“Il bell’Antonio. Tra romanzo e film”. A cura di Giovanna Carbonaro

Redazione Due, Acate (Rg) 10 novembre 2015.- “Il rumore di quello scandalo fu avvertito da tutta Catania come un boato dell’Etna.                                                                 Antonio Magnano, il figlio di Alfio, il nipote di Ermenegildo, il bellissimo giovane che faceva alzare lo sguardo dal messale alla più santa delle ragazze, Antonio dagli occhi sempre addormentati, e chi non li conosceva? (levavano una mano al disopra della testa per indicare ch’era alto o se la passavano dolcemente lungo le guance per dire che aveva un viso perfetto), Antonio, sì, proprio lui, quello, esattamente quello e non altri, ebbene Antonio con la moglie…niente! Vi dico niente! Assolutamente niente! Barbara Puglisi, dopo tre anni di matrimonio, non sa ancora cosa sia grazia di Dio”[1]. Questo brano è tratto dal romanzo Il bell’Antonio (edito per la prima volta da Bompiani nel 1949) del nostro scrittore conterraneo Vitaliano Brancati. È la storia di un bellissimo giovane catanese, che durante il ventennio fascista, si trova a dover nascondere un terribile segreto: è impotente. Nonostante convoli a nozze non riuscirà a superare il suo stato d’impotenza e questo farà scoppiare uno scandalo nella Catania benpensante, ipocrita e fascista degli anni’30. La microstoria del protagonista Antonio Magnano si lega alla macrostoria del regime fascista, che, nel massimo della sua apoteosi, predilige e afferma valori vuoti, come il sesso e la forza bruta. In questo romanzo si assiste infatti ad una feroce satira da parte di Vitaliano Brancati contro il Fascismo e i suoi valori. Ma si assiste anche ad una critica alla società siciliana, che si basa sull’apparenza piuttosto che sull’essere. Infatti Antonio Magnano è costretto dagli altri a portare la maschera di seduttore e tombeur de femme, viene invidiato per ciò che egli appare. Nessuno sospetta del terribile male che lo affligge. La storia comincia a Roma nei primi anni Trenta. Antonio Magnano è un giovane uomo bellissimo, che, come gli altri suoi amici siciliani, è approdato nell’ Urbe per cercare di far carriera politica. Ma dopo alcuni anni di inconcludenza lavorativa, viene richiamato nella natia Catania dal padre Alfio, che gli ha combinato delle nozze con una ricca signorina figlia di un notaio, la giovane Barbara. All’inizio Antonio è contrario, ma vedendola si innamora a prima vista e le nozze sono subito celebrate. Passano gli anni e tutto sembra filar liscio quando, tramite una domestica, scoppia un terribile scandalo: Antonio è impotente e il matrimonio non è stato consumato. Lo scandalo travolge la famiglia dei Magnano, anche perché il padre di Barbara, per interessi economici, fa addirittura annullare il vincolo matrimoniale dalla Chiesa per far risposare la figlia con il ricchissimo duca di Bronte. I risvolti sono drammatici perché Alfio Magnano per recuperare l’onore perduto si dà ad una morte esemplare, morendo sotto i bombardamenti aerei degli alleati a casa di una prostituta. Antonio invece si strugge per la propria impotenza e per l’amore perduto per Barbara, rimanendo indifferente agli eventi storici (caduta del Fascismo e sbarco degli Alleati) che investono la sua città. Nel 1960, dopo vent’anni dall’opera letteraria, il regista Mauro Bolognini, con la sceneggiatura di Pier Paolo Pasolini, realizza la trasposizione cinematografica intitolata sempre IL BELL’ANTONIO. La novità del film è che la storia è ambientata a fine anni’ 50 anziché negli anni ’30. Vi è stata una spoliticizzazione della storia a favore del dramma personale del protagonista, interpretato da un bellissimo Marcello Mastroianni. Ma chi è questo Antonio? Antonio è un uomo dall’aspetto bellissimo ma al contempo è un inetto, che non riesce a reagire e soprattutto non riesce a liberarsi dalla maschera di seduttore che gli altri gli hanno cucito addosso. Antonio non è solo impotente fisicamente ma anche moralmente. Non riesce a concludere nulla. A Roma non riesce a far carriera politica. A Catania si disinteressa dei propri possedimenti terrieri. Il suo unico pensiero è quello di riuscire ad essere uomo come gli altri. Compiere l’atto sessuale è il suo unico pensiero. Il suo stato di impotenza è dovuto soprattutto alla società in cui è nato e cresciuto. La società siciliana dedita all’apparenza e non all’essenza, una società ipocrita e falsa, che produce solo fumo. Antonio è vittima degli altri più che di se stesso. È vittima della società siciliana. Qui sorge un’amara riflessione sul nostro modo di essere che a distanza di più di mezzo secolo sembra non esser mai cambiato. Noi siciliani siamo il popolo più bello della terra ma abbiamo anche un grossissimo difetto: “amma a cumpariri sempri e comunqui”[2]. Dobbiamo apparire sempre migliori degli altri, dobbiamo ostentare ricchezza e benessere, dobbiamo far provare invidia. È un meccanismo che ci inculcano fin da piccoli e da cui è difficile uscire. Ed ecco che ci si ritrova con una cura maniacale del vestiario, borse e scarpe griffate, automobili di lusso, aperitivi e ristoranti, insomma una vita da jet set internazionale. Antonio è schiavo dell’apparenza come tutti noi. Ora perché leggere il libro? Perché guardare il film? Semplicemente perché è una storia che ci accomuna, perché siamo tutti afflitti da impotenza e portiamo delle maschere per timore del giudizio altrui. Perché in fin dei conti siamo tutti degli Antonio Magnano.

 

Giovanna Carbonaro:

“Tesi di laurea magistrale in Italianistica, Culture europee, Scienze linguistiche, Bologna, 2015”.

 

[1] Vitaliano Brancati, Il bell’Antonio, con una nota di Leonardo Sciascia, Milano, Mondadori, 2005, p. 177.

[2] “Dobbiamo apparire sempre e comunque” (traduzione).

 

 

 

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