Una frana ogni 6 km di strade in Sicilia è suicidio collettivo.

Sicilia. 01/03/2018

Nell’isola baciata dalla fortuna per la sua collocazione al centro del Mediterraneo, culla delle più grandi civiltà, tutto cade a pezzi: strade, ponti, edifici antichi e moderni. Montagne e colline si muovono, reazione ineluttabile agli stupidi tentativi dell’uomo di piegare il corso naturale dei fiumi o di costruirvi intorno palazzi di cemento.

Il rischio aumenta poi in conseguenza – nei casi soprattutto di ponti e strade – della pessima qualità delle costruzioni determinata e tollerata da intrecci collusivi e complicità criminose tra gli enti pubblici appaltanti, i loro controllori tecnici e le imprese aggiudicatarie che lucrano sulla scadente qualità dei materiali, a volte per remunerare corruttivamente l’operato di pubblici amministratori e burocrati finalizzato all’affidamento degli appalti.

Uno studio recente ha prodotto un allarme, lanciato dal governo della Regione: nelle strade siciliane c’è una frana ogni sei chilometri, e ben tre quarti del territorio sono a rischio medio-alto di dissesto idrogeologico, con quattro milioni di persone potenzialmente in pericolo.

Questi dati non sono l’argomento agitato da qualcuno contro qualcun altro nell’ennesima campagna elettorale che, come tutte le precedenti, rischia di rappresentare l’ennesima occasione sprecata perché sui nodi cruciali come questo si cambi registro.

Si tratta di dati oggettivi, attuali, concreti, drammatici.

Conseguenza inevitabile di decenni di incuria del territorio, di sfruttamento selvaggio delle risorse naturali, di milioni di abusi commessi contro il bene pubblico in nome del profitto privato e tollerati, o alimentati, dagli intrecci affaristici cui un vasto ceto di operatori pubblici (funzionari, dirigenti, tecnici, amministratori, politici) fa da sponda.

Tutto ciò accade in Sicilia, isola avente una superficie sei mila volte più piccola delle terre emerse del globo, poco meno di un millesimo della popolazione, e una quantità di giacimenti storici e culturali straordinariamente ricca che, in relazione alle civiltà mediterranee, ne rappresenta la metà del totale del pianeta.

Tutti questi tesori si trovano sull’isola che frana e che, franando, li distrugge.

Eppure essi, così come il territorio tutto (fortunato anche per le bellezze paesaggistiche e le condizioni climatiche) potrebbero fare della comunità che ci vive una delle più ricche del pianeta.

Se qualcuno – soprattutto tra coloro che hanno la responsabilità di decisioni pubbliche – per carenza di sensibilità personale, non riuscisse a cogliere l’incomparabile bellezza di questi tesori, disponibili in Sicilia in quantità esagerata, potrebbe almeno comprendere che essi migliorerebbero decisamente le condizioni di vita di tutti, sol che cominciassimo a considerarli ciò che sono: un bene dell’umanità, un bene di tutti, un bene di ciascuno.

Da curare, preservare e custodire, ad opera di ciascuno, come il più prezioso dei propri beni privati.

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