentrerà sul preconsolidamento al fine di scongiurare ulteriori perdite di supporto preparatorio in gesso. Contemporaneamente l’opera sarà sottoposta all’asportazione delle deiezioni delle termiti e a un trattamento biocida contro l’attacco microbiologico. In seguito a queste operazioni si passerà al consolidamento strutturale realizzando una struttura in legno che farà da sostegno al di sotto dell’Urna per poter asportare definitivamente le due travi provvisorie applicate al tempo della disinfestazione per favorirne lo spostamento. Sulle parti marce o spugnose verrà iniettata una resina al fine di rendere la fibra del legno rimasta, più consistente. La fase successiva sarà quella di asportare interamente i rifacimenti non pertinenti del precedente restauro per favorire l’intervento finale di pulitura. Ripulita interamente dalle sovrammissioni si passerà alle ricostruzioni scultoree  ove sarà possibile ricostruire e ripristinare i frammenti lignei recuperati. Successivamente la reintegrazione del gesso preparatorio ove non fosse presente e infine la reintegrazione della foglia oro. Le fasi di restauro previste possono variare a seconda dell’esigenza o addirittura essere sostituite all’insorgere di imprevisti al fine di assicurare la perfetta esecuzione dei lavori. I materiali utilizzati saranno in linea con i canoni classici del restauro al fine di garantire la reversibilità dell’intervento”. Non è la prima volta, però, che la nicchia e l’urna, vengono danneggiati da elementi inquinanti. Le loro condizioni agli inizi degli anni Ottanta dello scorso secolo erano già abbastanza preoccupanti come riferito dall’emerito parroco di Acate don Rosario Di Martino nella sua opera, “I resti mortali di San Vincenzo raccontano le torture subite- A.D. 304- Acate 2011”. La nicchia, entro la quale è collocata l’urna, infatti, in quel periodo si presentava del tutto inidonea per una conservazione ideale dei resti mortali, a causa dell’abbondante presenza di umidità, polvere e muffa. Elementi, questi, che influirono negativamente anche sulle condizioni di conservazione dell’urna. Sempre secondo quanto esposto da don Rosario, apprendiamo che i vetri dell’urna, nella parte posteriore ed in quella superiore, non erano interi bensì formati da due pezzi accostati l’uno all’altro con un margine di distanza di circa 3 mm ed uno di essi era addirittura rotto. Altro elemento dannoso era la presenza all’interno dell’urna, sotto il coperchio, di una lampada elettrica collocata a suo tempo per rendere più visibile il corpo del Santo. Ma i danni maggiori risalgono al 1985 quando un violento incendio, provocato da alcuni ceri votivi rimasti involontariamente accesi, sviluppatosi in tarda serata il giorno dei festeggiamenti in onore del Santo, decretò l’inagibilità della chiesa. Prima dell’inizio dei lavori di restauro della chiesa, il corpo del Santo Martire fu tolto dalla nicchia, annerita completamente dal fumo dell’incendio, e trasferito nella Chiesa Madre. Contemporaneamente iniziarono anche i lavori di restauro dell’urna resa ormai fragilissima a causa del legno completamente tarlato. Il corpo del Santo Martire, pertanto, fu tolto dall’urna e sistemato provvisoriamente in un’altra dove vi rimase per circa sette anni fino al completamento dei lavori di ristrutturazione della chiesa ed al rientro dell’urna con il Corpo del Martire, il 22 marzo del 1992. L’urna che custodisce, da più di tre secoli, le spoglie mortali del Santo, fu costruita a Roma nel 1700 come si evince dalla nota delle spese necessarie per la sua realizzazione e per la sistemazione del Corpo del Santo, redatta in Roma da fra Michele Strano, dell’ordine della S.S. Trinità. “Per la manifattura dell’urna di pero e sua inossatura- si legge nella nota di fra Michele- furono spesi scudi 20 (lo scudo romano era di argento ed a quell’epoca pesava 31,788 grammi); per tutti gli intagli, scudi 50; per indoratura di tutti gli intagli, scudi 70; per ventinove canni di gallone d’oro falzo per vestire l’urna di dentro, scudi 6 e baiocchi 50; per tela per vestire l’urna, baiocchi 90; per palmi tredici di damasco per vestire l’urna, scudi 5 e baiocchi 50; per due serrature, per due bambinelli e quattro ferri per i piedi dell’urna, scudi 1 e baiocchi 80; per incollare l’urna e foderarla tanto di tela, quanto di damasco e gallone, scudi 2 e baiocchi 20; per li cristalli, scudi 70; per manifattura per detti cristalli, scudi 3; per il materasso e cuscino di ciperso, scudi 1 e baiocchi 50”. (“ Nota di fra Michele Strano, della spesa fatta a Roma tanto per l’urna quanto del Corpo del Glorioso San Vincenzo nell’Anno Santo del 1700”.-Archivio di Stato di Catania, Fondo Biscari- Legati elemosina e opere pie in Biscari- vol.387,n. provvisorio. Documento pubblicato da don Rosario Di Martino nel volume: “Biscari e il suo Martire che sorride”, dicembre 1996). Secondo quanto ipotizzato dal parroco don Rosario Di Martino, alcuni elementi architettonici raffigurati sull’urna, sarebbero, poi, dei chiari riferimenti alla reale identità del Santo custodito al suo interno, ovvero San Vincenzo Martire diacono di Saragozza morto nel 304 d.C. a causa delle atroci torture subite durante le persecuzioni contro i cristiani ad opera dell’imperatore romano Diocleziano. Le sei conchiglie scolpite sull’urna, quattro alla base poste sugli spigoli, una sotto il monogramma di Cristo che sormonta l’urna e l’altra all’altezza dell’apertura del coperchio, secondo don Rosario comproverebbero la provenienza di San Vincenzo dalla Spagna. “L’artista romano- si legge in un passo della sua opera citata- stando all’eleganza dell’urna, non è uno sprovveduto e se ha introdotto tra gli elementi decorativi, delle conchiglie, l’ha fatto proprio per evidenziare la nazionalità spagnola del Santo”. Ipotesi, questa, suffragata dal Dizionario Enciclopedico Italiano della Treccani, secondo il quale la “conchiglia sarebbe il simbolo araldico della Spagna”. Inoltre, nelle “ghirlande”, presenti come elementi decorativi dell’urna, si evidenziano delle “rose” intarsiate nel legno. Sempre secondo don Rosario Di Martino, esse sarebbero un chiaro richiamo al miracolo della trasformazione “dei cocci” in “rose”. Durante le torture inferte al diacono Vincenzo di Saragozza, infatti, dei cocci di ceramica acuminati, posti sotto al suo corpo martoriato, si sarebbero miracolosamente trasformati in rose profumate. Un’ultima curiosità, infine, sempre relativa all’urna, sarebbe rappresentata dalla presenza sulla sommità del coperchio, di due stemmi che formano un unico stemma. Uno dei due apparterrebbe alla famiglia Paternò Castello, l’altro, invece, sempre ad una nobile famiglia ma dal casato ancora sconosciuto.

 

 

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