Acate. “CENTO ANNI FA LA STORIA REGALAVA A SE STESSA E AL MONDO UN’INFATICABILE GUIDA CARISMATICA”. Di Aurora Muriana. Riceviamo e pubblichiamo.

Redazione Due, Acate (Rg), 18 maggio 2020.- “1.250.000 chilometri percorsi (l’equivalente di quasi 32 volte la circumnavigazione del globo) e più di un migliaio le città visitate in 104 viaggi apostolici internazionali in 129 Paesi e 146 in Italia. Non si tratta di un nuovo Magellano o Colombo ma di San Giovanni Paolo II, “pellegrino per amore sulle strade del mondo” (Aprite le porte a Cristo), non un esploratore alla ricerca di scoperte geografiche ma un uomo desideroso di costruire innovativi canali di comunicazione e relazioni più umane. Si interessò e intervenne in tutti gli ambiti che da sempre caratterizzano le vicende mondiali alla luce dell’ecumenismo, del dialogo, di un nuovo concetto di umanità, e all’insegna della pace. Sapeva essere dolce e incisivo all’occorrenza, tanto da essere apprezzato sia in vita che dopo la sua morte anche dai più scettici o dai non fedeli, che gli avevano comunque riconosciuto il ruolo di comunicatore e pilastro della storia. Visitò per la prima volta vari Paesi, entrò per la prima volta in moschea e in sinagoga (tracciando la strada per i successivi Pontefici, dei quali più non contiamo le visite nei luoghi di culto precedentemente citati). Incontrò “numerosi rappresentanti delle religioni non cristiane […] e rappresentanti del mondo della cultura, della scienza, della politica, dei mezzi di comunicazione sociale” (come riporta lui stesso nel suo Testamento, ricordandosi di “abbracciare con grata memoria” tutti). L’elezione di Karol Wojtyla al soglio di Pietro avvenne il 16 ottobre 1978 e il cardinale passato alla storia come Primate del Millennio disse subito a lui «Il compito del nuovo papa sarà di introdurre la Chiesa nel Terzo Millennio». E Wojtyla lo fece realmente celebrando il Grande Giubileo del 2000. Fu il primo Papa non italiano dopo 455 anni, primo Pontefice polacco della storia e primo proveniente da un Paese di lingua slava, il cui pontificato è il terzo più lungo della storia (dopo quello di San Pietro e di Papa Pio IX) durato 26 anni, 5 mesi e 17 giorni. Il suo grande amore per i giovani, definiti tra i tanti appellativi che egli stesso gli attribuì “sentinelle del mattino”, si concretizzò nell’istituzione delle GMG (Giornate Mondiali della Gioventù), tra le quali quella 2000 portò alla creazione del neologismo Papaboys. Ha celebrato 147 cerimonie di beatificazione – nelle quali ha proclamato 1338 beati – e 51 canonizzazioni, per un totale di 482 santi; ha proclamato Dottore della Chiesa Santa Teresa di Gesù Bambino. Giovanni Paolo II ha sempre avuto spirito missionario e desiderio di rinnovamento spirituale della Chiesa, quest’ultimo realizzato con l’Anno della Redenzione, l’Anno Mariano e l’Anno dell’Eucaristia.
Tutti coloro che, per un motivo o per un altro, hanno incontrato il Papa e vissuto accanto lui, erano inconsapevoli di vivere con un santo almeno agli inizi del suo Pontificato ma cammin facendo si sono accorti del carisma che lo caratterizzava e della fortezza che emanava. Il grido “Santo subito” che si elevò durante il rito delle esequie fu la voce del mondo intero che sicuramente diede una spinta potente al riconoscimento ufficiale della sua santità. Il 28 aprile 2005 (a soli 26 giorni dalla morte) il Santo Padre Benedetto XVI (suo successore) ha concesso la dispensa dal tempo di cinque anni di attesa dopo la morte, per l’inizio della Causa di beatificazione e canonizzazione di Giovanni Paolo II. La Causa è stata aperta ufficialmente il 28 giugno 2005. È stato proclamato beato il 1° maggio 2011 dal suo successore e poi santo da Papa Francesco il 27 aprile 2014, tutto avvenuto in tempi ultrarapidi. Oggi noi qui possiamo dire: «Cento anni fa il Signore ha visitato il suo popolo. Ha inviato un uomo, lo ha preparato per fare il vescovo e guidare la Chiesa. […] Le tracce di Buon Pastore che possiamo trovare in San Giovanni Paolo II sono tante ma ne diciamo tre soltanto […]: la preghiera, la vicinanza al popolo, l’amore alla giustizia. […] San Giovanni Paolo II era un uomo di Dio perché pregava, e pregava tanto.». Queste alcune parole dell’omelia tenuta da Papa Francesco nel giorno del centenario della nascita di Giovanni Paolo II (1920 – 18 maggio – 2020) durante la Messa celebrata dall’altare della Tomba del Pontefice polacco. Il “Papa della Misericordia”, nominato vescovo, arcivescovo e cardinale proprio da Wojtyla, ricorda così il Papa punto di riferimento della storia, figura con cui il mondo si è confrontato, come continueranno a fare anche i Pontefici suoi successori al soglio di Pietro. Per il suo vissuto pre-pontificato era naturale che Wojtyla fosse portatore di una particolare visione del mondo e della storia, oltre che di vedute speciali del messaggio di Cristo, su cui ha innestato la sua vita, divenuta anch’essa una grande testimonianza. La forte devozione e l’amore alla Vergine Maria, la Mamma dei sacerdoti e di tutti gli uomini, fu la via del suo Pontificato, il riferimento di ogni sua azione. La «Vergine Madre» dantesca, «umile e alta più che creatura, / termine fisso d’etterno consiglio» (Paradiso, Canto XXXIII) (la più umile e la più alta di tutte le creature, / il termine immutabile della Sapienza eterna), resta sempre colei a cui affidarsi personalmente, alla cui intercessione portare ogni attesa umana. Lei – sempre ricorrendo ai versi danteschi dell’ultimo Canto del Paradiso e del poema – «meridïana face / di caritate» (fiaccola di carità ardente come sole meridiano) per i beati in cielo e «giuso, intra ‘ mortali, / […] di speranza fontana vivace» (in terra, fra i mortali, sorgente inesauribile di speranza) per gli esseri umani. «Totus tuus», non un semplice motto apostolico ma faro e certezza dell’uomo Karol e del Papa Wojtyla, totale abbandono all’abbraccio della Madre Celeste. Quella stesse parole che pochi giorni prima della fine della sua vita terrena fece seguire su una lavagnetta alla frase (scritta in polacco) «Che cosa mi avete fatto?» dopo essersi accorto di non poter parlare in seguito alla tracheotomia per la quale aveva comunque dato il suo consenso. Un dolore morale per un grande comunicatore come era stato lui, unito alla sofferenza fisica dovuta alle sue ormai precarie condizioni di salute. Nonostante tutto, in quei giorni di impotenza, “il Papa era perfettamente consapevole che quelli erano gli ultimi giorni della sua vita. […] Non pianse mai, non si scompose anche se erano momenti intensi e drammatici che visse con serenità interiore.” – come raccontò in un’intervista ad un noto quotidiano nazionale Renato Buzzonetti, storico medico di quattro Papi, morto poco più di tre anni fa, a cui Papa Benedetto XVI concesse il titolo di Archiatra pontificio emerito, cioè “primo medico del Papa”. E questo lo aveva sicuramente ereditato dalla madre che, secondo quanto ha raccontato una coetanea della donna, pur avendo problemi di salute si sacrificava in silenzio per provvedere ai bisogni della famiglia, sopportava il dolore con fede e “riusciva sempre a tenere un sorriso dolce e sereno sulle labbra, anche nei momenti di maggior sofferenza”.
Nonostante le tante prove nel corso della sua vita, il Pontefice ha sempre continuato instancabilmente la sua missione e nei giorni della sofferenza non era sceso dalla croce perché neanche Cristo, il Figlio di Dio, lo aveva fatto durante la sua Passione e Morte in Croce.
Era la preghiera il motore delle azioni di Giovanni Paolo II e da essa, inspiegabile senza un po’ di misticismo – almeno secondo l’esperienza del Papa polacco – traeva energia e forza. Tutte le testimonianze di persone che non si conoscevano tra loro e appartenenti ad epoche diverse parlano dell’intensa preghiera spirituale del Pontefice che sfiorava l’essere un reale dialogo con Dio. In effetti il giovane Karol aveva appreso in famiglia il cammino della fede perché lui e il padre partecipavano quotidianamente alla Messa mattutina, leggevano la Bibbia e recitavano il Santo Rosario in casa, intonando “una piccola devozione all’Immacolata Concezione”. Solitamente sono i figli a seguire le orme dei genitori ma anche in questo caso accadrà qualcosa di particolare: è stata avviata la causa di beatificazione dei genitori dell’amato Pontefice, la madre (Emilia Kaczorowska) e il padre (anch’egli di nome Karol). «Tecnicamente – dice Don Scaber, referente per le canonizzazioni dell’arcidiocesi di Cracovia – saranno due processi separati, uniti però dall’obiettivo di dimostrare che entrambi […] praticarono le virtù cristiane in modo eroico». «Non c’è il minimo dubbio che la spiritualità del futuro santo Pontefice si sia formata in famiglia e grazie alla fede dei suoi genitori», ha osservato il cardinale Stanislaw Dziwisz, già segretario particolare di Giovanni Paolo II. Secondo lui «i genitori del Papa polacco possano diventare un valido esempio per le famiglie moderne» e ha ricordato che Papa Francesco, durante la cerimonia di canonizzazione ha conferito a Wojtyla proprio il titolo di «Papa delle famiglie». La madre, Emilia Kaczorowska morì quando il futuro Pontefice aveva solo 9 anni. Il padre di Wojtyla, anch’egli di nome Karol, morì invece nel 1941, durante la Seconda Guerra Mondiale. L’episcopato polacco […] ha inoltre appoggiato l’idea che Giovanni Paolo II diventi patrono della riconciliazione tra polacchi e ucraini, necessaria in seguito ai terribili crimini commessi durante l’ultimo conflitto mondiale. La «teologia del dialogo, della riconciliazione e del perdono» promossa dal Papa polacco «in base ai valori del Vangelo» ha permesso ad entrambi i popoli “di compiere dei passi importanti sulla strada della reciproca comprensione”, concordano i vescovi. La famiglia del giovane Karol è stata sicuramente un’autentica chiesa domestica e un esempio di fede quotidiana di persone semplici e umili, tutti aspetti che hanno plasmato la personalità e la spiritualità del futuro Papa Santo, perché “Se qualcuno ti ha educato lo avrà certamente fatto con la sua vita, non solo con le parole” (Pier Paolo Pasolini). Secondo Don Scaber «già dall’inizio del processo di beatificazione è possibile prevedere che Emilia e Karol coniugi Wojtyla saranno i patroni delle famiglie», ha rimarcato il sacerdote, aggiungendo che «i Wojtyla saranno dei santi della porta accanto, persone comuni, come tutti noi ma che ci mostrano quanto in una situazione economicamente difficile, nonostante la malattia e la morte di due figli sia possibile nutrire fiducia ed essere vicini a Dio». Grande fu l’attenzione del Pontefice per le Famiglie, organizzando Incontri Mondiali e Giubilei ad esse dedicati. Giovani e famiglie non lo lasciarono mai, neanche negli ultimi giorni della sua vita; furono presenti durante la sua ultima apparizione dalla finestra che si affaccia su Piazza San Pietro, quando non riuscì a parlare e tentò di impartire la benedizione con il gesto della mano. Il mondo fu sospeso quel giorno durante quei 17 secondi tanto interminabili quanto eloquenti: anche quella fu un’immagine della sua santità. Giovanni Paolo II morì il 2 aprile 2005 alle ore 21:37, il sabato sera vigilia dell’Ottava di Pasqua e Domenica della Divina Misericordia (quest’ultima Festa da lui istituita). Tutti in preghiera in quella piazza, cercando di accompagnare l’anima dell’instancabile Pontefice che non aveva nascosto la sua sofferenza… un mondo che non avrebbe voluto lasciarlo andare ma che sapeva andare oltre il legame terreno perché ben consapevole che il cuore di ciascuno portava impressa una fiamma motrice di nuovi comportamenti, di un rinnovato senso di umanità. Un grazie reciproco pronunciato attraverso quella finestra, un intersecarsi tra “frasi” d’amore, un incontro tra gli sguardi dell’anima, un ultimo abbraccio del Grande padre spirituale attraverso il pensiero dedicato ai giovani e sicuramente pronunciato a fatica «Vi ho cercato. Adesso voi siete venuti da me. E di questo vi ringrazio.». E la chiave di tutto è il farsi esempio vivente, riuscendo con l’amore e con la correttezza della verità ad attrarre la fiducia anche degli ascoltatori più duri perché, in fondo, “Le parole insegnano, gli esempi trascinano” (Sant’Agostino). Nella stessa data nel centenario della Tua nascita, amata Santità, giorno in cui l’Italia cerca di ripartire e prova a rinascere, ti chiediamo: «Apri le Tue braccia alla nostra speranza, ripetici il Tuo “Alzatevi, andiamo!” non per disobbedire alle regole ma per infonderci coraggio e speranza!».

Noi Ti immaginiamo così: affacciato alla finestra del Cielo nell’atto di benedire l’umanità intera, stavolta riuscendo a farlo, sempre con l’aiuto di Dio e della Vergine, come quando la Tua benedizione arrivava vigorosa, e con una potenza comunicativa che noi non vedremo ma che, a differenza di allora, si concretizzerà e sarà possibile percepirla solo attraverso il cuore sintonizzato sulle frequenze della preghiera e della fede. Fortunato il mondo ad averTi avuto come protagonista del Novecento!

Auguri Santità!

 

 

 

 

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