Come reagiremo allo scandalo Roma Capitale?

di Roberto Malini, co-presidente del Gruppo Everyone

Roma, 9 dicembre 2014 – Forse non riusciranno a insabbiare tutto, questa volta. Forse lo scandalo Roma Capitale metterà a nudo lo scheletro di un sistema mostruoso, che coinvolge nel suo marciume tanto la politica quanto la società civile, la cultura e l’informazione. E’ il momento di chiederci se abbiamo imparato qualcosa dai tanti scandali del passato e se siamo disposti a compiere i necessari sacrifici per il cambiamento. Mafia e corruzione non sono piaghe  facili da eliminare. Sarebbe da ingenui pensare che esse riguardino solo i pochi nomi emersi dalle prime indagini e che tutto il resto del sistema non ne sapesse nulla, non partecipasse ai loro maneggi. E sarebbe da ingenui ritenere che riguardino solo Roma e non tutta l’Italia, diffondendosi ben oltre i nostri confini. Da quando il lezzo dello scandalo ha cominciato a spandersi nell’aria, purtroppo, abbiamo assistito alla solita reazione “all’italiana”, in cui ogni genere di specialisti, esperti, predicatori, gruppi e consorzi che erano esclusi dal banchetto politico-mafioso hanno fatto capolino con nuove proposte “chiavi in mano”. Se desideriamo un cambiamento, dobbiamo partire da un impegno poderoso e sinergico, da parte degli onesti, contro la piovra che ha radicato i propri innumerevoli tentacoli nel tessuto delle istituzioni e della società. Se l’unico cambiamento sarà la sostituzione dei vecchi beneficiari di fondi pubblici con i nuovi, ripeteremo la stessa strada, rafforzando criminalità organizzata e corruzione, cambiandone solo gli attori. Se non maturiamo, se non siamo disposti al sacrificio e all’impegno, senza pensare di trarne guadagno, se non svolgeremo un’azione corale per combattere il virus del crimine organizzato e la piaga della corruzione, che si manifestano e procedono sempre in simbiosi, avremo già decretato un’altra sconfitta della civiltà, dei diritti umani, delle minoranze escluse e perseguitate su cui fino ad ora si è speculato. Minoranze che non sono solo quelle dei campi attrezzati della capitale, ma anche quelle che peregrinano da un luogo all’altro del paese, senza un riparo né mezzi di sussistenza. Quelle minoranze di cui, fino ad oggi, non è importato niente a nessuno, salvo rari casi: né alla vecchia “società civile”, travolta dallo scandalo, né alla nuova che si prepara a subentrare. Se vogliamo crescere e guardarci allo specchio con un minimo di orgoglio, dobbiamo – tutti – cambiare.

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