L’eroe italiano che sfidò Gavin

È un sabato di inizio autunno dal tempo incerto, io e l’amico Stefano Pepi perlustriamo i luoghi della battaglia del Ponte Dirillo, girando a Torrenuova, bivio Acate-SS115, Case Biazzo, Diligenza, ecc., immaginandoci le scene belliche di oltre settant’anni fa che videro protagonisti i paracadutisti del colonnello James Gavin, uno dei più decorati e famosi ufficiali americani della seconda guerra mondiale.
Rientrando ad Acate, Stefano mi fa notare un palazzo antico ed elegante, proprietà della facoltosa famiglia Modica, e mi propone l’intervista della signorina Francesca, ultima rappresentante di quella casata in paese e testimone dei giorni dello sbarco. Accetto con entusiasmo. Pochi minuti dopo, per nostra fortuna, arriva la badante della signorina, una gentile signora acatese, che si presta a presentare la nostra richiesta. Torna poco dopo, comunicandoci che la padrona di casa acconsente di essere intervistata.
Saliamo le scale, seguendo la badante, ed entriamo in una stanza dal soffitto affrescato e arredata con mobili antichi color noce. Poi, passiamo in camera da letto, dove incontriamo la signorina Francesca, un’anziana donna snella e dai capelli corti, vestita molto semplicemente, ma dal portamento nobile. Le facciamo il nome del tenente Orazio Dauccia e lei inizia a piangere singhiozzando.
Orazio Dauccia era nato il 23 gennaio 1916 a Barcellona Pozzo di Gotto. Diplomatosi maestro, nel settembre del 1938 partiva come ufficiale di complemento, svolgendo il suo servizio di prima nomina presso il 26° reggimento fanteria con sede a Piacenza, fino al settembre 1940, quando fu posto in congedo. Nel marzo del 1941 fu richiamato in servizio e inviato in forza al 3° reggimento fanteria “Piemonte”, in tempo per partecipare all’ultima offensiva contro la Grecia e a buscarsi un congelamento ai piedi. Nell’agosto del 1941 fu rimpatriato e posto in forza al Deposito del 4° reggimento fanteria di Catania. Quando furono costituiti i reparti antiparacadutisti, Dauccia fu nominato comandante del 457° N.A.P. di Acate.
La signorina Francesca inizia a raccontare e ci sorprende con il suo italiano impeccabile e privo di inflessioni dialettali. Precisa che lei ha frequentato per tre anni l’Accademia Nazionale d’Arte Drammatica di Roma, dove ha avuto come insegnante anche il celebre attore Vittorio Gasmann. Orazio Dauccia era il fidanzato di sua sorella Melina, nel 1943 una ragazza di 17 anni. Non un fidanzamento fatto di passeggiate e di baci, ma, com’era uso in un paesino della Sicilia di qualche decennio fa, di sguardi fugaci, di bigliettini e regali portati da un’amica complice. Insomma, un amore platonico.
Poi vennero i tragici giorni dell’invasione e i sogni di molti giovani svanirono in mezzo al fuoco delle granate e di fronte alla morte incombente. Era la notte tra il 9 e il 10 luglio 1943. Migliaia di paracadutisti americani del 505° Regimental Combat Team vennero lanciati nel territorio che va da Gela a Vittoria. Li comandava il colonnello James Gavin, un trentaseienne atletico di Brooklyn. Loro compito era di conquistare aeroporti e crocevia per bloccare le controffensive dell’Asse verso le teste di sbarco.
Su Acate si sentiva un cupo rombo di formazioni di aerei e rumori di spari giungevano da ogni direzione. I militari tedeschi accampati fuori paese si attivarono e in pieno assetto di guerra iniziarono a rastrellare le vie e le campagne.
L’aereo che aveva a bordo il comandante dei paracadutisti lanciò il suo carico umano a circa 20 miglia dall’obiettivo di Piano Lupo. James Gavin si trovò in compagnia di altri sei uomini, tra cui il maggiore Benjamin H. Vandervoort, ufficiale ai piani e operazioni, e il capitano Alfred W. Ireland, ufficiale addetto al personale. Gavin ricorda nelle sue memorie che camminarono tutta la notte verso il suono dei cannoni. Il primo nemico che incontrarono fu un soldato italiano ubriaco che cantava e barcollava lungo una strada. Lo presero prigioniero e Vandervoort cercò di farlo parlare minacciandolo col pugnale, allo scopo di sapere il luogo dove si trovavano. L’italiano, seppur terrorizzato, tanto da ripetere più volte «Mamma mia, mamma mia», non rispose alla domanda. Poi, lottando con l’ufficiale americano, riuscì a fuggire, sebbene ferito alla mano dalla lama.1 Il gruppetto fu incrementato da alcuni paracadutisti sbandati incontrati sulla via. Gavin aumentò il ritmo della marcia per raggiungere al più presto l’obiettivo, ma alcuni soldati rimasero indietro non potendo reggere il passo a causa degli infortuni subiti durante il lancio. All’alba erano rimasti col comandante di reggimento solo cinque uomini. Essi avevano sostato in due fattorie in zona Valle dell’Acate, ma i contadini, impauriti, non gli avevano dato alcuna informazione. Continuarono la marcia fino a quando giunsero alla sommità di un lieve rilievo.
In paese, intanto, alcuni civili allertarono il presidio italiano. A sentire i nomi di Gaetano Albani e Arturo Lello, due membri del PNF locale, la signorina Francesca ha un sobbalzo: «Furono proprio quei due ad andare da Dauccia, esortandolo a uscire contro l’invasore. Ma qual è il dovere di un soldato se non mettersi il fucile in spalla e andare incontro al nemico?», aggiunge la signorina, quasi parlando tra sé e sé.
Era ancora notte fonda quando i trenta militari del nucleo antiparacadutisti di Acate uscirono dall’ex convento dei Cappuccini, un’imponente edificio del ‘700 adibito a caserma, condotti dal tenente Dauccia. Dopo aver avvisato il proprio comando e i tedeschi, l’ufficiale incoraggiò i propri uomini e ordinò la marcia, supportato da alcuni civili armati, tra cui Arturo Lello. Percorsero il sentiero che porta in Contrada Santissimo e, a circa duecento metri dove essa si stacca dalla strada Acate-Caltagirone, subirono un attacco, durante il quale fu ucciso il primo militare del Nap, il caporale Filippo Currò2, e fu ferito Arturo Lello. Da lì passò il giovane Antonino Mirabella con la sua famiglia, dopo aver trascorso la notte in campagna, e vide stesa per terra la salma di Currò e dentro un sidecar il compaesano ferito al braccio sinistro. Poi salutò i soldati italiani del Nap, che conosceva tutti personalmente. Notò i loro volti stanchi e preoccupati, segno della notte passata insonne. Proseguì per il castello, attorno al quale era pieno di soldati e automezzi tedeschi.
Nel frattempo, spuntata la luce del giorno, il tenente Dauccia decise di tornare indietro e di aggirare il nemico percorrendo la strada che porta alla contrada Canali. Qui, però, nascosti tra le vigne, sopra una piccola vallata con un canneto di fronte la strada, lo aspettavano alcuni paracadutisti americani. Era il gruppetto di James Gavin. La distanza tra i due gruppi nemici era di circa settanta metri quando iniziò lo scambio di colpi. Un americano fu ucciso, un altro ferito, mentre i paracadutisti reagirono sparando con le loro armi portatili, ma le carabine di Gavin e Vandervoort si incepparono e fu il capitano Ireland a sbloccare la situazione col suo mitra Thompson, uccidendo sul colpo l’ufficiale italiano che comandava il plotone e spingendo i suoi uomini a rifugiarsi dietro un muro di pietra. Restati privi del comandante e anche del suo vice, che era stato ferito gravemente allo stomaco, i militari del Nap rinunciarono ad attaccare il nemico e rimasero al riparo dietro al muro. Quel momento di sconcerto per gli italiani permise al gruppetto di americani di sganciarsi, lasciando indietro i compagni colpiti. Gavin e i suoi pochi uomini riuscirono a salvarsi, raggiungendo il giorno dopo gli avamposti della 45a divisione di fanteria cinque miglia a sud-ovest di Vittoria. Era la grande unità americana sbarcata tra Scoglitti e la foce del Dirillo.
La signorina Francesca ci racconta che lei e la sua famiglia si trovavano in campagna, in Contrada Grazia, quando giunse uno dei loro mezzadri e disse: «Il tenente Dauccia è stato ucciso, il suo corpo è disteso sotto un albero». La fidanzata Melina rimase pietrificata, senza parole. Fu la ragazzina di 14 anni, Francesca, incurante delle granate e dei colpi che tranciavano l’aria, ad andare sul posto, dove c’erano quattro corpi stesi per terra. Tra questi, sotto un albero, c’era quello di Orazio Dauccia. Nel ricordo, la signorina ricomincia a piangere, aggiungendo che coprì il corpo di Orazio con una coperta. «Poi ripensai al mio gesto e mi pentii di aver coperto il corpo di Dauccia, perché lui, nella sua uniforme, era un eroe e non doveva essere nascosto», concluse con un tono solenne e commosso.
I corpi del tenente Orazio Dauccia, del sergente Gaetano Galletta3 e del caporale Filippo Currò furono deposti nell’ossario del cimitero di Acate.
Il colonnello James Gavin divenne un osannato eroe, per le imprese di Acate-Biazzo, Normandia e Arnhem. Raggiunse i più alti gradi nell’esercito e svolse anche il prestigioso incarico di ambasciatore in Francia. Morì nel suo letto nel 1990 pianto dalla sua numerosa famiglia e fu sepolto con tutti gli onori nella cappella di West Point.
Il tenente Orazio Dauccia, ucciso a 27 anni in azione bellica contro truppe nemiche, fu dimenticato da tutti, tranne dai suoi cari. Grazie all’interessamento della famiglia Modica che avvisò i genitori del caduto, fu traslato presso il cimitero della sua città, dove riposa.
Prima di salutarci, la signorina Francesca ci ricorda con dolore: «Ho ancora davanti agli occhi la guerra e i suoi orrori», e ci mostra una bottiglietta di profumo che Orazio avrebbe dovuto regalare a sua sorella Melina, ora tristemente vuota per evaporazione, custodita dentro un antico comodino posto accanto al letto, insieme ad altri vecchi ricordi di un’altra epoca, di un’altra vita.


BIBLIOGRAFIA

Albani Ignazio, Il mio 12° anno tra Acate e Gela 1942-43, Tipografia Sprint Grafica, Vittoria 2010.
Anfora Domenico – Pepi Stefano, Obiettivo Biscari – 9-14 luglio 1943: dal Ponte Dirillo all’Aeroporto 504, Mursia, Milano 2013.
Army Command & General Staff College,Combined Arms Research Library ,250 Gibbon Avenue,Fort Leavenworth,KS,66027-2314: 82d Airborne Division in Sicily and Italy, novembre 1945.
Breur William B., Drop Zone Sicily – Allied Airborne Strike July 1943, Presidio Press, Novato CA 1983.
Gavin James M., Airborne Warfare, Washington DC: Infantry Journal Press, 1947.
Lo Faro Guy Antony, The Sword of St. Michael: the 82nd Airborne Division in World War II, Stony Brook University, 2007.
Mirabella Antonino, Intervista concessa a Stefano Pepi ad Acate, 2012.
Modica Francesca, Intervista concessa a Domenico Anfora e Stefano Pepi ad Acate, 24-09-2016.

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