Acate. Ancora un restauro per l’Urna Sacra che custodisce il Corpo di San Vincenzo Martire.

Redazione Due, Acate (Rg) 10 agosto 2015.- Non c’è pace per l’artistica urna, collocata sull’altare maggiore della chiesa di San Vincenzo ad Acate, che custodisce, dal 1700, i resti mortali dell’omonimo Santo Martire. La chiesa di San Vincenzo Martire, annessa al settecentesco castello dei Principi di Biscari, infatti, è ormai da tempo chiusa al culto, al fine di permettere l’esecuzione di lavori di manutenzione e ristrutturazione della nicchia, posta sull’altare maggiore, che ospita l’urna con le spoglie mortali del corpo del Santo. Lavori resisi necessari a causa dell’eccessiva umidità rinvenuta all’interno della nicchia, che ha gravemente danneggiato anche buona parte dell’artistica urna sacra. Prima di dare inizio ai lavori di restauro dell’urna, il parroco di Acate, don Giuseppe Raimondi, ha chiesto al vescovo della Diocesi di Ragusa, monsignor Paolo Urso, l’autorizzazione ad effettuare una “ricognizione canonica” sul corpo del Santo Martire. Autorizzazione prontamente concessa e che quindi ha permesso alla specifica commissione scientifica, nominata dal vescovo, di poter esaminare lo stato del corpo del Santo Martire e  procedere alla disinfestazione e ripulitura. Pertanto il Corpo di San Vincenzo è stato collocato in una nuova urna provvisoria che, dopo essere stata sigillata, è stata sistemata nella sacrestia della chiesa, in attesa che vengano effettuati i lavori di restauro dell’urna originaria. Non è la prima volta, però, che la nicchia e l’urna, vengono danneggiati da elementi inquinanti. Le loro condizioni agli inizi degli anni Ottanta dello scorso secolo erano già abbastanza preoccupanti come riferito dal parroco don Rosario Di Martino nella sua opera, “I resti mortali di San Vincenzo raccontano le torture subite- A.D. 304- Acate 2011”. La nicchia, entro la quale è collocata l’urna, infatti, in quel periodo si presentava del tutto inidonea per una conservazione ideale dei resti mortali, a causa dell’abbondante presenza di umidità, polvere e muffa. Elementi, questi, che influirono negativamente anche sulle condizioni di conservazione dell’urna. Sempre secondo quanto esposto da don Rosario, apprendiamo che i vetri dell’urna, nella parte posteriore ed in quella superiore, non erano interi bensì formati da due pezzi accostati l’uno all’altro con un margine di distanza di circa 3 mm ed uno di essi era addirittura rotto. Altro elemento dannoso era la presenza all’interno dell’urna, sotto il coperchio, di una lampada elettrica collocata a suo tempo per rendere più visibile il corpo del Santo. Ma i danni maggiori risalgono al 1984 quando un violento incendio, provocato da alcuni ceri votivi rimasti involontariamente accesi, sviluppatosi in tarda serata il giorno dei festeggiamenti in onore del Santo, decretò l’inagibilità della chiesa. Prima dell’inizio dei lavori di restauro della chiesa, il corpo del Santo Martire fu tolto dalla nicchia, annerita completamente dal fumo dell’incendio, e trasferito nella Chiesa Madre. Contemporaneamente iniziarono anche i lavori di restauro dell’urna resa ormai fragilissima a causa del legno completamente tarlato. Il corpo del Santo Martire, pertanto, fu tolto dall’urna e sistemato provvisoriamente in un’altra dove vi rimase per circa sette anni fino al completamento dei lavori di ristrutturazione della chiesa ed al rientro dell’urna con il Corpo del Martire, il 22 marzo del 1992. L’urna che custodisce, da più di tre secoli, le spoglie mortali del Santo, fu costruita a Roma nel 1700 come si evince dalla nota delle spese necessarie per la sua realizzazione e per la sistemazione del Corpo del Santo, redatta in Roma da fra Michele Strano, dell’ordine della S.S. Trinità. “Per la manifattura dell’urna di pero e sua inossatura- si legge nella nota di fra Michele- furono spesi scudi 20 (lo scudo romano era di argento ed a quell’epoca pesava 31,788 grammi); per tutti gli intagli, scudi 50; per indoratura di tutti gli intagli, scudi 70; per ventinove canni di gallone d’oro falzo per vestire l’urna di dentro, scudi 6 e baiocchi 50; per tela per vestire l’urna, baiocchi 90; per palmi tredici di damasco per vestire l’urna, scudi 5 e baiocchi 50; per due serrature, per due bambinelli e quattro ferri per i piedi dell’urna, scudi 1 e baiocchi 80; per incollare l’urna e foderarla tanto di tela, quanto di damasco e gallone, scudi 2 e baiocchi 20; per li cristalli, scudi 70; per manifattura per detti cristalli, scudi 3; per il materasso e cuscino di ciperso, scudi 1 e baiocchi 50”. (“ Nota di fra Michele Strano, della spesa fatta a Roma tanto per l’urna quanto del Corpo del Glorioso San Vincenzo nell’Anno Santo del 1700”.-Archivio di Stato di Catania, Fondo Biscari- Legati elemosina e opere pie in Biscari- vol.387,n. provvisorio. Documento pubblicato da don Rosario Di Martino nel volume: “Biscari e il suo Martire che sorride”, dicembre 1996). Secondo quanto ipotizzato dal parroco don Rosario Di Martino, alcuni elementi architettonici raffigurati sull’urna, sarebbero, poi, dei chiari riferimenti alla reale identità del Santo custodito al suo interno, ovvero San Vincenzo Martire diacono di Saragozza morto nel 304 d.C. a causa delle atroci torture subite durante le persecuzioni contro i cristiani ad opera dell’imperatore romano Diocleziano. Le sei conchiglie scolpite sull’urna, quattro alla base poste sugli spigoli, una sotto il monogramma di Cristo che sormonta l’urna e l’altra all’altezza dell’apertura del coperchio, secondo don Rosario comproverebbero la provenienza di San Vincenzo dalla Spagna. “L’artista romano- si legge in un passo della sua opera citata- stando all’eleganza dell’urna, non è uno sprovveduto e se ha introdotto tra gli elementi decorativi, delle conchiglie, l’ha fatto proprio per evidenziare la nazionalità spagnola del Santo”. Ipotesi, questa, suffragata dal Dizionario Enciclopedico Italiano della Treccani, secondo il quale la “conchiglia sarebbe il simbolo araldico della Spagna”. Inoltre, nelle “ghirlande”, presenti come elementi decorativi dell’urna, si evidenziano delle “rose” intarsiate nel legno. Sempre secondo don Rosario Di Martino, esse sarebbero un chiaro richiamo al miracolo della trasformazione “dei cocci” in “rose”. Durante le torture inferte al diacono Vincenzo di Saragozza, infatti, dei cocci di ceramica acuminati, posti sotto al suo corpo martoriato, si sarebbero miracolosamente trasformati in rose profumate. Un’ultima curiosità, infine, sempre relativa all’urna, sarebbe rappresentata dalla presenza sulla sommità del coperchio, di due stemmi che formano un unico stemma. Uno dei due apparterrebbe alla famiglia Paternò Castello, l’altro, invece, sempre ad una nobile famiglia ma dal casato ancora sconosciuto.Urna1 Urna2 Urna3 Urna4 Urna5 Urna6 Urna7

Print Friendly, PDF & Email