Acate. “La perdita del centro”. Di Giuseppe Stornello.

Redazione Due, Acate (Rg), 4 agosto 2017.- “L’uomo”, scriveva una volta Nietzsche, “rotola via dal centro verso la x”. Si allontana dal luogo certo, per andare verso un luogo incerto. Questa incognita, è un luogo non abituale, del disincanto, dell’ironia negativa. L’uomo che rotola via, che ha imparato a incassare tutto, che con un gesto accetta ogni forma di nichlismo, è l’ “Ultimo uomo”. Oltre questo uomo c’è una dispersione, puro gioco di interazioni, convenzioni, discontinuità, ecc. questa logica del decentramento del soggetto altro non è che la perdita del centro, la sensazione che ormai una metafisica sia insostenibile. La situazione che Nietzsche vede è caratterizzata dalla possibilità del perdersi: l’uomo è giunto nel limite, basta un passo oltre per sprofondare, perdersi completamente. Drammaticamente, il luogo in cui un senso potrà essere pensato è solo qui. Sono molti i motivi per cui possiamo dichiarare invalicabile questo limite: possiamo elaborare solo una logica della rinuncia che ci permette di vivere senza valori. L’ultimo uomo quindi, è l’uomo del compromesso che ha imparato a convivere con il nulla. Ogni passo in più lo porta a camminare per una via tortuosa, accidentata, lunghissima e pericolosa. La metafora del cammino è intesa come “metafora straniante” (ma la metafora non è forse sempre un viaggio?). Essa indica uno stato d’animo, uno scarto temporale, o come scrive Nietzsche in Umano, troppo umano “Un impavido spaziare al di sopra degli uomini, dei costumi, delle leggi e delle originarie valutazioni delle cose”. In conclusione, in Frammenti postumi (giugno 1887) Nietzsche tenta di delineare un’immagine dell’ “Oltreuomo” e scrive: “Quali uomini si riveleranno allora i più forti?” I più moderati, quelli che non hanno bisogno di principi di fede estrema, quelli che non solo ammettono, ma anche amano una buona parte di caso, di assurdità, quelli che sanno pensare, riguardo all’uomo, con una notevole riduzione del suo valore senza diventare perciò piccoli e deboli: i più ricchi di salute, quelli che sono sicuri della loro potenza e che rappresentano con consapevole orgoglio la forza raggiunta dell’uomo”. Vi è un cammino difficile dentro il nichilismo, in cui l’uomo è capace di abbandonare le proprie catene. Per Nietzsche non si tratta si indietreggiare, bensì di realizzare una potenzialità grazie alla forza che deriva proprio dall’abitare il nichilismo. Questa forza dell’uomo è una capacità autodistruttiva, un rischio abissale che l’uomo avvicina a sé. Il pathos di questo aspetto tragico è quella immagine di una situazione di equilibrio instabile su una piccola superficie d’appoggio, uno stare in bilico che può produrre egualmente la massima potenzialità e il definitivo sprofondamento. Non vi è più una dialettica, ma un cammino senza problemi che si bifora di soluzioni. Questo stare in bilico è, secondo Nietzsche, la situazione dell’uomo contemporaneo. L’ipotesi dell’ “Oltreuomo” qui allude a una forza materiale, una forza che è, al tempo stesso, affermazione e autonegazione. Lo “spaziare” introdotto in Umano troppo, umano non è uno stare fuori dalla necessità, ma uno stare dentro, un calarsi. Allora se si lavora dall’interno, il nulla che siamo non è più terribile. Possiamo arrenderci all’orrida necessità e scoprire il gioco del caso. Il gioco del caso, è come un fanciullo che gioca, è una fluttuazione, un lasciarsi prendere. Caso e necessità si intrecciano e cambiano di senso. La spiegazione che sfocia nel pensiero abissale dell’ “eterno ritorno” è spinta al suo limite, fino al paradosso, sconfina nel mistero. Il riso di Zarathustra è misterioso: né gioia, né dolore, solo stupefazione. Come può la necessità  stupirci? Solo se la accettiamo, trasformandola. Il destino? È la forza che ci permette di essere senza centro, e proprio questa nuova debolezza che sembra essere la forza più grande. Credo che, al fondo, si possa comprendere l’affermazione che Nietzsche fa parlando di altri luoghi: “L’uomo è abbastanza forte per apparire debole”. Un paradosso? In ogni caso per Nietzsche lo “spaziare” indica l’acquisizione storica di una forza, al compimento di un percorso umano. Ecco perché l’idea di “forza” è correlata con l’idea di “debolezza”. Secondo lui il sentimento di forza e debolezza è un sentimento “arretrato”. Questo sentirsi arretrato potrebbe essere il punto dell’avanzamento in un territorio che, prima ad ora non è mai stato esplorato. Una zona dell’esperienza in cui non valgono più le categorie abituali, le misure normali dell’esperienza. Lì c’è un enigma da sciogliere: e riguarda l’uomo capace di scendere nel fondo dell’abisso per poi salire in cima al monte.

Foto: Cancellazione Uroboro- Digital Art, 2017

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