Giuseppe Stornello parla di Giuseppe Stornello e si autodefinisce un ospite inquietante.

– Per quale motivo si autodefinisce un << ospite inquietante >> ?

 

Tanto per cominciare, non tutti hanno la fortuna di essere consapevoli del nichilismo da giovane. Il mio primo libro l’ho scritto a ventitre anni. Poi ne ho scritto un altro, e ancor oggi continuo a scrivere con gli stessi propositi, anche se penso che nessuno intende pubblicarmi. Il motivo dei miei cattivi propositi? Il motivo è che lo scritto, mi aiuta a passare da un anno all’altro, oltre all’altra mia grande passione: la donna. Sono certo che se non ci fosse né la donna e né l’arte, mi sarei ammazzato da un pezzo. Io sostengo l’espressione artistica come espansione, questo per me è un enorme sollievo. Ogni opera è la tua vita, o una parte della tua vita. Ci si libera contemporaneamente di tutto, sia di quello che si ama e soprattutto di quello che si detesta. Le dirò di più: l’opera ci rende meno crudeli, altrimenti si è a un passo dall’essere tutti quanti assassini. L’espressione è una liberazione, una salvezza. Quando si odia qualcuno, o qualcosa, consiglio di prendere un pezzo di carta e scriverci sopra le cose più sconcertanti sulla cosa che si odia in quel momento. È proprio quello che ho fatto io. Scrivo e opero per salvare me stesso e la mia vita. Il risultato? Mi sopporto meglio e mi compatisco.

 

– Cosa sono per lei le sue origini?

 

Debbo aggiungere di più… Per me, tutto è una questione di vitalità. Per farmi capire meglio devo parlare delle mie origini. Sento le maree della mia terra, ho pure scritto da qualche parte che << Il mare mi circola nelle vene >>. Essendo un siciliano, ho molto dell’uomo povero che vive al giorno con il puro istinto di sopravvivenza; mio padre è un muratore per esempio, inoltre il mio paese d’origine lo reputo un ambiente molto primitivo. Mi sembra un posto davvero barbaro. Infondo, se ci penso bene dopo tante letture, ho scoperto che la mia più grande ambizione è quella di vivere come un contadino.

 

– Immagino che lei non ha avuto un’infanzia felice…

 

Questa è una cosa molto importante. Ho sempre vissuto da solo, anche quando ero circondato da amici: per me anche gli amici sono estranei. Non è stata un’infanzia straordinariamente felice. Quando parlavo con la gente, non trovavo nulla in loro che rispecchiasse il mio modo di vedere le cose. Ma non ho mai voluto separarmene da quel posto in cui sono nato, non avrei mai voluto andarmene dal mio paese; non posso dimenticare il giorno in cui ho deciso di partire. È stato il crollo del mio vecchio mondo. È sempre dura separarsi di qualcosa che ti scorre dentro.

 

– Lei mi dice di aver scritto da qualche parte: << Un opera deve essere una lama. Anzi, un opera deve essere pericolosa >>.

 

Mi è stato ripetuto più volte che le cose che scrivo non le penso realmente. Quando sono andato dal primo editore che ho incontrato a Milano, ho presentato << Un me stesso >>, il mio primo manoscritto, per questo scritto l’editore mi ha detto che ero ancora troppo giovane, poi dopo aver letto qualche riga si è ricreduto ma anche infastidito, per questo mi ha rimproverato dicendomi testuali parole: << non posso permettermi di pubblicare questi suoi scritti, il suo libro potrebbe essere dannoso se finisce in mano a dei giovani! >> Per me è stata un assurdità. Mi sono subito chiesto a cosa serviranno mai i libri? Non di certo per imparare. Per questo, basta andare a scuola. No; io credo che un libro debba essere davvero una lama, che debba cambiare la vita del lettore. Il mio intento, quando scrivo un libro, è di svegliare qualcuno. Tutte le mie opere nascono dalle mie infermità, per non dire dalle mie sofferenze più segrete, è proprio questo che devo trasmettere in qualche maniera al lettore. Un libro deve sconvolgere tutto, mettere tutto in discussione. Ebbene, io non mi preoccupo molto del riscontro oggettivo quando scrivo, lo faccio veramente per liberarmi dalle mie ossessioni. Un libro deve causare una ferita. Un libro non deve essere come un giornale, perché se non sdradica le vecchie convinzioni del lettore è un libro fallito!

 

– Tutti i suoi scritti li potremmo definire di matrice pessimista, persino terrificanti.

 

Me lo hanno detto in molti. Ma ho sempre detto che non voglio troppi lettori. Io scrivo a me stesso. Varie persone mi hanno confidato che quello che dico fa paura. Quindi, credo che io sia diventato un mostro per loro. Penso che sia dovuto alla passione: io non sono solo un pessimista, ma anche un violento… è questo che mi rende vivo nelle mie negazioni letterarie. Infatti, quando prima parlavamo di lacerare qualcuno, intendevo dire che è sempre positivo impegnarsi a cambiare il mondo al di là del bene e del male…

 

– Perché sente il bisogno di scrivere come una lama?

 

Io scrivo con rabbia e con passione. Seguo uno stile di scritto a freddo, per questo i miei scritti diventano pericolosi. Scrivo di volta in volta per superare una mia infermità. La prima persona che ha letto << Un me stesso >>, ancora in manoscritto, è stato il mio professore Catalano, che insegnava Filosofia. Lui era già pessimista, incline alla depressione, e mi ha detto: << Spero non ti arrestano >>. In questo, mi vedo simile a Dioniso, che è un essere oscuro, perché mette in luce le cose più contraddittorie.

 

– Lei stesso distingue la sua opera dopo la << morte di Dio >>. Che senso ha l’opera oggi per Stornello?

 

Credo che ogni opera, che sia un quadro o uno scritto, non è più possibile se non frammentata. La << morte di Dio >> è una formula di esplosione nietzscheana. Ormai, dopo Nietzsche, non è più possibile mettersi a parlare di volori tradizionali. Per questo Nietzsche è stato un distruttore, ma anche un redentore. È stato lui a distruggere lo stile accademico che prevaleva in ogni disciplina, il suo è stato un attentato ai vecchi sistemi della vita. Inoltre, dopo di lui, si può dire “tutto e niente”, così come scrive lui stesso nel primo capitolo di << Così parlò Zarathustra >>… Oggi, siamo tutti distrutti, per questo non è possibile ricostruire il passato, e non si può nemmeno pensare il domani senza tenere presente il tramonto della nostra civiltà occidentale. Consiglio a tutti di leggere << Il tramonto dell’occidente >> di Spengler per conoscere il nostro destino << predestinato >>.

 

– Perché scrivere solo in frammento?

 

Perché ogni frammento dice l’essenziale. Un pensiero frammentario, mirato su argomento, dice i suoi più svariati aspetti; invece, un pensiero sistematico ne mostra uno solo: e in quanto tale è l’aspetto impoverito della cosa scrutata. In Nietzsche, in Cioran, si esprimono tutti gli aspetti possibili della vita, con tutte le loro esperienze personali. Nello scritto sistematico o scientifico si parla in modo falso e autoritario, tutto in loro diventa un sistema totalitario, mentre il frammento è sempre esplosivo e libero.

 

– Quali sono i filosofi che lo hanno interessato di più?

 

Sicuramente Nietzsche, Spengler, Cioran, Heidegger… In loro mi interessa solo il lato artistico. Quando li leggo, innanzitutto cerco il caso: nello scritto, nella letteratura, nell’opera d’arte, il mio interesse va soprattutto in ciò che è fugace, labile, transitorio, un po come la nostra vita, destinata a crollare, per questo mantengo la mia vita nel pericolo costante…

 

– Che ne dice dei filosofi del passato?

 

Non posso dire di conoscerli a fondo, ma nel complesso credo che tutti i filosofi compreso Cristo, in quanto pensatori praticavano una vita che esce dal dogmatico.

 

– Lei parla di dominio della tecnica?

 

Noi agiamo soltanto sotto il fascino e il dominio della tecnica, in una società che ha come utopia la felicità e il benessere, ma non ci si rende conto che è minacciata dalla sclerosi e dalla rovina. L’utopia della tecnica, è la costruzione di sistemi sociali perfetti; ciò che manca all’occidentale per riconoscersi come vittima del destino fatale della tecnica, è il pensiero della metafisica tramontato. Stiamo fabbricano sistemi sociali, senza conoscere le nostre radici, quindi senza tenere conto della realtà. Questa produzione costante di sistemi di ogni genere ci porterà all’orrore.

 

– La tecnica, per così dire, è il problema di un potere immanente alla società non trascendentale. Che cosa è il potere in generale per Stornello?

 

Il potere di ogni genere è una cosa terribile. Terribile come un Hitler che riesca a diventare un führer. È come portare una divisa; quando si porta una divisa ci si crede in vantaggio sugli altri uomini, e si inizia a disprezzarli. Questo è il potere. Dominare è un piacere, un vizio. L’uomo desidera il potere sin da sempre, invece è la donna che tiene il potere sin da sempre. Per questo non esiste un dittatore o un capo assoluto che non ha alle spalle una grande donna. Aggiungo, che il potere è diabolico: per questo se esistesse un diavolo, per la sua natura da tentatore deve essere per forza una donna.

 

 

Finisco dicendo chi sono: << Io sono solo il risultato della volontà di potenza; la volontà di potenza si pensa in me >>. Stornello, Acate (Rg).

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