Il welfare e i migranti, no alla guerra tra poveri

Ragusa, 15 dicembre 2014 – Le risorse per il welfare tradizionale (dai disabili alle nuove povertà, dagli anziani alle case famiglie per minori) sono in diminuzione. Al contrario, invece, di quello che accade per l’accoglienza e l’integrazione riservata ai migranti. Il rischio è di creare una vera e propria guerra tra poveri con strascichi conflittuali che potrebbero danneggiare, se non addirittura far saltare, l’intero sistema. E’ il grido d’allarme lanciato ieri mattina dal presidente della fondazione San Giovanni Battista, Tonino Solarino, che ha partecipato all’ottavo seminario di formazione per dirigenti Acli sul tema “L’impatto dei flussi migratori nel sistema di welfare locale. Il ruolo delle Acli”. Solarino ha poi posto un’altra serie di questioni. La prima riguarda i doveri di cittadinanza, che riguardano tutti, italiani e stranieri. “Se lo Stato accoglie, sfama, veste, offre strumenti sanitari ai migranti – ha detto – dall’altro non può poi tenere queste persone, per mesi e mesi, in condizioni di inattività. Può anche chiedere loro qualcosa. Da tempo ci stiamo adoperando affinché i Comuni possano utilizzare queste persone in attività di tipo sociale. L’altro grande tema è quello delle risorse. Lo Stato non può utilizzare l’emergenza per investire centinaia di milioni senza che si siano attivate le necessarie forme di controllo, affidando spesso ingenti somme a improvvisati operatori della cooperazione”. I lavori sono stati aperti dal presidente provinciale Acli Ragusa, Simona Licitra, che ha chiarito le ragioni per cui è stato scelto, quest’anno, un tema attuale, dibattuto e controverso. “Il dibattito – ha detto – è tutto incentrato sul fatto che il migrante sia produttore oppure consumatore di welfare. In realtà non vogliamo fornire risposte, ma vogliamo costruire insieme con tutti gli attori sociali (il settore della cooperazione, l’associazionismo, gli enti locali) quello che è il percorso più opportuno da intraprendere”. Il direttore della Caritas diocesana di Ragusa, Domenico Leggio, ha anticipato che saranno presentati domani i dati di una ricerca Inea sul settore dell’agricoltura nell’anno 2012-2013, “anche se non dobbiamo dimenticare – ha detto – che gli immigrati sono impegnati in questo ambito, nell’area iblea, dal lontano 1980. Vedremo come ci sono molti imprenditori che correttamente portano avanti la propria attività rispettando tutti, altri che, invece, utilizzano il lavoratore, sulla carta stagionale, 365 giorni l’anno. Un altro aspetto che metteremo in rilievo è che il welfare si basa sulla presenza degli immigrati perché anche attraverso i loro versamenti si contribuisce al sistema previdenziale, garantendo così la pensione pure a quegli italiani che in questi anni la stanno andando a maturare”. E’ intervenuto quindi Aurelio Guccione, presidente del consorzio “La Città solidale”, puntando l’attenzione sulla presenza dei migranti nelle carceri, circa i due terzi a Ragusa della popolazione penitenziaria, che fanno registrare la necessità di ogni tipo di assistenza. Interessante anche l’intervento dell’antropologo Alessandro D’Amato che ha riportato i dati di una ricerca condotta nel 2013, finanziata dall’Aido e svolta dalla cattedra di Antropologia culturale e medica dell’Università di Torino, per comprendere la percezione e la partecipazione delle comunità immigrate alla donazione degli organi.  “C’è un contributo essenziale – ha chiarito D’Amato – in quanto molte vite di cittadini italiani sono state salvate dalla donazione degli organi effettuata dai cittadini stranieri che vivono in Italia. E tutto ciò senza che siano state attuate particolari politiche di sensibilizzazione nei confronti di queste comunità. Nel settennio 2006-2013 si sono registrate circa dieci donazioni all’anno da parte di stranieri presenti in tutta l’isola”. Rosario Cavallo, vicesegretario nazionale vicario Fap Acli e vicepresidente regionale, ha poi parlato del sistema pensionistico e delle differenze esistenti in Italia rispetto agli altri Paesi europei. “In altri Stati – ha detto – ci si è pensato per tempo e quindi, nonostante le difficoltà, il sistema tiene a differenza di quello italiano che, invece, rischia davvero di saltare”. E’ intervenuto anche Giuseppe Fiorellini, componente della presidenza provinciale Acli di Ragusa. Molto apprezzato il saluto portato, come sempre, dal vescovo della diocesi di Ragusa, mons. Paolo Urso, che, riferendosi al tema scelto dalle Acli, ha spiegato come lo stesso meriti attenzione sia per quanto concerne il dibattito da attuare che il lavoro comune da concretizzare. A chiudere i lavori il presidente regionale Acli Sicila, Santino Scirè, che è anche vicepresidente nazionale, il quale ha affermato “che occorre rilanciare un welfare a colori, un welfare che vede al centro delle comunità locali anche molte famiglie composte da migranti. E quindi – ha aggiunto – partendo dalle prime agenzie educative, dalla famiglia, dalla scuola, è importante che le Acli forniscano un contributo non solo di sostegno ma anche culturale perché si registri una inversione di tendenza rispetto al tema dell’accoglienza e dell’integrazione”.

 

 

 

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