Pensioni: Per Impresalavoro “Troppo ottimismo sulla futura tenuta del sistema”

Ricerca del Centro studi ImpresaLavoro

ROMA – Mentre il governo si appresta a varare un provvedimento che permette ad alcuni lavoratori di andare in pensione con tre anni di anticipo, permangono forti dubbi sulla sostenibilità nel lungo periodo del nostro sistema pensionistico. A rilevarlo è una ricerca di Michele Liati per il Centro Studi ImpresaLavoro che evidenzia come da molti anni la spesa per pensioni rappresenti la voce più importante dell’intera spesa pubblica italiana: nel 2015 è stata di quasi 260 miliardi, pari al 31,5% dei complessivi 826 miliardi di euro. Il dato è certamente influenzato dall’elevata quota di anziani presenti all’interno della popolazione italiana ma non spiega perché altri Paesi con identici problemi demografici (ad esempio Germania e Giappone) registrino percentuali decisamente più contenute della nostra.

Nel tentativo di contenerne la crescita (dovuta all’invecchiamento della popolazione e al basso tasso di occupazione), le diverse riforme italiane del sistema previdenziale hanno via via ridotto il tasso di copertura, attraverso il rapido innalzamento dell’età di accesso alla pensione. Poco o nulla è stato invece fatto invece per contenere – o addirittura ridurre – il livello degli assegni pensionistici.

I risultati fin qui ottenuti sono risultati modesti e costringono a interrogarsi sulla futura sostenibilità del sistema, tenuto conto che la quota di “anziani” in Italia è destinata a crescere ancora per diversi decenni. A prendere per buone le ottimistiche previsioni del Mef, la spesa pensionistica su Pil potrà rimanere all’incirca al livello attuale, scendendo di 1,9 punti percentuali da qui al 2060. Queste stime contengono però elevati livelli di incertezza e sembrano basarsi su assunti tutt’altro che solidi.

Facciamo alcuni esempi.

Una maggior crescita della speranza di vita alla nascita di 2 anni da qui al 2060 comporterebbe come effetto una variazione di +0,4 punti percentuali (p.p.) nel rapporto tra spesa pensionistica e Prodotto interno lordo. Un tasso di immigrazione più basso del 20% darebbe un +0,4 p.p..Una crescita della produttività del lavoro più bassa di -0,25 p.p. darebbe un +0,5 p.p.

Una crescita della produttività totale dei fattori più bassa (0,8% invece che 1%) darebbe +0,7 p.p. Una crescita dell’occupazione inferiore (2 p.p. rispetto alla previsione 2060) avrebbe un effetto limitato, inferiore a +0,1 p.p.. Il peggioramento di tutti questi fattori (secondo le variazioni stimate) potrebbe comportare quindi una variazione globale di 2,1 p.p nel rapporto “spesa pensionistica/Pil” a fronte della variazione di -1,9 p.p. totale prevista.

Come detto, le previsioni del Governo appaiono decisamente ottimistiche: perché possano avverarsi la produttività del nostro Paese – rimasta quasi ferma negli ultimi 20 anni – dovrebbe “miracolosamente” tornare ai tassi di crescita degli anni Settanta e Ottanta. Non solo. Il tasso di occupazione, da sempre a livelli molto bassi in Italia, dovrebbe allinearsi molto rapidamente agli standard europei.

C’è poi il tema della crescita attesa. Come evidenzia uno studio di Paolo Ermano per il Centro studi ImpresaLavoro, sembrano ottimistiche anche le stime assunte per il nostro Prodotto interno lordo. Si ipotizza, infatti, un tasso di crescita medio del nostro Pil dell’1,5% su base annua per il periodo 2020-2060 mentre secondo il Nucleo di Valutazione della Spesa pensionistica del Ministero del Lavoro, fra il 1989 e il 2010 il tasso di crescita medio del Pil nel nostro Paese è stato di poco superiore all’1%, e stiamo parlando di un’Italia demograficamente più giovane ed economicamente molto più dinamica di quella che ci attende nei prossimi 40 anni.

E se queste previsioni dovessero, nella realtà, risultare scorrette? In tal caso la politica sarebbe costretta a intervenire nuovamente sugli unici fattori direttamente controllabili: l’età di accesso alla pensione (già di molto alzata) e l’entità degli assegni pensionistici (già ridotti). Con il risultato di rendere sempre più povere le future pensioni.

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