Acate. “Oltre il Nichilismo”. Di Giuseppe Stornello

Redazione Due, Acate (Rg), 13 luglio 2017.- Se il nichilismo è la volontà che vuole la violenza, e se la volontà di annientamento è essenzialmente un volere che qualcosa cessa di essere, allora – poiché la volontà di salvezza sembra essere oggi qualcosa di impossibile (giacché l’impossibile è innanzitutto la morale) – la volontà è, in quanto tale, la violenza. La devastazione dell’uomo e della terra è il fenomeno di superficie di questa violenza, la sua forma visibile; la morale è invece la forma nascosta della violenza. << Anche ogni volontà salvifica è dunque una forma nascosta di violenza – come ogni volontà “creatrice” >>. (Emanuele Severino, “Oltre il linguaggio”, 1992). Allora nessun creatore e nessun salvatore ci può salvare. Ma non perché la salvezza debba essere cercata altrove, ma perché il concetto stesso di salvezza lungo la storia dell’Occidente è nella sua essenza violenza. Per cui, è nella volontà che va cercata la salvezza, cioè nella violenza – è la volontà che può trasformare il mondo, è quindi volontà che può trasformare eternamente ciò che appare quasi impossibile da trasformare. La vita come sperimentazione significa oltrepassare. Certo, finora l’oltrepassare è stato troppo cruento nel cercarsi un unico pensiero. E, se questo non è stato trovato, significa che cen’erano troppi malmessi. Infatti l’immenso giacimento utopico del mondo è privo di rischiaramento. E allora la filosofia prenderà partito solo se saprà della violenza, in caso diverso non saprà più nulla. È possibile oltrepassare il nichilismo, questa atmosfera che fa ripiegare ogni senso su se stesso, che spegne ogni iniziativa, cancella ogni prospettiva, che inoltra in quella notte oscura dove il futuro si fa incerto e ogni speranza di vita implode? O forse dobbiamo dire anche noi quello che Nietzsche diceva di sé, quando si definiva: << Il primo perfetto nichilista d’Europa, che però ha già vissuto in sé fino in fondo il nichilismo stesso – che lo ha dentro di sé, sotto di sé, fuori di sé >>. Eppure, è forse possibile un oltrepassamento del nichilismo, se riconosciamo che nel disfacimento incessante della tela in cui ci ritraiamo nessun Dio ritornerà per salvarci. Questa presa di coscienza deve diventare quella voglia di cercare che spinge verso le terre non ancora scoperte. In quest’esperienza della violenza originaria, l’urlo, che sta all’inizio della vita dell’uomo di caccia, di guerra, d’amore, di terrore, di gioia, di dolore, di morte, ecc. ma  anche degli animali, il vento, la terra, la nube, il mare, il fiume, l’albero e la pianta dove l’uomo si raccoglie in causa agli eventi che lo hanno provocato, sono legati gli aspetti decisivi dell’esistenza delle più antiche comunità umane. L’intera vita dei popoli più antichi si raccoglie nell’urlo, cioè attorno al canto. È il canto che avvolge i viventi accendendo il calore primigenio del fuoco attorno a cui essi stanno. Comprendiamo allora perché Kierkegaard può dire che:  << In questo regno non abita il linguaggio, né la ponderatezza del pensiero, né il travagliato acquisire della riflessione, ivi risuona soltanto la voce elementare della passione, il gioco dei desideri, il chiasso selvaggio dell’ebbrezza, ivi si gode soltanto in eterno tumulto >>. Ne scaturisce un tempo che si compone di ciò che la spiritualità incarna, una sensualialità che nell’immediatezza viene indicata come vetta dello spirito. Come la musica che vive nell’istante, la successione degli attimi che trascende l’eternità sorge nell’estinzione dell’altro. In questi istanti in cui ognuno vive la morte dell’altro, i gesti erotici si succedono annientandosi convulsamente, affidando la loro memoria ai sensi dell’altro, perché questa è l’autentica condizione dell’uomo, al cui non è dato l’eterno se non in rapidi e fugaci assaggi, e non sperando o esaltandosi in gioie ultraterrene. L’uomo più si fa abisso, più si fa universo. I brevi istanti in cui si può stare nell’abisso sono concessi all’uomo per accogliere l’eterno. Bisogna saper avvertire nella musica lo spessore della carne toccata e fuggita. Questo basta affinché la nostra esistenza possa oscillare tra l’angoscia e l’entusiasmo, in cui è gettata la sorte di ogni uomo provvisto ancora di sensibilità appena decente. (Ricerche e scritti dell’Associazione Giuseppe Stornello con sede al Castello dei Principi di Biscari di Acate).

Foto: L’urlo – Digital art, 2017

 

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