11 Aprile 2021

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Acate. Stornello sulle orme di Spengler, l’autore del “Tramonto dell’Occidente”. Di Antonio Cammarana.

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Redazione Due, Acate (Rg), 8 ottobre 2017. Pubblichiamo una recensione, a firma del prof. Antonio Cammarana,  sul volume del giovane scrittore, Giuseppe Stornello, “Un me stesso”, presentato recentemente presso la Libreria Mondadori di Ragusa.

“Giuseppe Stornello, scrittore e artista controverso, ha deciso di pubblicare un intenso volume raccolto in frammenti e aforismi. Stornello, nel suo lavoro, cerca di tradurre in visione profetica il pensiero di Nietzsche, il “Tramonto dell’Occidente” di Spengler e il Nulla consolatore di Cioran, tracciando uno Zarathustra come postulatore di nuovi valori, una storia concepita come volontà di potenza e trovando la chiave dell’Eterno ritorno nella parola “destino”.  “Che cos’è questo destino che si fa uomo? – Significa che la voce dell’umano si trasforma in sovrumana”. “Un me stesso” è un’opera composta da note autobiografiche e frammenti sul destino, come quello sopra citato, in cui Stornello dà vita ad una visione profetica attraverso un dialogo costante con se stesso nel travaglio della propria solitudine. Particolarmente rivelatori gli appunti autobiografici stesi, le inedite riflessioni dell’autore vengono qui raccolte e rivelate, per la prima volta, al grande pubblico. La progettata autobiografia, a cui Stornello da l’eloquente titolo di “Note di un ripudiato”, ci prospetta una sua immagine assolutamente nuova e, per molti aspetti, sconvolgente. Rispetto alla sua figura artistica, sinora nota per le sue diverse esposizioni tra Sicilia e Milano, ricaviamo da questa <<autobiografia segreta >> i tratti caratteriali di una figura controversa che ha segni opposti, come l’uomo ripudiato da un lato, e l’uomo del destino dall’altro, tracciando negli ultimi capitoli un “tipo” di uomo dall’animo forte e del tutto ametafisico, che vede quale suo modello l’uomo d’azione de “La volontà di potenza”, che Nietzsche chiama il “filosofo-artista. Concetto dell’arte più alto”. Invece dal lato opposto, troviamo l’uomo ripudiato, una personalità oscura, melanconica, cupa, introversa, incline al tedio della vita, che allenta ogni legame con la realtà e si corazza entro il proprio io, dal quale può guardare il mondo solo attraverso le sue ferite. Un documento, dunque, che costringe a immergersi nella duplice figura di Stornello.  Duplice figura che, con queste annotazioni personali, testimonia con efficacia il suo perenne stato d’animo. E poi, nelle ultime pagine, la figura dell’uomo del destino, che si eclissa e lascia il posto all’immagine di Zarathustra, l’eremita che solitario affronta la propria crisi esistenziale per un mondo che gli appare assurdo e sordo alle sue ardenti parole. Sembra quasi che l’autore sia inchiodato ad un “destino” che non gli lascia scelta alcuna, in cui i propri turbamenti producono il ritratto di un uomo contemporaneo pieno di tormenti che tenta disperatamente, senza riuscirvi, di raggiungere l’equilibrio in un mondo che appare estraneo per l’inquietudine causata dalle catastrofi e dalla tecnologia. Leggendo questa frammentaria autobiografia – che alla fine sfocia nell’uomo del destino -, il lettore è proiettato, con una prosa asciutta e cruda, dinanzi alla crudele fragilità della condizione umana e al senso di inadeguatezza nei confronti della vita. Si fa così esperienza dell’abisso contenuto nell’interiorità umana e ci si accorge che i frammenti non riguardano solo l’autore, ma sono lame dirette  al lettore restituendogli una interpretazione della fragilità e vulnerabilità dell’uomo. Comprendere la tragica esperienza dell’autore, infatti, equivale a comprendere il dramma dell’esistenza stessa. Una volta letti gli aforismi di Stornello, ci si accorge che essi emanano la stessa aura enigmatica che, a mio avviso, aleggia intorno alla sua personalità. I l nucleo centrale della sua personalità, di questi ricordi, aforismi e riflessioni è la solitudine, una solitudine estrema. Scrive infatti Stornello: “La mia solitudine da ripudiato mi stupisce ogni giorno di più”; e ancora: “Quando mi dicono di lavorare, ho paura”. Questa paura ha una causa di cui l’autore lascia che sia il lettore a trovare la forma e, se facciamo errori, ci biasima, come quando scrive: “Non è attento, è assente alle mie ardenti parole”. In contrasto con questa paura nevrotica, l’immaginazione, della cui irrealtà è, però, consapevole. Scrive: “Tengo i piedi sudati sul tappeto”; e ancora: “Il folletto nella mansarda e il bagno da pulire”. Sembrerebbe quasi che il suo pensiero filosofico nasca da una forma di illibertà, da condizionamenti, che non sia, cioè, una rivalsa ad una condizione di frustrazione personale, ma un voler essere un “tipo” di uomo ancora a noi ignoto”.

Antonio Cammarana

 

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