La cultura si mangia. Riflessione di una prof…

“La Divina Commedia non si mangia”, affermò Giulio Tremonti, super Ministro dell’Economia e delle Finanze del governo Berlusconi nel non troppo lontano 2011.

Il che era come dire “Con la cultura non ci campi, non ti dà da vivere. Che ci stai a fare a scuola? Vatti a cercare un lavoro qualunque, subito.”

L’opera di demolizione del senso e dei fini dell’istruzione -iniziata per la verità ben prima dell’era Tremonti-Brunetta-Gelmini- prosegue tuttora brillantemente, a dispetto delle ipocrite apparenze, dritta dritta verso lo scopo finale: sottovalutare e perfino disprezzare (o se volete de-prezzare) la formazione scolastica (soprattutto umanistica), facendo passare il messaggio che una solida preparazione culturale lascia il tempo che trova, che non è spendibile sul mercato, che è perdita di tempo, che il contesto attuale richiede altro ai giovani. Flessibilità, disponibilità al cambiamento, creatività, competenze tecnologiche, mobilità, adattamento. Il resto, solo chiacchiere.

Laura è una ragazza di quinta liceo, mia alunna. E’ allegra, positiva, ha la patente di guida e pratica sport. E’ attenta e curiosa durante le lezioni in classe. E’ tecnologicamente espertissima.

Ma senti che le manca qualcosa: le mancano le basi, di tutto.

Perché Laura non ha mai letto un libro in vita sua.

Pochi giorni fa, durante la ricreazione, mi si accosta e mi dice: “Lei che ci invita sempre alla lettura, potrebbe consigliarmi un libro col quale cominciare? Tenga conto che non ho mai letto nulla in vita mia, nemmeno Topolino.”

Superfluo dire che Laura usa magistralmente facebook, twitter, whatsapp, e tutte le altre applicazioni dell’inseparabile smartphone, annesse e connesse.

Ma Laura non è Laura. Laura sono tutti. Tutti quelli a cui pensava Tremonti quando pronunciò quella frase. Tutti quelli a cui si rivolgono coloro che intimamente condividono quell’affermazione, e non sono pochi…

Così, su due piedi, le suggerisco “Il giovane Holden” di Salinger, e lei se lo annota diligentemente sul diario. Lo comprerà mai? -mi domando- Lo leggerà mai? Non ha mai letto né Pinocchio né Piccole donne, come fa a incominciare da Salinger?

E invece lo ha comprato, e lo ha letto.

Dopo due settimane Laura compie diciottanni, e in classe mi mostra il primo libro che ha ricevuto in regalo in vita sua. “Cent’anni di solitudine” di Garcia Marques, in edizione economica. “Pensa che potrebbre piacermi?”, mi chiede. “E’ un capolavoro- le rispondo- non potrà non piacerti”.

Il virus della lettura e della Cultura ha incominciato, anche se tardivamente, il suo contagio.

Faccio una lezione sul fondamentalismo religioso e cerco di spiegare cos’è l’Isis, in cosa crede e cosa vuole ottenere. I ragazzi (sempre di quinta, maggiorenni, votanti e automuniti) non hanno la più pallida idea di dove si trovino la Siria, la Turchia, e Stati confinanti. Qualcuno mi dice che potrebbero essere vicini alla Cina. Qualcun altro chiede il permesso per andare al bagno.

E la jihad? Cosa vuol dire essere jihadisti? Silenzio. Glielo spiego. Glielo faccio cercare su Wikipedia. Finalmente lo sanno. E cominciano forse a capire che il tablet, o il pc, o lo smartphone servono anche ad altro, oltre che a chattare con il ragazzo e con gli amici.

E perché Schopenhauer era così pessimista? E Leopardi? Andiamo insieme a vedere “Il giovane favoloso” di Martone -che ne dite?- e poi ne discutiamo…

Ma allora non esiste solo il fantasy, perbacco! Si può andare al cinema non solo per ridere, ma anche per pensare, chi l’avrebbe mai detto?

Ecco il testo di “Bocca di rosa” di Fabrizio De Andrè, ascoltatela e ditemi chi sa cogliere le analogie con la filosofia di Nietzsche…Praticamente tutti: mi vomitano addosso parole e riflessioni, domande e tentativi di risposte…Sento lo sfrigolare delle loro menti in gioiosa attività, finalmente…E’ un successo…

Un’insegnante presuntuosa o sprovveduta potrebbe essere tentata di credere che questi giovani si siano innamorati di lei. Gravissimo errore. Non è vero. Si stanno innamorando della Cultura.

Del sapere critico, aggiornato, approfondito, appassionato, che solo la scuola è in grado di trasferire e trasmettere. Non le famiglie, ahimè. Meno che mai la tv, supeficiale e sempre più insulsa e banale.

Questi giovani si sono semplicemente innamorati del proprio cervello. Un patrimonio che non avrebbero mai scoperto di avere se non ci fossero stati i banchi di scuola, e le ore di lezione, e gli insegnanti di ogni disciplina impegnati a stanarlo, a coltivarlo, a farlo germogliare e fiorire.

Un cervello che, allenato a dovere, potranno applicare, usare e far fruttare in qualsiasi campo vorranno cimentarsi: le scienze, la giurisprudenza, la tecnologia, la letteratura, l’arte…

Questo è il compito prioritario della nostra scuola, in parole poverissime.

Questa è la scuola che -senza tralasciare la necessaria preparazione scientifica, linguistica e teconologica- si ostina ancora a innalzare il vessillo della Cultura contro i troppi detrattori, pragmatici sostenitori dell’utile materialistico che è destinato a scoprirsi nudo in assenza di un vero significato che lo ricopra.

Questa è la scuola che si impegna giorno per giorno, ora per ora, a trasformare degli “anoressici culturali” in giovani consapevoli di sé e della realtà che li circonda, preparandoli a diventare “attori” del cambiamento politico-sociale, e non semplici spettatori acritici e passivi.

Questa è la scuola dei giovani disorientati e spesso viziati, che brancolano nel buio e cercano punti di riferimento che nessuna teconologia digitale può offrire, ma che spesso trovano un senso attraverso il dialogo quotidiano con insegnanti-guida capaci di aprire la mente alla riflessione su se stessi e sul mondo.

Questa è la scuola dei docenti sbeffeggiati e vilipesi da una società e da una politica che disconosce il loro ruolo vitale nella formazione delle future generazioni.

Questa è la scuola che deve lottare per la sua sopravvivenza dentro Comuni Province Regioni e Stato che hanno ridotto sempre più all’osso i finanziamenti per Istruzione e Cultura, e che sta facendo i salti mortali per mantenere una decente offerta formativa.

Questa è la scuola che di certo ha molto da rimproverare a se stessa e molto da migliorare, ma fuori dalla quale è senz’altro difficile intravedere speranze di crescita sociale e nuovi orizzonti di significato esistenziale.

La Divina Commedia si mangia, eccome, signori governanti.

La Scuola lo sa, e lo ulula da decenni alla Politica, inascoltata. Sarebbe tempo per la Politica prenderne coscienza e agire conseguentemente, prima che sia troppo tardi. I nostri governi finora non hanno voluto o non sono stati capaci di comprendere che il PIL italiano si chiama arte, paesaggio, storia e cultura, e che se si investissero in questi campi la maggior parte delle risorse economiche, saremmo un paese florido e orgoglioso di se stesso.

Ma senza un’efficace formazione dei giovani non ce la possiamo fare. Senza un’adeguata valorizzazione della scuola e dell’istruzione non possimo andare da nessuna parte.

Senza la Divina Commedia, per dirla con Tremonti e coi suoi numerosi seguaci, noi italiani non cresceremo di un millimetro. Continueremo a tradire la nostra natura e la nostra vocazione più profonda, e il nostro status innato, che è quello del giocatore che ha un poker d’assi servito al tavolo da gioco dell’Europa e del mondo intero: cioè essere il luogo con la maggior concentrazione di capolavori artistici e paesaggi naturali mozzafiato al mondo. Un patrimonio culturale che oggi produce un modesto reddito nazionale, e che potrebbe essere immenso, se solo si volesse.

E si deve volere.

Questo, e non altro, sarebbe il vero senso di quel “Cambiare verso all’Italia” di cui si sente dire a ogni angolo di strada, di giornali e di tv: prendere coscienza di sé, guardandosi bene dal tagliare le gambe a un sistema scolastico-formativo che ha già pagato prezzi altissimi, troppo alti, alla miopia dei passati governi, più di quanto oggi possiamo permetterci, se non vogliamo compromettere irrimediabilmente il nostro futuro.

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