Autonomi: Un Jobs Act necessario

Per il Comitato Unitario delle Professioni si tratta di un primo segno di attenzione verso forme di lavoro non subordinato gravemente colpite dalla crisi economica. La presidente del Cup Marina Calderone: “Verso la pari dignità fra lavoro subordinato e autonomo. Ora l’equo compenso dei professionisti”

Roma – “Il Jobs Act degli autonomi colma almeno in parte un ritardo non più tollerabile sia per ragioni di ordine propriamente costituzionale sia per quelle di natura economica, politica e sociale. Per la prima volta, in un provvedimento dai contenuti circoscritti, ma pur sempre organico e dotato di una visione di insieme, il Legislatore prende atto della necessità di occuparsi del lavoro professionale, del rilievo socioeconomico del comparto, della strategicità dell’investimento nei confronti di quella parte del mondo produttivo che si dimostra sempre più spesso come la più idonea a favorire processi di innovazione e di sviluppo della cd. “economia della conoscenza”. Così Marina Calderone, presidente del Comitato Unitario delle Professioni commenta il via libera definitivo del Parlamento alle “Misure per la tutela del lavoro autonomo non imprenditoriale”.
La riforma del lavoro autonomo costituisce un primo segno di attenzione verso forme di lavoro non subordinato gravemente colpite dalla crisi economica. Lungi dall’integrare ancora forme di notabilato locale, i ceti professionali italiani sono sempre più spesso costituiti da lavoratori intellettuali alla mercé di soggetti contrattualmente forti, in grado di imporre clausole vessatorie. Non a caso l’art. 3 del ddl si muove nella direzione di reprimere condotte abusive in grado di costruire gravi disequilibri contrattuali, fino a forme di vero e proprio sfruttamento. La giurisprudenza si è accorta del fenomeno e non ha mancato di iniziare una faticosa opera di riequilibrio (Cass., sez. lav. 22 settembre 2010, n. 20269). Anche il Legislatore ha intrapreso iniziative di tale segno, cominciando dai settori dove più macroscopici si sono manifestati gli abusi (legge 31 dicembre 2012, n. 233 sull’equo compenso dei giornalisti). Va considerata quindi come un’occasione persa il mancato inserimento, nel testo approvato dalla Camera dei Deputati, di un riferimento al diritto all’equo compenso e la conseguente nullità delle clausole contrattuali difformi.
“Tuttavia, la linea di intervento intrapresa dalla riforma”, spiega la presidente del Cup, “pone le basi per un successivo intervento legislativo a favore dell’equo compenso. Se il lavoro nella Costituzione è protetto in tutte le sue forme ed applicazioni e se il ‘lavoratore’ è il termine con cui ci si riferisce a tutti coloro che lavorano, senza alcuna distinzione di categoria, allora è di tutta evidenza che anche il professionista ha diritto a un compenso che sia correlato alla qualità e alla quantità del lavoro, ai sensi e per gli effetti dell’art. 36 della Costituzione”.
Insieme alla deducibilità delle spese per la formazione dei professionisti, il Cup saluta con favore anche la riaffermazione, all’interno del ddl, del principio di sussidiarietà che può favorire un processo di affiancamento e di progressiva sostituzione dei professionisti a branche dell’amministrazione pubblica sempre meno in grado di garantire soglie alte di qualità dei servizi e/o di protezione dei diritti dei cittadini. L’ordinamento già conosce numerose forme di attribuzione di funzioni di interesse pubblico ad ordini professionali, nonché la devoluzione di attività di rilievo pubblicistico a professionisti iscritti in albi. Si tratta ora di proseguire in questa direzione in un quadro sistematico, ed all’esito di una ricognizione condotta settore per settore, sulla base delle competenze già riconosciute dalla legge.

MARINA CALDERONE
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