“Il sorridente disincanto e l’emozione della memoria” di Antonio Cammarana

Redazione Due, Acate (Rg), 6 maggio 2016.- Non perdonerò mai a Gesualdo Bufalino di avere presentato Giufà, da sempre giovane nella fantasia di ragazzi e di adulti, ormai vecchio e col fiato in gola e di averlo alla fine assassinato. Ma gli sarò anche eternamente grato per avere creato un trancio di letteratura d’autore in cui si respira, rigo dopo rigo, la malinconica bellezza di un paradiso perduto, che solo il sentimento profondo di una fine irreversibile può generare.

E’ il migliore racconto di Bufalino la “ Morte di Giufà “, quello in cui confluiscono il suo stile alto, il fascino per uomini e cose della sua terra, l’intervento della memoria in una matura stagione della vita. Soprattutto il sereno e sorridente disincanto del vecchio scrittore, che osserva con distacco miti e leggende del tempo che fu.

Così Giufà è colto nel momento in cui stringe gli occhi e li chiude per addormentare la fame, la bestia intrusa nel suo corpo, che rosica da dentro con la visione di una scodella di fave, di un’acciuga salata…Ma, essendo gli anni passati, il gioco del miraggio che scaccia la fame gli riesce sempre meno. Allora decide di fare bottino in un pollaio poco distante. Con prudenza e fatica. Comincia a pesargli questa vita del prendi e fuggi. Avrà più di sessant’anni  Giufà. Era un garzone quando passò Giuseppe Garibaldi, gli erano spuntati i primi peli sulla faccia quando vide morto il brigante Salibba. Ma la sua, in fondo, non è stata una brutta vita, anche se non sono mancati i giorni duri, prendendo sulle spalle i colpi di bastone dei curatoli, evitando le lupare dei campieri e dei massari. Che ormai fanno finta di non vederlo, quando da un campo all’altro va in cerca di cibo. Come in questa notte di veglia, perché tutti attendono di veder passare sulla strada i corridori della Corsa Grande, la prima Targa Florio ( 6 maggio 1906), senza esporsi all’irrompere delle autovetture.

Ma Giufà non è a conoscenza della gara, perché non sa leggere: pensa piuttosto alla gallina e alle uova, che daranno sollievo al suo stomaco. E, quando riesce a prenderle, uova e gallina finiscono nascosti tra petto e camicia. Così può riposare: e riposando pensare alle ragazze e alle donne mature della sua giovinezza. E alla vedova Arcidiacono in particolare: la quale, con la scusa di fargli falciare la malerba davanti al cancello, lo portò a letto nuda e grassa come una vacca.

Ora che Giufà ha pensato per intero al suo passato beve i tre tuorli d’uovo, volendo arrostire la gallina presa qualche ora prima nel pollaio. Si alza, allora, per raggiungere la casa cantoniera abbandonata di là dalla strada, dove è certo di trovare un coltello, delle frasche, due bacchette: queste ultime per fare uno spiedo. Ma, accecato dai fari di un’ autovettura, invece di evitarla, le va incontro e da questa è travolto assieme alla gallina che desiderava mangiare.

Così se ne va Giufà, debole eroe di bambini e ragazzi, di adulti e vecchi di un mondo in cui si mangiava pane per cibo e mollica di pane per companatico; e la mollica al pane sopravviveva, umida e molle, per dare, alla fine dell’asciutto pasto, fugace gusto di chissà quale immaginario dolce al palato. Ma ora che è morto, di Giufà davvero non scorderemo la pezza di tela d’Olanda, che vendette ad una statua; le due fave, che mise a cuocere e mangiò per gustarle; i ladri, che volse in fuga parlando e rispondendosi da solo; la vita pellegrina, che condusse; i sonni di ventura che fece; le aie dei campi; le vanedde di paese; le uova e le galline, che prese in barba a campieri e a massari.

Perché banchetta felice nella terra del mito.

E, leggendo “ Carri di notte “, un’impressione forte mi dura, né abbandonarmi vuole. Che Bufalino, cioè, a Giovanni Verga sia vicino per il concetto dei carri di notte; a Ignazio Silone per quello dell’iniziazione al viaggio col padre: che all’alba comincia per lo scrittore dei cafoni e di notte per lo scrittore di Comiso. Regalandoci , alfine, una scheggia di passato – vera emozione della memoria – in cui la realtà del lavoro per l’adulto era dura fatica quotidiana, per il ragazzo scoperta di un mondo sconosciuto.

In Verga i carri passano per le strade, la gente all’interno delle case li vede o li sente la sera o la mattina, alla fine o al principio di una giornata. I carri indicano il movimento in opposizione all’immobilità, la realtà lontana nuova e diversa in opposizione alla realtà vecchia e sempre uguale del proprio paese. C’è qualcosa d’indefinito, d’indeterminato nell’andare e venire dei carri di cui parla il Verga. Di oscuro, di sconosciuto. E d’ignoto. Ma, nello stesso tempo, i carri mettono in moto l’immaginazione di chi vuole farla finita con quel mondo e da esso si sradica.

A Bufalino le invisibili ruote dei carri di notte fanno tornare alla mente tutte le viuzze, tutti i rusticani e mirabili monumenti che ha visto da ragazzo e da adulto: case cattedrali palazzi a Spaccaforno, a Giarratana, a Vittoria, a Monterosso, a Biscari, a Modica, a Ibla, a Ragusa, a Scicli. Ma scoramento gli provocò lo sparire dei carri dietro il muro tenebroso dell’orizzonte, avendo sentito parlare d’imboscate, di nomi di briganti e di gole tristemente famose perché propizie agli agguati. La prima volta che il padre, fabbroferraio, lo portò con sé a vendere, nella Piazza di Biscari, gli strumenti di lavoro per i contadini.

Alle due di notte Gesualdo partì con il padre sopra un carro per strade fredde e deserte, il cui silenzio era rotto, di tanto in tanto, dalla nenia del genitore e del carrettiere. Incrociarono altri carri, i cui lumi si sfiorarono nell’angusta carraia, sparendo a poco a poco dietro l’orizzonte. Il cuore di Gesualdo batteva per paura di brutti incontri, ma per fortuna sua e degli altri che gli stavano accanto solo il vento sentirono e le gocce dell’acqua che, scrosciando sempre più forte, li costrinse a trovare riparo in un fondaco. Fin quando, dopo la pioggia, ripartirono, arrivando nella piazza di Biscari il giorno del Patrono. E, mentre il padre si apprestava a vendere la sua mercanzia di vomeri, falci e zappe, per lui, in un primo momento, fu bello perdersi, tra il suono delle campane, lo sparo dei mortaretti, i canti dei devoti, in mezzo alla folla, per essere poi attratto dalle viuzze dalle case dai palazzi dalla Chiesa Madre.

Ignazio fu svegliato dal genitore quando era ancora buio, fece colazione in compagnia della madre, venne da lei accompagnato al carro tirato dai buoi sopra il quale suo padre caricava l’aratro, il sacco del fieno, i barili d’acqua e di vino, il canestro col cibo. Contadini su altri carri li precedevano e li seguivano sulla strada. Incontrandosi si salutavano con un piccolo cenno del capo. Ma la bellezza di quella giornata fu turbata, quando il padre si accorse di non avere portato con sé del tabacco. Dimenticanza grave, perché avrebbe dovuto trascorrere tutta la giornata senza fumare. Arrivati al campo, prima di far muovere i buoi per il primo solco, il padre, visibilmente contrariato, gli diede una moneta da offrire al primo che passava in cambio di un sigaro.

Avvilimento e torpore presero Ignazio seduto sul ciglio erboso del canale, che separava il campo dalla strada. Ma quanto grande fu la sua gioia quando ottenne mezzo sigaro da un contadino vestito di stracci, che anni dopo rivide ammanettato tra due carabinieri e al quale andò a fare visita al carcere, regalandogli una scatola di sigari!

Sia in Bufalino che in Silone avvertiamo la gioia di scoprire il mondo in cui si muovono i loro padri e di andare insieme a loro; anche se il primo preferisce perdersi in mezzo alla folla del paese in festa, mentre il secondo dovrà trascorrere notevole parte della giornata in attesa che passi qualcuno che abbia un sigaro per il genitore.

Antonio Cammarana

 

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