Economia iblea. Manenti: le nostre imprese hanno bisogno di organizzarsi diversamente

L’analisi dei dottori commercialisti e degli esperti contabili sulla situazione economica nell’area iblea. Il presidente dell’ordine Manenti: “le nostre imprese hanno bisogno di organizzarsi diversamente per entrare sui mercati internazionali. Altrimenti rischiano di scomparire”

Ragusa, 30 ago 2014 (italreport) – Tra il 2007 e il 2013 il Mezzogiorno ha perso 47,7 miliardi di euro di Pil. Nel 2013 il divario di Pil pro capite è tornato ai livelli di dieci anni fa, negli anni di crisi 2008–2013 i consumi delle famiglie sono crollati quasi del 13%, gli investimenti nell’industria addirittura del 53%, i tassi di iscrizione all’università tornano ai primi anni Duemila e, per la prima volta, il numero di occupati ha sfondato al ribasso la soglia psicologica dei 6 milioni, il livello più basso dal 1977. Una terra a rischio di desertificazione industriale e umana, dove si continua ad emigrare e non fare figli e a impoverirsi: in cinque anni le famiglie assolutamente povere sono aumentate di due volte e mezzo, da 443mila a 1 milione (dati Svimez). Il presidente dell’Ordine dei dottori commercialisti e degli esperti contabili dell’area iblea, Daniele Manenti, prende spunto da questo panorama complessivo per fare una disamina attenta su quello che sta accadendo anche nella nostra provincia. Il principale problema? “Gli imprenditori – dice Manenti – sono incoraggiati a rimanere piccoli, quando è ormai ovvio che per stare sul mercato hanno bisogno di una taglia più grande. Alcuni economisti stimano che un’azienda di 250 dipendenti crea in un’ora di lavoro tre volte più prodotto e più reddito (anche per gli operai) rispetto a un’azienda di soli dieci. Eppure da noi si incentivano ancora le imprese a restare nane offrendo contratti di lavoro meno blindati solo a chi assume non oltre 15 persone: così il lavoro diventa meno efficace, i prodotti meno competitivi e vendibili a prezzi bassi, dunque il fatturato cala, i compensi anche, crolla la domanda interna e non basteranno certo 80 euro a rianimarla. Le nostre piccole e medie imprese non riescono né a crescere né ad allearsi. In un contesto sempre più globalizzato, più competitivo, la dimensione delle aziende diventa una variabile strategica per poter entrare in nuovi mercati, perché soltanto attraverso nuove competenze, nuove conoscenze, attraverso l’innovazione di prodotto e di processo, attraverso adeguate politiche di sviluppo del proprio modello di business è possibile superare le strette barriere del mercato domestico ricordandosi sempre che per avere successo occorre focalizzarsi sul cliente ed essere “innamorati del prodotto”. Le aziende si piegano alla crisi ma devono rialzarsi”. Manenti fa poi un esempio, prendendo come riferimento il settore ortofrutticolo che è quello che produce la maggiore quota di ricchezza per la nostra provincia. “Se pensiamo di mantenere le quote di mercato che abbiamo avuto negli anni passati – prosegue – nonostante una diffusa riduzione dei consumi dovuta principalmente alla crisi economica che ha colpito anche il settore ortofrutticolo, senza pensare ad entrare in nuovi mercati, abbiamo un’idea completamente sbagliata di quella che è la situazione attuale. Oggi più che mai dobbiamo pensare ad un mercato internazionale. Ma per entrarci le aziende devono organizzarsi diversamente. E’ necessaria una maggiore diffusione della cultura d’impresa che significa principalmente rafforzamento di una cultura manageriale ancora troppo assente nelle nostre Pmi, introducendo concetti di pianificazione strategica, di organizzazione, ecc., il tutto nella giusta misura e profondità. Di fatto, questi sono gli elementi ineludibili in un mercato così difficile se si vuole veramente reagire in maniera seria e consapevole alla crisi economica che interessa quasi tutti i comparti.  Anche le Pmi iblee possono, attraverso le associazioni di categoria o professionisti competenti, cominciare a riflettere sul loro futuro cercando di fare emergere quelli che sono i loro punti di forza e le criticità su cui lavorare per ripartire. Ma purtroppo questo semplice tema che vedrebbe le Pmi cimentarsi con una più diffusa cultura d’impresa e che a mio parere le aiuterebbe a reagire in una prospettiva di sviluppo, non sempre è chiaro a tutti i nostri imprenditori i quali fanno poca strategia e numerose attività operative. I nostri imprenditori devono comprendere che la crisi è finita e che quella che stiamo vivendo sarà la nostra realtà per i prossimi anni. Se viceversa ci ostiniamo a non capire che è necessario un cambiamento radicale, le nostre imprese hanno un destino segnato: avranno lenta agonia o morte improvvisa”.

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