La strage di Caltagirone

Un crimine di guerra è tale sia se compiuto da un’unità di fanatiche SS tedesche, sia se compiuto da un reparto di riservisti americani.
Le immagini più viste e che più sono rimaste nella nostra memoria sull’invasione angloamericana dell’Italia durante la seconda guerra mondiale sono quelle di giovanotti stranieri sorridenti che distribuiscono cioccolata e sigarette ad una folla di italiani festanti. Questa è solo una parte della verità. L’altra parte racconta bombardamenti di obiettivi civili, violenze carnali, saccheggi, stragi.
Giustamente si è parlato molto delle stragi nazifasciste e alcune di esse, le più efferate, sono conosciute dalla maggior parte degli italiani: Boves, Fosse Ardeatine, Marzabotto, Sant’Anna di Stazzema, ecc.; ma fino a pochi anni fa chi conosceva le brutali imprese delle truppe coloniali francesi in Ciociaria e le stragi di Licodia Eubea, Piano Stella e S. Pietro di Caltagirone compiute dalle truppe americane? È stato molto difficile raccontare che anche il sorridente e generoso soldato americano, magari di origini italiane, possa aver compiuto degli spietati crimini, così come le truppe tedesche o giapponesi. È stato arduo convincere l’opinione pubblica che l’eroe protagonista dei film di Hollywood, spesso interpretato da attori popolari come John Wayne, non sempre corrisponde alla realtà. Grazie all’opera certosina di alcuni validi ricercatori, quali Fabrizio Carloni, Andrea Augello, Giovanni Bartolone e Gianfranco Ciriacono, questi tragici episodi sono saliti a galla, sulla base di testimonianze e documenti, i quali sono stati acquisiti anche dall’autorità giudiziaria.
Lo studioso americano Justin Michael Harris, nella sua tesi pubblicata nel 2009(*1), scrisse:
“I generali americani che alla fine della guerra stilarono un rapporto ad Eisenhower sui crimini commessi dai militari dipendenti verso i prigionieri di guerra avevano torto a ritenere che tali incidenti fossero stati rari. Le carenze delle regole di guerra, gli effetti cumulativi di stress da combattimento e le azioni sfrenate dei soldati nemici combinati, spesso spinsero i soldati americani ad uccidere i prigionieri. […] La storiografia americana nel periodo del dopoguerra confermava l’ideologia creata durante la guerra, basata sul credere alla giustezza della causa americana in Europa. Era una guerra necessaria tra il bene e il male, tra la democrazia e il nazismo, per il destino della civilizzazione occidentale: la buona guerra. Accettare il fatto che americani avessero ucciso prigionieri di guerra avrebbe aggiunto sfumature di grigio in una questione nera e bianca”.
Durante le ricerche condotte nel corso della stesura del mio saggio “Obiettivo Biscari”, io, Stefano Pepi e il tenente colonnello Giovanni Iacono ci siamo imbattuti in una testimonianza che riportava un’altra esecuzione perpetrata sempre dagli Americani del 180° reggimento fanteria, che faceva parte della 45a divisione sbarcata tra la foce del Dirillo e Punta Braccetto. Supportati dallo storico di Acate Antonio Cammarana e dal Senatore Andrea Augello, che ha trovato i nomi di tre soldati della milizia fucilati assieme ad altri cinque, abbiamo intensificato le nostre ricerche, arrivando a risultati, anche se non definitivi ed esaustivi.
Dalla testimonianza del signor Luigi Lo Bianco, contadino di S. Pietro di Caltagirone che all’epoca dei fatti era un ragazzo di 15 anni, si è appurato che, nella strada tra l’aeroporto (conosciuto dagli americani come Aeroporto di Biscari) e Caltagirone, in contrada Saracena, 7 soldati italiani, tra cui 3 camice nere, furono fucilati dagli Americani.
Approfondendo, inoltre, la lettura dei verbali della Corte Marziale Americana riguardanti i procedimenti del sergente West e del Capitano Compton, siamo risaliti alla testimonianza del cappellano militare della 45a divisione USA William E. King , colui che denunciò per primo le stragi di Biscari al Comando americano.
Il reverendo King dichiarò:
“Alle 13.00 del 15 Luglio 1943, mentre mi stavo recando al posto di Comando del 180° Reggimento di fanteria, a circa 2 Km a sud di Caltagirone, sul punto di coordinate 457454, ho osservato una fila di corpi stesi vicino al ciglio della strada principale in un piccolo vicolo, che confluisce sulla strada principale da est. Quando tornai dalla linea del fronte, mi fermai nel posto già citato e osservai con attenzione i corpi che avevo visto andando al fronte. C’erano 8 corpi di Italiani che erano stesi in fila, 6 a faccia in giù e 2 a faccia in su. Erano stati fucilati esattamente nello stesso modo di quelli osservati a sud dell’Aeroporto di Biscari, tranne che questi non erano stati sparati alla testa e che parecchi corpi avevano più di una ferita alla schiena e al petto”.
La descrizione minuziosa del luogo fatta dal Reverendo King e le coordinate contenute nel verbale inquadrano la scena di questo crimine nel vicolo Giuseppe Vella che si incrocia con Via Giombattista Fanales, cioè la strada che da Caltagirone porta all’Aeroporto di S. Pietro. La differenza tra i corpi notati dal cappellano King e quelli riportati dal sig. Lo Bianco è minima: l’americano parla di 8 corpi, il sig. Lo Bianco dichiara che i corpi erano 7; le località indicate sono molto vicine, lungo la strada Aeroporto di S. Pietro – Caltagirone, per cui potrebbe trattarsi dello stesso episodio, anche se non si può totalmente escludere che si tratti di due fucilazioni diverse. A questo punto potrebbe trovare convalida la testimonianza resa al dottor Michele Sinatra, ex direttore amministrativo dell’Ospedale Cannizzaro di Catania, nativo di Caltagirone e vissuto fin da bambino presso l’aeroporto di S. Pietro, dal signor Gesualdo Mineo, oggi defunto, che sosteneva che i fucilati della Milizia sopraindicati si trovavano insieme a 5 civili che vestivano di nero a causa di un lutto familiare, in contrada Saracena.
Degli otto militari italiani fucilati a Caltagirone e notati da King, tre sono stati identificati. Erano militi della Milizia Contraerea, considerati dispersi dopo lo sbarco, appartenenti alla 19a batteria da 76/40 del 31° Gruppo di stanza a Santo Pietro. Si trattava della camicia nera Luigi Poggio, nato a Genova il 21 Giugno 1905, della camicia nera Angelo Maisano, nato a Messina il 30 Settembre 1891 e del Vicecaposquadra Colombo Tabarrini, nato a Foligno nel 1895. Quest’ultimo, sposato e residente a Genova, era un reduce della grande guerra, invalido ai piedi per congelamento. Era stato in servizio presso una batteria contraerea attorno al capoluogo ligure, ma a causa di un dissidio con un capo manipolo era stato trasferito in Sicilia. Avrebbe potuto mettersi in malattia a causa dei piedi, ma preferì andare, perché al suo posto avrebbero mandato un altro camerata. In ritirata da S. Pietro, fu catturato probabilmente perché rallentato dai suoi problemi ai piedi e fucilato assieme a sette commilitoni (*2).
Il 180° reggimento trascorse due giorni nei pressi di Caltagirone, dove si incontrò con le truppe canadesi provenienti da Grammichele. Infatti, alle 4 del mattino del 16 luglio i fanti del 48° “Highlanders”, seguiti dai carri, erano entrati nelle devastate vie di Caltagirone, accolti in festa dagli abitanti che avevano subito due terribili bombardamenti aerei. I tedeschi erano andati via sei ore prima, andandosi a schierare sulla nuova linea del Gornalunga. La 45a Divisione di fanteria Usa, con valore e a costo di gravi perdite, aveva raggiunto i suoi obiettivi in sei giorni di duri combattimenti, ma i suoi militari si erano anche macchiati di almeno cinque gravi episodi, indubbiamente catalogabili come crimini di guerra, durante i quali avevano fucilato 89 prigionieri di guerra e 7 civili. Anche nei due anni successivi di guerra i soldati di questa divisione sarebbero stati ancora protagonisti di ulteriori crimini in altri fronti. Non era una unità d’elite o politica, ma proveniva dalla Guardia Nazionale e, dunque, era formata da riservisti, cioè da normali cittadini che svolgevano altri mestieri e che periodicamente si adunavano per svolgere addestramento.
Un anno fa mi contattò il nipote del caduto Colombo Tabarrini, Angelo Augugliaro di Genova, il quale mi chiese di accompagnarlo sul luogo in cui fu fucilato il nonno. Insieme a Salvatore Reale, appassionato di storia e conoscitore del territorio di Caltagirone, ho accompagnato Angelo e l’anziana madre Ada, figlia del caduto, condividendo quel momento di forte emozione. Quel luogo di morte ci dà l’opportunità di riflettere profondamente sulla insensatezza e sulla crudeltà della guerra che può trasformare in belva anche l’uomo più mite e onesto, l’uomo “normale”.


(*1) – “American Soldiers and Pow Killing in the European Theater”, Texas State University-San Marcos, 2009.
(*2) – Intervista concessa all’autore dal signor Angelo Augugliaro, nipote del caduto, il 13 luglio 2015.


© Tutti i diritti riservati – Domenico Anfora

Caltagirone, traversa di Via Fanales, luogo della fucilazione di otto militari italiani da parte di truppe americane il 15 luglio 1943.
Caltagirone, traversa di Via Fanales, luogo della fucilazione di otto militari italiani da parte di truppe americane il 15 luglio 1943.
Il vicecaposquadra della Milizia Contraerea Colombo Tabarrini. Alle spalle un cannone in postazione presso l'aeroporto di S. Pietro.
Il vicecaposquadra della Milizia Contraerea Colombo Tabarrini. Alle spalle un cannone in postazione presso l’aeroporto di S. Pietro.
Vista dall'alto di Via Fanales.
Vista dall’alto di Via Fanales.
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