Acate. “La forma dell’essere”, di Giuseppe Catalano. “Autointervista”, di Giuseppe Stornello.

Redazione Due, Acate (Rg), 11 giugno 2017.- “Dedito all’arte visiva Stornello nel 2015 inizia a realizzare disegni, sculture, installazioni, immagini digitali, fotografie, video e performance. Si tratta molte volte di opere a partire da oggetti trovati (se non da rifiuti) che, ponendo a confronto vecchie tradizioni e nuove narrazioni, decostruiscono e mettono in crisi gli stereotipi e i pregiudizi della cultura occidentale. Ironico e crudo, la sua opera si interroga sul senso e sulla funzione dell’oggetto del post-consumismo nel XXI secolo. Ma è soprattutto un riattraversamento dei fondamenti della tradizione dell’arte con imprevedibili visioni e interpretazioni del reale che trascendono interamente il piano empirico. La sua arte, classicamente è un discorso, un giudizio sul mondo, rappresentazione intellettuale che, sia pur ideologicamente (e non potrebbe essere altrimenti), tenta di insidiare e comunicare quanto più da vicino la verità. In questo versante egli, nichilisticamente, sembra non solo confermare la definizione di Foucault sull’uomo come  << invenzione recente >>, ma scommette anche sulla dissoluzione di tale paradigma. Sulle orme del filosofo francese, anche Stornello, considerando le devastazioni storiche del XX secolo, nega la costituzione autonoma del soggetto, la sua natura trascendentale, kantiana, inserendolo all’interno di una relazione di poteri in cui del tutto assenti risultano le classiche idealizzazioni quali libertà, autodeterminazione, progresso. In questa prospettiva è ovvio che la sua opera assuma un carattere polemico, quindi “morale” nei confronti dei moderni feticci della società di oggi: l’economicismo, il dominio della tecnica, la fine del senso storico, etc. In tal senso, parlavo della classicità dell’arte come contestazione dell’esistente. Ma, parallelamente a tale modello razionale, esiste, a mio avviso, nelle sue opere, una dimensione più oscura, antiumanistica, in cui la forma e quindi il segno non solo non intendono introdurre un contenuto esperibile criticamente, ma si pone come puro frammento del divenire, magari angoscioso ma innocente perché non diretto ad alcun telos. “Si è artisti al prezzo di considerare e sentire come contenuto, cioè come la cosa stessa, ciò che i non artisti chiamano forma” (Friedrich Nietzsche, “Volontà di potenza”, 1889). Dionisiacamente, allora l’artista sfiducia la verità, le è superiore poiché sa che ogni verità “autoriale” è semplice istinto pietrificato, parvenza divenuta dominante, sottrazione del gioco prospettico e ateoretico; in una parola: decadenza”.

Giuseppe Catalano

 

“Sovversione dell’intervista di Niezsche”

“La sfera della conoscenza deve essere unita a quella della bellezza”

Ma che cosa sono alla fin fine le verità dell’uomo?

Sono l’accumulo inconfutabile dei suoi errori. La sua grandezza se accompagnata da una meta è crudele e superiore perfino alla giustizia.

Che cosa rende eroici?

Muovere incontro a tutto e a tutti servendosi della propria suprema speranza.

In che cosa credi?

In questo: che tutte le cose stanno per essere nuovamente sovvertite.

Che cosa dice la tua coscienza?

Devi diventare un oltreumano.

Dove stanno i tuoi più grandi pericoli?

Nel risentimento.

Che cosa ami negli altri?

Quello che ci sta succedendo.

Chi chiami cattivo?

Chi mira solo ad annientare l’altro.

Che cosa é per te la cosa più umana?

Non risparmiare il perdono a chi non lo merita.

Che cosa é il sigillo della raggiunta libertà?

Non vergognarsi di essere quello che si è.

Giuseppe Stornello

(Le domande sono tratte da “La gaia scienza” di Friedrich Nietzsche)

 

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