E-business. Soltanto il 7,6% delle imprese italiane vende online i propri beni e servizi

Analisi del Cenro studi ImpresaLavoro

Soltanto il 7,6% delle imprese italiane vende online i propri beni e servizi: un dato in leggero aumento rispetto al 6,7% del 2015 e al 5,3% del 2014 ma comunque ancora nettamente inferiore alla media degli altri paesi europei (17,80%). Lo rivela una ricerca del Centro studi ImpresaLavoro, realizzata su elaborazione dei dati della Commissione europea (http://impresalavoro.org/ business-76-delle-imprese- italiane-vende-online-propri- beni-servizi/).

Il nostro Paese si posiziona infatti al terzultimo posto in Europa, seguito soltanto dalla Romania e dalla Bulgaria dove le imprese che nel 2016 vendevano online erano rispettivamente il 7,4% e il 5,4% del totale. Al primo posto nell’utilizzo commerciale della Rete da parte delle imprese si colloca l’Irlanda (30,3%), seguita da Danimarca (27,7%), Svezia (26,8%) e Repubblica Ceca (26,6%). Rispetto ai loro principali competitor, le aziende italiane perdono nettamente il confronto anche con le imprese tedesche (26,2%), britanniche (19,40%), spagnole (19,10%), francesi (16,6%) e addirittura greche (10,2%).

In termini di valori degli scambi, in Italia le transazioni commerciali online costituiscono soltanto l’8,8% del totale. In Europa peggio di noi fanno soltanto Romania, Lettonia, Grecia, Cipro e Bulgaria. Anche in questo caso risultiamo nettamente sotto la media europea (16,4%) e molto distanti dalle grandi economie: Regno Unito (19%), Francia (16,7%) e Germania (14,4%). Su tutti spicca comunque il dato dell’Irlanda (35,1%), che si conferma un’economia particolarmente aperta al mercato digitale. Seguono il Belgio, dove le transazioni online rappresentano il 31,3% del valore totale delle transazioni effettuate, la Repubblica Ceca (30,5%) e la Norvegia (24%).

Elaborando i dati Eurostat, ImpresaLavoro osserva inoltre come al settore ICT appartengano soltanto il 2,9% delle nuove imprese nate in Italia nel 2014, per un totale di 9.600 nuovi posti di lavoro. Mentre per esempio nel Regno Unito, in quello stesso anno, sono state l’8,4% per complessivi 45mila nuovi occupati.

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