Acate. “Contemporaneo è colui che riceve appieno il fascio di tenebra che proviene dal suo tempo. GIORGIO AGAMBEN, che cos’è il contemporaneo?”. Di Giuseppe Stornello.

Redazione Due, Acate (Rg), 10 marzo 2018.-Vorrei parlare sulla questione di quale sia oggi la natura dell’arte italiana, e cioè se esista, nel nostro presente, un qualche paradigma che possa restituirne un’immagine unitaria, piuttosto che multipla. Ma potremmo anche dire che si tratta di una delle tante conseguenze di un sistema dell’arte basato ormai da “i manovratori” delle leve economiche, e che evidentemente escludono il nostro passato tra di loro. Riconosciamo tutti come l’arte di oggi sia molto differente da quella del passato, e che quindi un semplice, e soprattutto univoco, ricorso alla storia dell’arte come mezzo per la comprensione di quello che è il nostro presente, non sia più sufficiente. Una difficoltà che è anche conseguenza di un’educazione scolastica e accademica della storia dell’arte, che da questo punto di vista fornisce pochi e incerti strumenti critici grazie ai quali tentare un qualche giudizio. Eccoci dunque arrivati a uno degli snodi principali della questione sulla quale stiamo ragionando. Molta della cultura e dell’arte italiana di questi anni, partendo dal cinema e finendo con le arti visive, è accomunata da una certa impossibilità, incapacità e addirittura insofferenza di esprimere un giudizio nei confronti dell’arte contemporanea. Sempre pronta a sentirsi parte di una realtà in profonda mutazione, se non proprio in radicale rivoluzione, trovando nella continuità dell’estetica contemporanea – intesa come qualità essenziale dell’arte -, non tanto la storia dell’arte in sé, quanto l’uscita da questo passato storico, come una certezza che convalida il proprio fare quanto garanzia di differenza rispetto a ciò che è fuori di sé (arte), mettendosi a servizio di quella realtà in veloce e incomprensibile trasformazione della (non-arte). Dall’esperienza sul campo deduco che questo sia un concreto sentire ampiamente diffuso, un vero e proprio filo conduttore che sta attraversando molta, se non tutta, l’arte italiana. Si tratta di una forza antistorica che trova fondamento ed evidenti analogie, pur nelle differenze tipologiche, nella prima metà del Novecento. È come se, intimoriti dallo svolgersi delle cose e da quelle che di conseguenza verranno, ci fossimo rassegnati ad una sorta di entrata nel “tempo inautentico” ed uscita dal “tempo autentico” e naturalmente di noi stessi. Che cosa fare? Io penso che la risposta continui a non essere semplice, ma di sicuro non può, e non potrà, passare unicamente per uno sguardo singolare. Per tanto, sono convinto che, oggi più che mai, sta proprio all’istruzione e allo studio analitico della storia dell’arte, di volta in volta declinata in diverse fonti di sapere, a far comprendere agli artisti del presente la specificità del nostro passato. E per riuscire in una simile impresa, che sinceramente appare poco più che impossibile, credo che si dovrà continuare ad avere il coraggio di affrontare e di stare nella complessità della nostra realtà, ma senza dimenticare l’insegnamento di Nietzsche: << Appartiene veramente al suo tempo, è veramente contemporaneo colui che non coincide perfettamente con esso né si adegua alle sue pretese ed è perciò, in questo senso, inattuale; ma, proprio per questo, proprio attraverso questo scarto e questo anacronismo, egli è capace piú degli altri di percepire e afferrare il suo tempo >>. Anche se questo potrà apparire come un tradimento volontario di questa retorica contemporanea, a partire dalla quale, ci siamo più o meno consapevolmente o inconsapevolmente autoeletti come gli eredi di una gloriosa estetica fallimentare, credo che si tratta, se si parla appunto di essere veramente contemporaneo, di un tradimento involontario. Ma quanto più necessario.

Giuseppe Stornello

In copertina: George Tooker, Landscape With Figures, 1965

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