Aeroporto di Comiso a rischio chiusura.

La notizia della vendita imminente ai privati, alimentata da una dichiarazione del presidente della Camera di Commercio del Sud Est Pietro Agen, ha suscitato allarme. In parte ingiustificato anche per l’imprecisione e l’approssimazione di alcuni elementi nella notizia che la rilanciava sulla rete, ma in parte reale perché il problema c’è e, prima o poi – meglio prima – deve essere affrontato.
Parliamo del futuro dell’aeroporto di Comiso.
Da quando nel 2013 è stato aperto, ha fatto registrare risultati sempre in crescita, il che, forse, ha indotto gli amministratori della Soaco, società di gestione, i soci e quindi le istituzioni locali sul territorio a cullarsi sulla certezza ineluttabile di un roseo futuro.
Purtroppo non è affatto così perché, pur con i risultati in crescita, il bilancio non è mai stato positivo o in pareggio, né mai potrebbe esserlo con i numeri finora realizzati sul flusso passeggeri, sicché, esauriti i finanziamenti iniziali della Regione, o lo scalo sarà in grado di accrescere notevolmente i ricavi attraverso un consistente aumento del numero dei viaggiatori in partenza e in arrivo, e quindi delle rotte operate, o non ci sarà possibilità di sopravvivenza.
Nella sua cruda evidenza questo è un dato della realtà, inoppugnabile.
Vero è che l’ultimo piano industriale approvato dalla Soaco assicura la sopravvivenza fino al 2020 e che il consiglio d’amministrazione e l’assemblea dei soci della Sac, la società di gestione dell’aeroporto di Catania, partner e socio di maggioranza della Soaco attraverso l’Intersac titolare del 65 per cento delle azioni, hanno espressamente deliberato la volontà di rilanciare il “Pio La Torre”. Ma questo non basta se alle dichiarazioni d’intenti non seguiranno fatti concreti. E i fatti, necessari, sono l’incremento dei ricavi e quindi dei flussi e delle rotte.
Sicuramente gli amministratori avvicendatisi nel tempo avranno fatto tutto il possibile ma finora gli obiettivi sono ben lontani dall’essere raggiunti.
Giova certamente l’ottimismo del nuovo amministratore delegato Giorgio Cappello, imprenditore-manager attivo sul territorio ibleo e forte di un lungo cursus honorum in Confindustria, ma il raggiungimento del traguardo passerà unicamente attraverso la capacità di ottenere dalle varie compagnie la scelta dello scalo ibleo per un bel pacchetto di destinazioni.
Perché Ryanair si ostini ad operare su Comiso appena quattro collegamenti la settimana con Roma, peraltro in orario utile solo per turisti e vacanzieri – con esclusione totale dei viaggiatori per lavoro che, per esempio, fanno della tratta Catania-Roma la più affollata d’Italia (e almeno un quarto dei Siciliani che si servono del Fontanarossa risiedono in un comune più vicino allo scalo di Comiso) – è un mistero. Come lo è il fatto che quasi nessun’altra compagnia scelga di operare in un’area tra le più vivaci e attrattive della Sicilia come il suo lembo meridionale.
E’ su questi obiettivi di gestione che si misura la capacità dell’aeroporto di sopravvivere. Ma forse, al di là delle parole dette, non c’è convinzione sufficiente se la Camera di Commercio di Catania-Siracusa-Ragusa, che detiene gran parte del capitale, ritiene che sia necessaria una cessione ai privati per rendere più efficiente e produttiva la gestione.
La volontà a dire il vero è stata espressa anche per l’aeroporto di Catania di cui, al contrario, appena qualche tempo fa veniva sollecitata la quotazione in borsa, ma mentre per lo scalo etneo non si pone alcun problema sotto il profilo dei conti economici, né della necessità di espandere i flussi (con sette milioni di passeggeri è il quarto aeroporto italiano) se non per una migliore qualità strategica, il caso di Comiso è grave ed urgente: se lo scalo non raggiungerà al più presto un milione di passeggeri per puntare in pochi anni ad almeno un milione e mezzo, il futuro rimarrà buio e incerto.

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