Acate. “Lettera aperta ai Commissari Prefettizi del Comune di Vittoria”. Della dottoressa Sabrina D’Amanti. Riceviamo e pubblichiamo.

Sabrina D’Amanti. Acate (Rg), 26 agosto 2019.-

“Illustri Commissari,

i recenti fatti di cronaca hanno toccato l’anima di questa città forse come non mai.

Nel mese di luglio la mafia ha espresso, a Vittoria, nel più brutale dei modi cosa significa stare al di sopra della legalità. Quei terribili fatti hanno inondato di terrore e al tempo stesso di rabbia gli animi di un intero popolo. Un popolo che convive con questa immensa piaga da troppo tempo, un popolo che si è indignato oltre misura nel sentirsi definire dal ministro dell’Interno “popolo omertoso”. Un popolo che però nei decenni non ha trovato mai la forza di ribellarsi veramente, forse perché c’è ben poco da essere eroi quando la mafia si infiltra ovunque e, qualsiasi cosa si faccia, o ci si adegua oppure non c’è possibilità di sopravvivenza. Nel tempo, in questo come in tantissimi altri posti di questa splendida isola, la mafia è divenuta cultura, un modo di essere naturale per un gran numero di famiglie. E tutto ciò che prende forma penetrando nella cultura di un organismo diventa poi difficile sradicarlo, ma non impossibile.

Ed è esattamente questa la ragione per cui mi rivolgo a Voi. Vittoria ha necessità di emanciparsi prima ancora che di un Commissariato di Polizia efficiente.

Mi rivolgo a Voi per presentare una proposta di intervento articolata, duratura e di realistica realizzazione. 

Prima di illustrare il programma faccio una premessa che dà senso al piano di intervento che propongo.

Con una grossolana statistica potremmo dire che a Vittoria:

·         il 10% delle persone ha un contatto solo teorico con la mafia (la conosce solo dai giornali o per sentito dire);

·         il 40% ha un contatto indiretto con essa, nel senso che, per ragioni di lavoro (o di altro tipo), è a contatto con chi vive in realtà mafiose (anche solo per il fatto di avere vicini di casa appartenenti a questa realtà, per esempio);

·         il 20% ha avuto un contatto diretto con la mafia almeno una volta nella vita, nel senso che vi è venuto a contatto per qualche ragione e ne è stato vittima;

·         il 30%  ha un contatto giornaliero con la mafia, nel senso che sono persone mafiose o che vivono in famiglie di mafiosi.

Secondo questo ragionamento possiamo dividere la popolazione in due metà: una prima metà fatta di persone che hanno solo conoscenza teorica o indiretta della mafia e un secondo 50% (derivato dalla somma del 20% più il 30%) che la mafia la vive giornalmente o che l’ha sperimentata almeno una volta nella vita.

Mentre la prima parte della popolazione capita che si trovi a parlare di mafia e a commentarla, la seconda parte di popolazione, vive la mafia, ma non ne parla. Questo, a mio parere, permette che questa realtà possa continuare ed autoalimentarsi in eterno. Questa seconda parte della popolazione vive la mafia come un fatto naturale, perché mai nessuno è intervenuto, dentro al suo contesto culturale, mettendo in discussione questa verità, cioè dicendo: “La mafia è aberrante, non è naturale! La mafia rende come le bestie e gli esseri umani non sono bestie. Sono altra cosa!”.

Quando un gruppo di persone si trova immerso in un fenomeno (in questo caso il fenomeno mafioso) di cui non si parla, quel fenomeno, oltre ad essere vissuto come fatto naturale, si traduce in azioni. Cioè, se nella mente non c’è spazio per il pensiero e per la parola, allora ciò che è stato visto si perpetua attraverso l’azione. In altri termini, i figli continueranno a fare ciò che hanno visto fare ai padri, senza commentarlo, criticarlo, contestarlo. La parola è occasione di trasformazione, l’azione dissociata dal pensiero invece non ha opportunità di trasformazione. Se si cresce in una famiglia mafiosa, nella quale si agisce secondo criteri mafiosi e queste modalità di azione nessuno le commenta come modalità disumane e illecite, tutti i piccoli di quella famiglia li riterranno modi naturali di fare, in quanto trasmessi dalla loro famiglia e la famiglia è il contesto di apprendimento principale e affettivamente più importante per un individuo. 

Ecco quindi la mia proposta.

Occorre fare in modo che quel secondo 50% di persone, parli di mafia. Occorre che questo concetto entri nelle famiglie di TUTTI, ogni giorno. La parola è cambiamento. Finché non se ne parlerà, se non sui giornali, nulla cambierà.

La mia proposta è articolata e vuole coinvolgere tutti.

Propongo una Manifestazione Permanente (cioè senza scadenza temporale):

1. Il primo passo è mettere in tutti gli angoli della città banner e pannelli con la scritta “Vittoria città CONTRO la mafia”. Così come quando si arriva in un posto e troviamo la scritta “Benvenuti a…”, allo stesso modo il mafioso, che abita a Vittoria o che arriva a Vittoria, deve sapere che si trova in un posto dove non c’è spazio per la mafia, né per i comportamenti e programmi mafiosi.

2. La manifestazione permanente che ho in mente è una manifestazione di piazza e, a Vittoria, la Piazza per antonomasia è Piazza del Popolo.

Questi eventi io me li immagino così, intanto un banner nei vari balconi della piazza con la scritta “Vittoria città CONTRO la mafia”, poi immagino eventi di intrattenimento di facile organizzazione che vedano la partecipazione della società civile e delle scuole. Gli eventi includeranno piccoli concerti (tenuti dagli studenti di Vittoria che amano e studiano la musica); includeranno spettacoli teatrali (con tema mafia e legalità); mostre di arti varie (tenute dai tanti talenti vittoriesi, pittura, scultura, poesia, fotografia, artigianato….); eventi di cultura gastronomica locale. I vari eventi  includeranno la contemporanea narrazione, dal palco, di cosa sia la mafia nel quotidiano e la contemporanea opportunità di degustare, ai vari angoli della piazza, cibi nostrani, street food e bevande. Si racconterà che la mafia è dentro al mercato ortofrutticolo, sede di vanto del popolo vittoriese, ma al tempo stesso, organo intaccato da questo orribile cancro da curare, si racconteranno gli episodi di mafia che lì sono avvenuti e che avvengono nel quotidiano. Ci saranno serate dedicate al tema dell’agricoltura, si racconterà quali prodotti pregiati sono in fase sperimentale e quali sul mercato (lo faranno gli imprenditori delle aziende agricole, ma anche i ragazzi dell’Istituto Agrario). Si parlerà di impresa e industria a Vittoria, dell’impresa sana, ma anche dei tentacoli della mafia che si infiltra negli appalti e che demolisce ciò che è sano e onesto. Si parlerà della necessità di proteggere e preservare l’opera preziosa di tanti imprenditori dal cancro della mafia.

3. In questa manifestazione permanente sarà fondamentale la presenza di tutte le scuole elementari di Vittoria. Mi immagino un lavoro in rete nel quale, le scuole, gemellate in gruppi di due, in collaborazione presentino in Piazza dei lavori sul tema “Mafia” da una parte e “Ingegnosità del vittoriese dall’altra”. Il concetto è questo: serve che i bambini delle famiglie mafiose (che mai dovranno essere additati come tali), così come tutti gli altri i bambini, portino a casa nuovi insegnamenti, in modo da essere loro stessi i portatori di quella “parola che cambia”, che cioè, arrivando a casa, nell’osservare le solite condotte, possano dire: “Ma papà, questa cosa che hai fatto è orribile” e ancora “No papà, io questa cosa mi rifiuto di farla”. Tanti bambini che vivono in queste famiglie sono sottoposti a degli orribili riti di iniziazione. Quando sono quasi adolescenti li portano ad assistere, se non a compiere, atti di efferata violenza contro animali o persone. Ecco, queste ed altre cose, vanno raccontate in piazza. Narrare e commentare questi fatti, li indebolisce, impoverisce la loro essenze. E questi racconti, non possono essere l’evento intellettuale che si svolge nelle sale culturali, destinato a pochi eletti (che se la cantano e se la suonano da soli per intenderci) deve essere un “evento non stop” di piazza.

Vogliamo davvero realizzare un intervento concreto su questo drammatico male sociale? Bene, partiamo dalla base, partiamo dalla cultura!

Smontare la cultura mafiosa non deve essere inteso come un fatto teorico tante volte espresso. Smontare la cultura mafiosa significa entrare nelle famiglie di queste persone tutti i giorni con un messaggio sano, armonioso, coraggioso, carico di elementi etici, di rispetto e di onestà.

Una delle strade fondamentali da percorrere, a mio parere è questa.

E ora l’altro tasto importante, questi eventi sono eventi a basso costo, ma hanno necessità di un piccolo finanziamento. Le scuole hanno necessità di selezionare gruppi di insegnati disposti a portare avanti il progetto “Vittoria città di persone oneste e laboriose. Vittoria città contro la mafia”.

L’Europa finanzia una miriade di PON che spesso lasciano il tempo che trovano, a noi serve che si finanzino queste attività! (Il finanziamento alle scuole sarà un capitolo a sé e non lo chiedo a Voi).

Avere l’utilizzo della piazza ha un suo costo, forse non serve un palco permanente, si potrebbero anche usare i gradini del teatro per montare gli amplificatori. Serve però un budget non grande, ma indispensabile per affrontare le spese correnti. E qui mi rivolgo a Voi Commissari del Comune, spero sia in Vostro potere l’approvazione di un’iniziativa di questo tipo (naturalmente da strutturare in modo certosino, questa che ho scritto potrebbe essere ritenuta solo come una bozza da organizzare in tutte le sue parti), e finanziarne la realizzazione. Se ci sono limiti burocratici, chiedo che si studino i modi per risolverli. Nessuna opera di sicurezza, di sviluppo economico e di pubblica amministrazione potrà avere fortuna di piena riuscita, se non si pensa di investire in termini di risorse in queste imprese culturali e basilari.

La mia proposta è la base per iniziare. Se c’è la volontà per iniziare man mano questo progetto, che già è abbastanza articolato, si potrà ancora di più complessificare, ma questo non sarà difficile la cosa determinante è partire e portare avanti con fermezza, costanza, determinazione un progetto di questo tipo, che deve essere inteso come progetto molto duraturo, finché cambiamento non ci sarà.

Che Vittoria possa emergere dal torpore e mostrare lo splendore che le appartiene.

Vittoria non è mafia”.

Dott.ssa Sabrina D’Amanti

Psicologa e psicoterapeuta

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