Giovannino Altamore: Il piccolo grande uomo

Era l’anno 2005 quando mi recai in una villetta alla periferia di Grammichele. C’era una storia di guerra da ascoltare, una storia straordinaria. Stavo raccogliendo le informazioni per scrivere il mio primo libro, “La cresta a coltello”, e quello sembrava il racconto più interessante e appassionante da narrare.
Mi accolse una coppia di anziani affabili e sorridenti. Lui Giovanni Altamore, bassino e smilzo, lei Maria Morello. Mi fecero accomodare in una divano, di fronte a loro, io armato di penna, blocchetto e registratore, loro della loro storia.
Era la tragica estate del 1943. Le forze militari del Regno d’Italia, sconfitte in Africa settentrionale, si apprestavano a difendere il territorio nazionale, martoriato dai bombardamenti anglo-americani. Il 10 luglio il nemico sbarcava nel golfo di Noto e in quello di Gela, scompaginando le difese italo-tedesche e avanzando verso l’interno dell’isola. A difesa di Vizzini Scalo c’erano alcune unità del Gruppo Rebholz, panzerdivision “Hermann Goering”, dunque tedeschi, mentre i militari italiani si erano in parte ritirati e in parte rifugiati nelle grotte e nelle gallerie del territorio. Controcorrente andò Giovanni Altamore, grammichelese classe 1921, un uomo coraggioso, un piccolo grande uomo che, invece di nascondersi, si offrì per difendere la sua terra, in contrasto con la fiumana di militari italiani che gettavano la divisa alle ortiche e fuggivano verso casa. Giovanni, chiamato da tutti Giovannino, non aveva dormito tutta la notte. Pensava al fatto che il nemico era sbarcato a Gela e avanzava velocemente. Sentiva, soffocati, gli scoppi dell’artiglieria provenienti da levante e da mezzogiorno. Iniziò a raccontare, con voce flebile, mentre io ero concentrato in ascolto:
«Il nemico era arrivato a Vizzini ed io avevo un nodo alla gola ed una fiamma che mi bruciava dentro. Non potevo rimanere a casa in attesa, senza fare nulla, dovevo combattere, dovevo difendere la mia terra. Il destino volle che io non potessi andare al fronte. Mi arruolai volontario nella Regia Aeronautica nel 1941. Fui destinato all’aeroporto di Vibo Valentia, dove fui addestrato come mitragliere della contraerea. Una notte piovosa, mentre ero di guardia, l’aviazione nemica bombardò l’aeroporto, distruggendo il casotto che serviva alle sentinelle per ripararsi. Fui inzuppato dalla pioggia per tutta la notte e come conseguenza sopravvenne la pleurite. Mi congedarono dopo meno di un anno di servizio perché inabile. Tornato a casa ripresi a fare il contadino. Ero innamorato di una ragazza di nome Maria Morello e le facevo una corte spietata. Apparteneva ad una famiglia di stato sociale superiore alla mia ed i suoi genitori non volevano concedermi la sua mano. Allora, ambedue decisi ed innamorati, scappammo, cioè facemmo la fuitina. All’inizio di quell’anno gli anglo-americani avevano aumentato la loro pressione sulla Sicilia con continui bombardamenti aerei, anche contro le abitazioni. Così decidemmo di abbandonare il paese e di rifugiarci nella campagna di zia Carmela, in contrada Costa Carbone, due chilometri fuori Grammichele nella strada per Caltagirone. Eravamo io, mia moglie Maria, i miei genitori e i miei fratelli.»
Altamore aveva sentito dire che gli americani erano entrati a Licodia e che a Vizzini Scalo si combatteva. Decise in quel momento di andare, di offrire la sua vita alla Patria. Così, quando il sole si era appena affacciato a levante, salutò la moglie dicendole:
«Vado a Grammichele, non ti preoccupare se rientro tardi, ho da fare.»
Giovannino andò a Grammichele e cercò il segretario del Fascio, l’avvocato Vincenzo Morello, per proporgli di organizzare la resistenza contro l’invasore. La Casa del Fascio in Piazza Umberto era chiusa ed in giro non si vedeva nessuno di quei signori che per vent’anni avevano portato la camicia nera.
«Nel momento della verità i vari gerarchi si erano dileguati: il notaio Antonino Vacirca, il commendatore Gaetano Gianformaggio, Rosario Aquilotti, Costantino Di Salvo, Michelino Murgo. Questi uomini si erano sempre riempiti la bocca di Patria. Poi, quando tutto stava crollando, la maggior parte dei fascisti, gerarchi compresi, si defilò. Andai alla Casa del Fascio e, con l’aiuto di mio fratello, ne forzai la porta, bruciai lo schedario dei tesserati, portai via il gagliardetto del Fascio e il busto in metallo di Mussolini per evitare che fossero presi dal nemico. Poi ruppi il lucchetto che bloccava la rastrelliera, presi un fucile 91 con i relativi caricatori, uscii e m’incamminai verso l’uscita del paese. In zona Conzo passava un camion tedesco della “Goering” che, alla richiesta di un passaggio, si fermò e mi fece salire a bordo, poi si avviò verso il fronte, a Vizzini Scalo. Il camion della Luftwaffe si fermò in contrada Maguli, davanti alla villa del barone Gaudioso. Mi fecero smontare dall’automezzo e fui accompagnato davanti ad un ufficiale che, all’esterno della casa, si stava rinfrescando i piedi dentro una bacinella di acqua fresca.»
Si trattava del capitano Robert Rebholz, barone di Bad Honnef, comandante del gruppo di combattimento tedesco che presidiava il settore di Vizzini, ala sinistra dello schieramento difensivo della divisione “Goering”. Era un uomo di 28 anni, dal viso scavato, alto, snello, con capelli lisci e castano chiaro, dal portamento signorile. Il capitano parlava l’italiano ed interrogò quel giovane volontario che, in controtendenza con i tanti, troppi militari italiani che buttavano le divise, indossavano abiti civili e fuggivano, voleva andare al fronte, desiderava battersi. Rebholz aveva visto molti italiani fuggire, privi d’ogni velleità bellicosa. A Vizzini aveva visto squagliarsi il reparto schierato tra il camposanto e la stazione di Vizzini Città. E questo italiano, con un arcaico fucile dello scorso secolo, era davanti a lui, da solo, per combattere!
«Il capitano Rebholz mi controllò i documenti e mi interrogò. Poi mi autorizzò ad andare in prima linea e due granatieri mi accompagnarono nell’avamposto che si trovava 500 metri oltre la ferrovia di Vizzini-Licodia, a sinistra della strada per Licodia Eubea. La postazione, coperta da alcuni alberi, era formata da una ventina di uomini e si distendeva sulle due colline di Campo Liberto. Era armata con un cannoncino e, più avanti, con tre mitragliatrici, ed era comandata dal tenente May, il quale parlava un discreto italiano. Questi mi ordinò di posare il moschetto e di trasportare le cassette di munizioni da un piccolo deposito verso il cannone, distante circa una trentina di metri.»
Altamore si trovò davanti a sé una valle coltivata a vigneti, con qualche casa di campagna, pochi mandorli ed un sentiero che da Campo Liberto andava verso sud, tagliando a metà la valle. Da lì stavano avanzando le truppe americane.
«Presi una cassa di munizioni per la maniglia, la trascinai strisciando per terra, quando cominciò il tiro dell’artiglieria e delle mitragliatrici dalla linea americana, posizionata sulle colline di fronte. Io ed i soldati tedeschi a me vicini sentimmo sopra le teste il sinistro sibilo dei proiettili e delle schegge che tranciavano i rami degli alberi, facendoli piovere al suolo. Il granatiere tedesco più vicino si sfilò l’elmetto grigio e lo mise sulla mia testa.»
Fu un gesto generoso e gratuito del militare tedesco, verso uno straniero che vedeva per la prima volta.
I mezzi e la fanteria americani non percorsero la rotabile, troppo scoperta, ma scesero nella valle, cercando dietro le case, gli alberi e gli speroni rocciosi, un riparo.
Più arretrate, le squadre di mortaisti della “Goering” rispondevano al fuoco nemico insieme agli 88. Lo scoppio delle granate americane era fitto e terrorizzava i tedeschi, i quali erano tutti stesi per terra, ma in posizione da proteggere con i loro corpi il giovane volontario italiano. Alcuni di loro furono colpiti da schegge e portati nella casetta rossa utilizzata come infermeria da campo, dove il medico militare e gli infermieri si prodigavano per curare le ferite.
«In coppia con un tedesco, ripresi a trasportare le casse verso le postazioni, sudando sotto il crudele sole di luglio. Il frastuono degli scoppi mi rese quasi sordo, ma non avrei capito comunque quello che mi farfugliava in tedesco il mio compagno di fatica.»
L’artiglieria americana allungò il tiro, mentre la fanteria, accompagnata da alcuni carri, avanzava in fondo alla valle, ormai a circa 150-200 metri dall’avamposto germanico.
«Il tenente May osservava al binocolo l’avanzata del nemico, poi mi passò il binocolo e, per la prima volta, vidi i soldati americani, nella loro divisa color mostarda, con i capi coperti da grandi elmetti. Li vedevo avanzare a balzi, con scatti brevi che terminavano dietro a qualche riparo naturale. I colpi dell’anticarro immobilizzarono alcuni corazzati nemici che rimasero fermi e fumanti a valle, mentre le micidiali MG innaffiavano di piombo i fanti nemici avanzanti.»
Si giunse ad una pausa quando il sole era al centro del cielo ed ardeva imparzialmente su tedeschi ed americani. Nell’avamposto tedesco i granatieri approfittarono per mangiare, tirando fuori scatolette di carne e gallette.
«Non avevo portato cibo con me, così rimasi appartato, ma subito i militari tedeschi si avvicinarono e fecero a gara per offrirmi una parte delle loro razioni.»
Poco dopo l’attacco americano riprese e la fanteria riuscì ad avanzare fino ad un centinaio di metri dall’avamposto, perdendo qualche uomo durante il percorso.
«Gli americani erano ormai vicini, quando il cannoncino sparò ad alzo zero, mentre un isolato fante americano riuscì ad avvicinarsi sparando all’impazzata col suo mitra. Gli zampilli di terra prodotti dai proiettili erano vicinissimi all’ardito nemico, il quale, però, si salvò nascondendosi dietro una casa. Il cannoniere ritenne di non dover sprecare un proietto per un singolo uomo, così cambiò obiettivo. Alla fine partecipai attivamente alla difesa della postazione, imbracciando il moschetto e facendo fuoco verso quegli uomini dal volto anonimo, venuti d’oltre oceano per fare la guerra.»
Alle 15,30 era giunto al comando di Caltagirone della divisione “Goering” l’ordine di ritirata della 6a Armata:
“Si dispone che la divisione Hermann Goering con la maggior parte delle forze deve agire verso l’aeroporto di Catania in modo da ristabilire in giornata la situazione da quella parte. Firmato generale Guzzoni”.
La pressione da sud di ben due divisioni e due brigate britanniche e di un gruppo tattico reggimentale americano era troppa anche per una divisione corazzata tedesca. Così il comandante di divisione, il gen. Conrath, decise di arretrare la sua ala sinistra da Vizzini a Grammichele e Caltagirone, per poi ritirarsi lentamente verso la nuova linea di resistenza che andava da Raddusa sull’alto corso del torrente Gornalunga, al Dittaino, nella confluenza col Simeto.
Dopo circa un’ora, il gruppo Rebholz ricevette dal comando di divisione l’ordine di ritirata per Militello. Rebholz, già sotto pressione dalla 51a divisione scozzese, doveva lasciare in paese una piccola retroguardia, possibilmente senza far scoprire la manovra dal nemico. Sulla strada per Militello doveva costituire delle postazioni di retroguardia nei pressi del Deposito della Regia Aeronautica e del casello di Mineo, col compito di ritardare l’avanzata del nemico.
«Il capitano Rebholz mi mandò a chiamare chiedendomi se volevo andare con loro, ma io risposi che dovevo tornare da mia moglie. Allora mi fece accompagnare con un autocarro fino alle porte di Grammichele, col rischio di subire un mitragliamento aereo. Giunto all’ingresso del paese, smontai dal mezzo, salutai e ringraziai i due tedeschi che mi avevano accompagnato. Lì vicino vidi una folla numerosa che stava svuotando il magazzino militare sito in Via Volta. Poi attraversai il centro abitato e mi avviai verso Costa Carbone. Giunto a San Arcangelo, appena fuori paese, fui fermato da un capitano dell’esercito italiano che, in preda ad una grande agitazione, mi puntava la Beretta. Era convinto che fossi un disertore e mi minacciò con l’arma, gridando: “A che punto si è ridotto il soldato italiano. Traditore, ti debbo uccidere”.
Per fortuna il capitano non sparò immediatamente, lasciandomi il tempo di spiegare la situazione. Ascoltata la storia, mi chiese scusa e mi lasciò andar via.
Al tramonto giunsi a Costa Carbone, nella campagna di mia zia Carmela, la quale, appena mi vide, inveì contro di me: “Unnastatu. Ppi curpa tò a carusedda nun vosa manciari”.»
Giovanni Altamore, con la camicia e i pantaloni strappati in più punti a causa delle spine e delle pietre su cui aveva strisciato, andò verso la moglie per abbracciarla, ma fu bruscamente respinto e rimproverato:
«Dove sei stato tutto il giorno?»,
chiese la moglie Maria.
«Sono andato al fronte a Vizzini per difendere la nostra Patria».
Maria si mise a piangere, dicendo:
«Non voglio essere baciata perché non mi vuoi bene, altrimenti non mi avresti lasciata sola in un giorno come questo».
Giovanni si era salvato dall’artiglieria americana. Si sarebbe salvato dalla collera della moglie?
Sopravvissuto alla tempesta della guerra mondiale, nel 1948 Giovanni Altamore aderì al PCI e nel 1949 divenne dirigente provinciale di Federterra. In Sicilia c’era un conflitto duro e spesso sanguinoso tra i latifondisti e i braccianti. Giovannino, figlio di contadini e idealista, difese con energia e coraggio i diritti degli ultimi, divenendo protagonista delle lotte contadine di quegli anni e venendo più volte arrestato e processato. Nel 1956 fu eletto nel Comitato Federale del PCI catanese. Nel 1961, per insanabili divergenze politiche, si dimise dal partito. Continuò, però, la sua attività sindacale da indipendente prima e nella UIL poi, rimanendo un punto di riferimento per i braccianti che richiedevano i loro fondamentali diritti.
Questa è la storia di Giovannino Altamore, un piccolo grande uomo.

Domenico Anfora – TUTTI I DIRITTI SONO RISERVATI, per copie contattare l’autore


BIBLIOGRAFIA
Altamore Giovanni, Anni di lotta –Esperienze sindacali e municipali nel latifondo siciliano (1948-1962), C.U.E.C.M., Catania 1990.
Intervista all’autore di Giovanni Altamore e Maria Morello, 2005.

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