Orme fossili e paleobiologia: la specie di Lucy era poligama?

Uno studio internazionale ha analizzato tracce fossili rinvenute a Laetoli che aprono nuove prospettive sui comportamenti sociali dei nostri antenati ominini.

Tra i protagonisti dello studio anche Giovanni Boschian, professore dell’Università di Pisa.

PISA – Nuove orme di ominini scoperte a Laetoli, nella Ngorongoro Conservation Area in Tanzania, aprono prospettive inedite sullo studio del comportamento sociale dell’Australopithecus afarensis, la stessa specie della famosa Lucy, rivoluzionando l’immagine “romantica” che abbiamo dei nostri antenati vissuti 3.6 milioni di anni fa. Lo studio, pubblicato sulla rivista eLife, è stato condotto dalla Scuola di Paleoantropologia dell’Università di Perugia in collaborazione con ricercatori delle università di Pisa, Sapienza di Roma, Firenze e Dar es Salaam.

«Le vecchie impronte rinvenute negli anni settanta da Mary Leakey avevano portato a numerose interpretazioni, la più famosa delle quali è quella della coppia di ominini che passeggia col braccio di lui sulla spalla di lei seguiti da un terzo individuo di medie dimensioni – spiega Giovanni Boschian dell’Università di Pisa – Le tracce appartenevano infatti a tre individui, due che procedevano affiancati (grande e piccolo/maschio e femmina) e il terzo (il medio) che camminava nelle impronte del più grande. Le nuove orme, ritrovate a circa 150 metri dalle vecchie, appartengono ad altri due individui, uno molto più grosso degli altri, probabilmente un maschio, l’altro di medie dimensioni. Ne consegue che probabilmente non si trattava di una famigliola formata da una coppia monogamica padre-madre più figlio, ma di un gruppo costituito da un grande maschio dominante e vari altri individui di vari sessi e dimensioni».

Circondata da centinaia di impronte appartenenti a mammiferi, uccelli e persino a gocce di pioggia, la nuova pista di Laetoli è stata impressa da due individui bipedi, in movimento sulla stessa paleosuperficie, nello stesso intervallo di tempo, nella stessa direzione e con simile velocità dei tre individui documentati negli anni settanta. Questa nuova prova, associata alla precedente, permette dunque d’immaginare un gruppo di ominini bipedi in movimento compatto attraverso un tipico ambiente africano di savana. Le orme del grosso maschio sono sorprendentemente più grandi di quelle del resto del gruppo, suggerendo dimensioni corporee che lo rendono il più grande rappresentante di Australopithecus afarensis identificato finora, con una statura stimata di 1.65 metri.

L’ipotesi è dunque che il “quintetto” di Laetoli fosse composto da un maschio, due/tre femmine e uno/due giovani, fatto che porta a smentire la ricostruzione classica. La nuova ipotesi sulla composizione del gruppo sociale e le significative differenze di taglia tra gli individui di Laetoli portano a riconoscere Australopithecus afarensis come una specie ad alto livello di dimorfismo sessuale. A sua volta, ciò consente d’ipotizzare che questi ominini estinti potessero avere un’organizzazione sociale e delle strategie riproduttive più simili all’attuale gorilla (scimmia antropomorfa poligama ad alto dimorfismo sessuale), piuttosto che a specie moderatamente dimorfiche come i promiscui scimpanzé e bonobo, oppure la maggior parte degli uomini moderni e, forse, di quelli estinti.

Come un’istantanea su una scena preistorica, le tracce fossili forniscono dati sulla biomeccanica della locomozione, sulle dimensioni corporee, rivelano indizi sulla variabilità tra individui, permettendo come in questo caso di formulare ipotesi sulla struttura sociale e sulle strategie riproduttive degli organismi estinti: «Il mio lavoro è stato prevalentemente geologico – specifica Boschian – Ho verificato che le nuove orme appartenessero al medesimo strato e che di conseguenza avessero la stessa età geologica delle precedenti e soprattutto che fosse probabile che si trovassero sulla stessa superficie, ovvero che fossero state impresse contemporaneamente a quelle della vecchia serie. Altrimenti tutta la nuova interpretazione non reggerebbe».

Il lavoro ha incluso l’osservazione e il rilevamento degli strati con impronte in un’area ampia vari km quadrati attorno al sito principale e il riconoscimento dei caratteri sedimentologici delle sequenze di ceneri vulcaniche affioranti nell’area. «L’Africa, dove lavoro ormai da diversi anni, è un luogo eccezionale per lo studio degli ominidi antichi, del loro comportamento e della loro evoluzione – conclude il professore – Le impronte che abbiamo trovato sono impressionanti: il loro stato di conservazione quasi perfetto ci fa quasi credere che persone vissute 3.6 milioni di anni fa siano passate di lì poco prima di noi e che guardando avanti le si possa distinguere mentre camminano, in distanza. Se poi si considera il fatto che l’ambiente attuale non è molto diverso da quello in cui loro si trovavano, l’impressione è ancora più forte».

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