Lavoro. Ricerca Cgil su professionisti: autonomi in cerca di tutele

Roma, 14 aprile – Si sentono e si identificano come professionisti, lavoratori autonomi nel 70% dei casi, interessati ad avere una maggiore continuità occupazionale, con più diritti e tutele, e compensi più elevati. Hanno poche o nessuna possibilità di contrattare condizioni e reddito, quest’ultimo per altro nel 45% dei casi sotto i 15 mila euro, e al sindacato, nel quale credono, chiedono un’azione contrattuale inclusiva e di poter contare. È in sintesi il quadro che emerge in “Vita da professionisti”, una ricerca rivolta ai professionisti non dipendenti, di qualsiasi settore, che operano come autonomi o con qualsiasi forma contrattuale a termine, discontinua o precaria, realizzata dall’Associazione Bruno Trentin con il contributo e il supporto della Consulta delle Professioni della Cgil e della Filcams Cgil.

Una ricerca condotta su di un campione rappresentativo dell’universo dei circa 3,4 milioni di professionisti in Italia, ‘pesato’ rispetto ai dati Isfol, frutto di 2.210 questionari raccolti (per 1.620 validi) così suddivisi: il genere è stato composto per il 58,4% da uomini e il 41,6% da donne; l’età contesa tra pochi giovani e classi centrali, per il segmento tra i 30 e i 45 anni, pari al 42,9% del campione; con titolo di studio costituito per il 46% da diplomati e il 53% da laureati o più; distribuiti su tutto il territorio nazionale, con concentrazione nelle grandi città come Roma, Milano, Torino, Bologna e Napoli; infine diviso tra professioni regolamentate (35%) e non regolamentate (65%).

Per quanto riguarda la natura contrattuale, il quadro che emerge dalla ricerca della Cgil vede un 46,2% con ‘attività individuale con partita Iva a regime normale’, un 22,7% con ‘attività individuale con partita Iva a regime di contribuzione minima’ e un 5,2% con ‘attività di impresa con partita Iva’. Per un totale di 74,1% con partita Iva a vario titolo mentre il restante del campione si struttura così: 18,1% di parasubordinazione, 3,8% di cessione di diritti di autore, 2,6% dipendente e 1,4% di inserimento al lavoro. (Qui l’infografica). Alla domanda ‘per quanti committenti lavori?’, il campione della ricerca di corso d’Italia ha così risposto: ‘per un unico committente’ il 17,3%, ‘per più committenti (datori di lavoro) di cui uno principale’ il 33,3%, mentre quasi la metà, il 49,4%, lavora ‘per più committenti’. La ricerca sottolinea quindi come il 30% della platea riceva l’80% o più del proprio reddito da un unico committente, così come si registrano livelli di reddito più alti per chi ha più committenti. (Qui l’infografica).

Quanto all’autodefinizione, alla percezione di sé nel mondo del lavoro, il 68,5% si sente ‘un professionista/lavoratore autonomo con scarse tutele’ (il 13,6% ‘un professionista/lavoratore non regolarizzato’ e il 17,9% ‘un professionista/lavoratore autonomo’). Tra le mire spicca l’avere una maggiore continuità occupazione con più tutele per il 51%, un compenso più elevato per il 34% e un lavoro stabile con contratto a tempo indeterminato per il 15,1%. (Qui l’infografica). La ricerca Cgil osserva quindi come “la maggior parte non si percepisce in una condizione di falsa autonomia ma come un professionista indipendente che opera sul mercato, col bisogno di continuità occupazionale, più diritti e tutele, compensi più elevati”. Si traccia poi un profilo di chi si sente un ‘dipendente non regolarizzato’, ovvero: mono committente con reddito basso, in professioni non ordinistiche e con contratti soprattutto parasubordinati (più delle partite Iva); per quanto riguarda le professioni, sono sopratutto nei settori dell’informazione ed editoria e nell’archivistico e bibliotecario.

In conseguenza, la ricerca valuta l’ ‘autonomia’, composta da una combinazione di reddito proveniente dal committente principale; sedi, orari e strumenti di lavoro; la scelta della tipologia contrattuale. Emerge così che poco meno della metà di questo universo di lavoratori, ovvero il 46,7%, registra un’autonomia ‘alta’, cioè nessun fattore da rispettare; a seguire il 19,7 ‘media’ con un fattore da rispettare; bassa il 16,4% con due fattori da rispettare; e infine ‘nessuna autonomia’ per il 17,2%. (Qui l’infografica).

Sul fronte della disoccupazione, riferita al 2013, il 50,9% non ne ‘soffre’, il 37,4% l’ha subita dai due ai sei mesi mentre l’11,8% da sette mesi a un anno. La ricerca sottolinea come i contratti più esposti alla disoccupazione siano le partita Iva con contribuzione minima, l’inserimento al lavoro e i parasubordinati. Mentre le professioni più esposte, sempre alla disoccupazione, sono: cultura e spettacolo, informazione ed editoria, archivista e bibliotecari. Per quanto riguarda i livelli di reddito, lordo annuale e riferito al 2013, il 45,7% percepisce fino a 15 mila euro lordi, il 23,4% sta nello scaglione tra i 15 mila e i 25 mila, mentre il 13,8% guadagna oltre i 40 mila euro lordi l’anno. (Qui l’infografica).

Dati i livelli di reddito, al quesito ‘saresti disposto a pagare contributi aggiuntivi per prestazioni aggiuntive?’, la maggior parte dei professionisti si dice disposta a pagare di più ma non a queste condizioni di reddito, per cui l’aumento dei contributi è subordinato a un aumento del reddito o a maggiori detrazioni. Il 29,5% ha infatti risposto che sì, sarebbe disposto a pagare ‘se i compensi fossero più elevati’, il 20,5% ‘se fossero maggiori le detrazioni fiscali’, il 16,8% ‘se i compensi fossero definiti dai contratti nazionali’. Contributi legati a prestazioni che per il 34,5% degli intervistati dovrebbero tradursi in un ‘sostegno in caso di disoccupazione’, il 31,7% in ‘sostegno in caso di malattia’, il 24,7% in una ‘pensione più elevata’ e il 5,9% in un ‘sostegno in caso di maternità/paternità’. (Qui l’infografica).

Circa la contrattazione il 68% si dice avere ‘poche o nessuna possibilità di contrattazione’, ritrovandosi così in una condizione di debolezza. (Qui l’infografica). Il 13,5% ha un contratto collettivo di riferimento, l’11% è iscritto ad un sindacato mentre il 42% è iscritto ad un’associazione professionale. Al sindacato chiedono principalmente impegni sulle retribuzioni e sulle tutele in caso di disoccupazione: per il 79,6% sarebbe utile istituire un equo compenso, il 77,4% vorrebbe maggiori diritti e tutele nel contratto nazionale di lavoro, il 74,2% li vorrebbe in quello aziendale. Dati che, sottolinea la ricerca, “riconoscono al sindacato un ruolo fondamentale”. E sono soprattutto i professionisti non iscritti agli ordini a volere queste azioni. Azioni che il sindacato dovrebbe sostenere coinvolgendo maggiormente i professionisti, come emerge la ricerca, e includerli nella negoziazione sindacale per rivendicare in primis la riforma del sistema previdenziale per garantire equità di contribuzioni e pensioni adeguate.

Print Friendly, PDF & Email