Acate. “Ricordando il Filosofo Solitario”, a quattro anni dalla sua scomparsa. Di Maria Teresa Carrubba.

Redazione Due, Acate (Rg), 29 maggio 2017.- “Le mani affondate nelle tasche dell’impermeabile, il passo cadenzato, il volto impassibile, i capelli mossi dal vento, silenzioso, pensieroso, si confondeva nel buio della sera; protestava in silenzio Titta, senza far baccano, nel fondo di quella strana vita cercava la sua verità. Mi sento in debito con lui per averlo tirato fuori quasi a forza dall’ombra di una vita a lui tanto cara e gelosamente preservata da ogni forma di clamore,e fatto conoscere al grande pubblico.

Egli che della solitudine e del silenzio ne aveva fatto la sua bandiera, il suo originale stile di vita, sono sicura che tacitamente avrebbe dissentito e con il suo sorriso avrebbe dimostrato la sua sufficienza a questa mia caparbietà. Qualunque cosa si possa dire o scrivere di lui ritengo sia riduttivo: i disegni, la musica, l’astronomia, la meccanica, sono solo degli aspetti di un’esistenza molto più complessa, di un pensiero e di un animo, di uno spirito, per dirla con il Marchesi, “che la natura foggia per lo strano bisogno di specchiarvisi dentro, che non avrebbe potuto praticare le solite vie o raccogliere i soliti frutti. ”

Ritengo sia stato il rappresentante per eccellenza di un mondo diverso, che si è autocondannato alla solitudine, mostrando una decisa presa di posizione, una critica implicita verso la società costituita, un atteggiamento cinico, che tuttavia lo faceva apparire come portatore di una sua verità fatta di rinunce. Immerso nella vita, della vita rifletteva gli aspetti che non si vogliono vedere o si nascondono, restando un mistero incomprensibile quella sua capacità di dominare la vita con sempre inalterata passività.

Un eroe della libertà? Forse. So che, pur nella sua anomala e contraddittoria esistenza, nascondeva agli altri dubbi, lotte interiori, forti sentimenti, inclinazioni naturali, ma soprattutto amava la filosofia, tanto che era da considerarsi un fine pensatore, un filosofo appunto.

Complici alcune vicende esterne, ad un certo punto prese in mano la sua sorte e decise di vivere dalla banalità della vita comune, anche se questo lo emarginò per sempre marchiandolo come “diverso, strano, matto. Condannò quindi la sua esistenza al naufragio, allo scacco,, al fallimento. Ma per Titta essa si caratterizzava come libertà di scelta, come possibilità di inventarsi una vita propria, riuscendo ad inventare anche se stesso. Camminava così nello strano labirinto della vita, che usava contro una società intessuta di forme e di orgoglio, ma anche di vizi e di bassezze. Egli non volle mai far parte di una società fortemente competitiva che combatteva per i suoi interessi personali. Da ciò il bisogno di evadere, di cercare la pace lontano dal vivere civile, una pace che la vita di prima gli aveva negato, la pace come condizione stabile dell’uomo che può vivere in armonia con se stesso.

Era uno strano, stravagante filosofo solitario”.

 

Maria Teresa Carrubba

 

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