Giordano Bruno: “Un filosofo contro”. Di Antonio Cammarana

Antonio Cammarana, Acate (Rg), 9 settembre 2016.- Alle prime luci del giorno 17 febbraio dell’anno 1600, Giordano Bruno si appresta a lasciare il luogo ultimo di detenzione e prende congedo dai padri religiosi, che, nella cella del carcere di Tor di Nona, a Roma, hanno tentato inutilmente di confortare la sua anima, insistendo sulla preghiera e facendo leva sulla fede.

Quando arrivano, gli uomini del braccio secolare spogliano Bruno dei suoi abiti, gli fanno indossare l’indumento penitenziale dei condannati a morte al rogo dal Tribunale dell’Inquisizione, gli applicano un boccaglio per serrare labbra e denti in modo che non possa gridare parole o imprecazioni contro coloro ( o colui) che, all’orribile supplizio del rogo, l’hanno ( l’ha) condannato; e per evitare quello che era successo l’8 febbraio dello stesso anno, in piazza Navona, dove, di fronte a tutta la Congregazione del Sant’Uffizio, dopo avere ascoltato la sentenza che condannava lui a morte e i suoi testi ad essere bruciati e ad essere messi all’Indice dei libri proibiti, Bruno aveva gridato:

-Forse con maggiore timore pronunciate contro di me la sentenza, di quanto ne provi io nel riceverla -.

Sta per spuntare l’alba. I membri ( ma non solo loro) della Compagnia di San Giovanni Decollato attendono Bruno fuori dalle mura del carcere e, in processione e con le torce accese in mano, lo accompagnano fino alla piazza di Campo dei Fiori, dove è stata approntata una catasta di legna e di fascine. Ne “ La cena de le ceneri “ Bruno aveva scritto, alludendo ad una lunga fila di religiosi, che portava i condannati a morte dell’Inquisizione verso il luogo del rogo, che, se fosse morto “ in terra catholica romana”, certamente sarebbe stato accompagnato da cinquanta o cento torce pure di giorno. Allora era stata una visione profetica, ora si trattava di una ben triste realtà, quella che fra non molto lo avrebbe visto nelle braccia della morte, che gli si sarebbe presentata con un aspetto terribile e straziante, perché era stato condannato non soltanto come eretico, ma anche come “ heretico impenitente, pertinace et ostinato”. E questo significava che, prima di essere raggiunto dalle fiamme, non sarebbe stato ucciso per strangolamento dal boia e che il suo corpo, lui vivo, sarebbe stato divorato dal fuoco, diventando un’ ardente torcia umana.

Gli esecutori materiali della condanna a morte lo spogliano della veste, nudo lo legano al palo al centro della legna e delle fascine. Il suo corpo, distrutto dalle fiamme, scende in basso come cenere vile, la sua anima sale in alto come alito di vita del pensiero per congiungersi con quell’Uno Tutto, infinita causa ed infinito effetto, punto di partenza e nucleo centrale di tutta la sua concezione del mondo e della vita.

Bruno è stato tenuto in carcere, a Venezia e a Roma, per complessivi otto anni; è stato sottoposto a tortura ( gli sono stati dati i tratti di corda ); non ha ritrattato le sue dottrine; intatta è rimasta la sua filosofia, frutto del fuoco divino che lo abitava;

il suo punto più alto ha raggiunto con l’opera “ De gli eroici furori”, ove convergono e si saldano temi metafisici e temi morali e dove viene descritto il lungo cammino iniziatico, che l’uomo deve compiere fino a raggiungere la suprema forma d’amore, l’eroico furore, che gli consente di contemplare la bellezza del più eccelso principio, l’Uno, e di fondersi e di essere tutt’uno con esso.

In un lontano giorno della seconda metà del Cinquecento, rivolgendosi all’Essere e al Sole suo simbolo, nel “ De triplice minimo et mensura “, Bruno aveva scritto:

“ O Tu, che alimenti nel cuore dell’uomo fiamme immortali; o Tu, che ingiungesti al mio animo di innalzarsi a tanta luce e di riscaldarsi a tanto fuoco; o Tu, occhio che vede tutte le cose, luce che fa vedere tutte le cose, innalzando gli animi alle stelle, dopo avere dissipato le tenebre; o Tu, che mantieni in vita tutti i viventi; o Tu, che rivelasti ai miei occhi lo spazio infinito e i veri mondi; o voi, stelle splendenti, non ci saranno luogo, sorte, tempo lontano dal mio punto di osservazione, non età che dimostrino i miei errori”.

Nel corso della lunghissima detenzione in carcere del filosofo di Nola, nel corso dell’estenuante processo, i giudici del Tribunale dell’Inquisizione hanno coscienza che Bruno è un intellettuale, un ingegno brillante, un pensatore famoso, (noto particolarmente nella patria di Lutero e della Riforma Protestante), un” filosofo contro”, che, con la sua filosofia infinitista, antitetica a quella della Chiesa, pone in dubbio il futuro della concezione cristiana del mondo.

Se è vero che l’assoluzione di Bruno avrebbe messo in discussione tutta la dottrina della Chiesa, è anche vero che la sua condanna a morte ne ha ottenebrato l’immagine in campo internazionale. Di fatto Bruno non ritratta , non abiura, non ha nulla di cui pentirsi.

Che cosa gli dà la forza di resistere, nella sua condizione intellettuale e umana di filosofo solo e in carcere da molti anni?

Scrive Matteo D’Amico, nel suo saggio su Giordano Bruno: “ Se ciò che Bruno ha visto è Dio, se Dio e non un sogno o uno spettro ha incendiato il suo animo, come può temere la morte? Se dietro i fenomeni e le apparenze, ovunque, si nasconde l’Uno, il Dio invisibile e infinito, perché cedere alle torture degli inquisitori? Se gli astri sono angeli o spirito e noi la loro ombra e il loro riflesso, perché temere le fiamme, il rogo, le urla, il dolore che passa e non dice la verità? “.

La morte per rogo di Giordano Bruno, filosofo ed intellettuale europeo di levatura mondiale, già alla fine di quello che è stato definito “ Il secolo di ferro”, per la Chiesa non è soltanto una sconfitta, ma una delle sue più grandi sconfitte e un crimine contro il libero pensiero che, se non ne azzera, certamente ne macchia il prestigio e l’autorità in campo internazionale: soprattutto in Inghilterra, in Francia e in Germania, dove Bruno, tra il 1581 e il 1591, è venuto in contatto con sovrani, regine, principi; con docenti e allievi delle più accreditate università; con tipografi stampatori editori, ovunque lasciando, ora tra incomprensioni e critiche feroci, ora tra consensi e adesioni sincere e profonde le sue opere maggiori e minori in latino e in italiano; e rivendicando sempre la sua posizione di filosofo libero da ogni forma di servilismo e di inchino al potere qualunque fosse il suo blasone, qualunque fosse il suo colore.

Un tempo profondamente religioso, anche se lacerato dalla Riforma protestante, lo ha bruciato vivo a Roma, in Piazza Campo dei Fiori; un secolo nobilmente liberale gli ha innalzato un monumento in bronzo nella stessa piazza che ha visto il suo corpo consumarsi tra le fiamme.

A eterna gloria della libera umanità pensante.

Antonio Cammarana

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