“GIUFA’? FORSE…” di Antonio Cammarana

Antonio Cammarana, Acate (Rg), 2 ottobre 2018.- Da più giorni, ormai, la levatrice del paese andava e veniva dalla casa della gnà Nunzia, prossima a partorire. Sembrava che la donna fosse sempre lì lì per sgravarsi e, poi, si pentisse di farlo. Eppure il tempo giusto della gravidanza era trascorso, tanto che la gente a curatolo Turi, marito di Nunzia, veniva a chiedere:

–          Perché  l’uccellino non viene fuori dal nido?

E il curatolo, che di nascite non ne capiva proprio niente, rispondeva:

–          Si vede che gli piace starsene ancora nella pancia della madre.

Ma una notte che le doglie furono più forti del solito, la gnà Nunzia partorì  prima che il marito tornasse con la levatrice, alla quale rimase ben poco da fare, ma pretese per intero il pagamento del servizio richiesto.

–          Che bel bambino! – dicevano alcuni, sedendo vicino al letto della gnà Nunzia.

–          Ha il naso lungo e piatto e le orecchie a sventola – notavano altri – che nome avete messo?

–          Turi voleva chiamarlo Giufaldino, proprio come suo padre, ma a me il nome è parso lungo e l’ho chiamato Giufà – mentre il neonato beatamente succhiava da un capezzolo come un agnellino.

 

Intanto che curatolo Turi lavorava a giornata nei campi e la gnà Nunzia trafficava in casa, Giufà cresceva e prometteva di riuscire un bravo e scaltro ragazzo, come ripeteva massaro Giuseppe, che di bambini se ne intendeva, avendo una nidiata di figli e di nipoti.

Nella corsa nessuno della sua età gli stava dietro, nei giochi con  i compagni era sempre lui a vincere. Era il primo ad arrampicarsi sugli alberi, a scavalcare i muretti a secco, a tirare pietre più lontano degli altri.

A casa non tornava mai a mani vuote. Portava sempre qualcosa e nessuno scopriva quando ne fosse venuto in possesso: ora, a seconda delle stagioni, erano grappoli di uva matura, ora olive verdi o nere, ora mandorle e noci, ora fichidindia, pesche e fichi . Per non parlare dei panari di arance e di limoni, di cui era molto ghiotto.

Campieri e massari non si davano pace, sacramentando perché il ragazzo riusciva a fargliela sempre sotto il naso, quando la calura estiva o la stanchezza del duro lavoro costringeva uomini e bestie ad abbassare la guardia.

Curatolo Turi se la rideva sotto i baffi per la furbizia del figlio e ringraziava il cielo che gli aveva dato un ragazzo così svelto di mente. Il lavoro non gli sarebbe certamente mancato, perché ogni galantuomo avrebbe fatto a gara per averlo nelle sue terre.

 

Così ragionava curatolo Turi, che, lavorando ora presso questo ora presso quest’altro galantuomo, era riuscito a mettere da parte un piccolo gruzzoletto e, alla fiera di San Vincenzo di quell’anno, passò tutta la giornata ad osservare asini cavalli e muli,  finché decise di comprare la bestia che gli parve più adatta al suo lavoro. Ed era certamente uno spettacolo in paese vedere il curatolo, che si pavoneggiava in groppa al suo animale quando, al tramonto del sole, tornava stanco, ma soddisfatto della sua fatica quotidiana con Giufà, che gli correva incontro saltellando, e la gnà Nunzia, che lo aspettava davanti all’uscio con la scopa in mano.

Al curatolo il lavoro non mancava, aveva una bella moglie, che gli scaldava il letto di notte, tenendogli sempre pulita e in ordine la casa, era il padre di un ragazzo scaltro, che nella vita prometteva di riuscire bene. Desiderando un pezzetto di terra tutto per sé, la sera curatolo Turi prendeva Giufà sulle ginocchia  e gli ripeteva:

–          Se i padroni non ci daranno la terra, un giorno saremo noi a prenderla. La terra a chi la lavora.

La moglie ci scherzava sopra:

–          Campa cavallo che l’erba cresce!

Anche Giufà:

–          Il cavallo morirà prima!

Un giorno che curatolo Turi caricò il mulo oltre misura ricevette dalla bestia un calcio al petto, che lo fulminò all’istante, facendo piombare nella disperazione la moglie e Giufà, quando si videro portare a casa il morto.

Presto i danari messi da parte finirono sia per le spese del funerale, sia per le necessità quotidiane, e la gnà Nunzia decise così di andare a servizio dal sindaco.

Il primo cittadino del paese era considerato persona rispettabile. Aveva una moglie, che non si poteva proprio definire una bella donna e

quando la gnà Nunzia si presentò a casa sua, questi, attratto dalla sua bellezza, le mise gli occhi addosso e cominciò a ronzargli intorno come un calabrone. La moglie avrebbe voluto mandarla via, ma temendo la reazione del marito, dovette sopportare che il suo uomo spogliasse con gli occhi la donna.

Un giorno, che Giufà andò a trovare la madre a casa del sindaco, vide che la molestava. Per difenderla prese la prima cosa che gli capitò tra le mani e colpì violentemente l’uomo. Pensando di averlo ucciso, consigliato dalla madre, si allontanò dal paese.

Scappando per la campagna, Giufà incontrò un gruppo di picciotti, che andavano a combattere a fianco delle camice rosse di Garibaldi contro l’esercito borbonico.

Il ragazzo si unì a loro e raggiunse Alcamo. Qui era arrivata la notizia della vittoria di Calatafimi e le strade brulicavano di uomini e di donne, che accoglievano con grande gioia il Generale.

Giufà fece festa ai garibaldini, li seguì a Partinico, a Piana dei Greci, a Palermo, dove però una palla di fucile lo colpì di striscio alla testa. Stramazzato al suolo, venne soccorso e curato dalla brava gente. Dopo la liberazione della città dalle truppe borboniche, molti picciotti,  infervorati dalle imprese garibaldine, seguirono il Generale a Messina, altri fecero ritorno nei loro paesi. Giufà, dopo aver a lungo girovagato, dopo tante disavventure riuscì alla fine  a trovare la via di casa.

La madre chiese a Giufa’ dove fosse stato per così lungo tempo, ma non ebbe nessuna risposta. La gnà Nunzia capì ben presto che il figlio non  era più il ragazzo con la mente sveglia e dinamica di prima.

E un giorno, in campagna, Giufà le buscò di santa ragione, sorpreso dai campieri a rubare della frutta. In altri tempi li avrebbe fatti fessi tutti!

Campieri e massari sulle prime si divertirono a battere Giufà, ma in seguito capirono il suo disagio mentale e  finsero di non accorgersi dei suoi latrocini, lasciandogli  prendere ora una gallina, ora un uovo, ora un coniglio.

 

Giufà aveva ormai superato i settant’ anni e già esisteva tutta una letteratura sulla sua vita fatta di racconti, di storie e di leggende. Avevano scritto su di lui autori famosi e sconosciuti, grandi e piccoli lo conoscevano in Sicilia e nel Continente.

Un giorno del 1920, mentre se ne stava all’ombra di un carrubo, cominciò a sentire un vocio dapprima sommesso, poi via via più forte, un rumore di passi di uomini, di zoccoli di animali, di ruote di carri: erano contadini, che avevano vestito la divisa grigioverde del soldato, difendendo il territorio nazionale sul Piave, dopo la disfatta di Caporetto, ai quali era stato promesso che, a guerra finita – vincitori – avrebbero ottenuto la terra. Ma le promesse non erano state mantenute.

Quando i contadini gridarono “ La terra a chi la lavora”, Giufà si ricordò del padre, che, tenendolo sulle ginocchia, gli ripeteva che i lavoratori un giorno avrebbero occupato la terra dei padroni. Allora si mise davanti a tutti, dicendo pure lui ad alta voce “ La terra ai contadini “.

Proprio in quel momento una fucilata sparata da una masseria vicina lo colpì al collo, uccidendolo all’istante.

I contadini, in un primo momento, fuggirono spaventati, poi tornarono indietro e con grande meraviglia riconobbero nel morto, che stava davanti a loro, il vecchio birbante e malizioso Giufà. Allora, dopo averlo guardato per un minuto che parve più lungo di un secolo, lo caricarono sopra un carro, lo portarono in paese, piangendolo perché si era sacrificato per un nobile rivendicazione.

Se considerassero Giufà uno di loro non lo dicono né i libri di narrativa, né i testi di storia. E noi non possediamo documenti che ci autorizzano a farlo, potendo affermare soltanto:

–          Giufà? Forse….

 

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