“La città difficile” l’ultima fatica letteraria di Francesco Aiello.

Vittoria – Sicilia
07/04/2016
Storia dell’economia, della lotta alla mafia e della criminalità, dal 1960 ai giorni nostri, questo il contenuto dell’ultima fatica letteraria di Francesco Aiello.
L’opera, un volumetto di 128 pagine, è il sunto di una storia di oltre mezzo secolo della città dalle mille risorse: Vittoria, la città dell’oro verde degli anni 70; della scalata della criminalità degli anni 80/90 e della lotta alla mafia, una lotta fatta di manifestazioni, denunce e accuse mirate nei confronti di “personaggi” che hanno paralizzato una fiorente economia con l’imposizione del “pizzo”.
L’autore, oltre che a raccontare, ha vissuto in prima persona tutti i passaggi che hanno determinato mutamenti fondamentali per i cittadini di Vittoria.
Con una introduzione dedicata a Peppino Impastato, simbolo della lotta alla mafia e della ribellione in una Sicilia martoriata, in quanto figlio di un noto capomafia, Aiello descrive con lucida determinazione, tutto il vissuto, sia da cittadino, sia da amministratore. Un libro da leggere che non lascia spazio ad interpretazioni, perché ciò che è scritto è analisi e specchio del vissuto dell’ultimo mezzo secolo.
In una sala gremita di gente, messa a disposizione dalla sezione locale dell’Avis, l’autore, ha lasciato spazio ai suoi ospiti, riservando per se stesso, solo pochi minuti.
Moderatore dei lavori, il giornalista Gianni Marotta, che, con l’aiuto di Rosa Maria Tallarico e Peppe Guastella, ha introdotto gli ospiti: Vito Lo Monaco, presidente della Fondazione “Pio La Torre”, Concetto Scivoletto, già senatore della Repubblica, Giuseppe Russotto, avvocato penalista, Gianni Di Gennaro, giornalista che ha vissuto tutti gli anni del terrore determinato dagli attentati intimidatori della mafia, e Don Giuseppe Calì, arciprete della città.
Tutti hanno intrattenuto la platea che annoverava anche decine di persone rimaste in piedi a causa della massiccia partecipazione, raccontando, ognuno per l’esperienza personale vissuta, episodi collegati ai contenuti dell’opera.
Un Monsignore sempre più in “lotta” con il tempo, ha tracciato una lucida e chiara analisi della realtà vittoriese, auspicando, senza se e senza ma, che la guida della città, prossimamente, possa essere affidata a persona che la ama, la stima, la vive e la segue con passione.
ha “tuonato” Don Calì < auspico un ritorno di Aiello alla guida di Vittoria, perché ha sempre dimostrato un'onestà non comune e su cui nessuno può obiettare>.
Ha rotto gli indugi il sacerdote decano ed ha, inaspettatamente, lanciato un appello che è stato raccolto da un fragoroso applauso durato circa 4 minuti.
La postfazione è contraddistinta da due autorevoli interventi, uno dell’ex sindaco, Giovanni Lucifora che traccia una approfondita disamina sulla diversità ragusana all’interno della Sicilia, che ha indotto molti a definirla un’isola nell’isola; e un’altra di Giuseppe Bascietto, giornalista ed esperto di criminalità, vittoriese doc che da anni lavora nella capitale, che racconta i passaggi salienti che hanno fatto saltare Vittoria alla ribalta della cronaca nazionale, di cui riportiamo alcune pagine.

INTERVENTO DI Giuseppe Bascietto, Giornalista free-lance che si occupa di mafie e criminalità economico finanziaria.
Questa storia inizia come un romanzo, con tre colpi di pistola, sparati il 9 settembre 1983. A Vittoria, il paese delle primizie e della frutta, quel giorno venne ucciso Giuseppe Cirasa, capo della mafia vittoriese. Aveva deciso, in piena autonomia e senza consultare nessuno dei membri di “cosa nostra”, dopo la mattanza scatenata dai corleonesi contro la vecchia mafia degli Spatola, Bontate e Inzerillo, di schierarsi con Totò Riina, detto u Curtu e con Bernardo, Binnu u tratturi, Provenzano. Voleva aumentare il suo potere sfruttando il terrore che incutevano i corleonesi. Ma fermiamoci un attimo. Potrebbe esserci anche un altro inizio. Quando a Vittoria si subdorò un’alleanza del genere, qualcuno cercò di dissuaderlo ma non ci fu verso. Lui era deciso ad allearsi con i corleonesi. In questo modo bloccava le velleità di Nitto Santapaola su Vittoria e Ragusa. Ma anche questo potrebbe non essere l’inizio di questa storia. Forse comincia tutto tra la fine degli anni sessanta e l’inizio degli anni settanta. Iniziano a girare personaggi strani, come Natale e Vincenzo Rimi, mandati in soggiorno obbligato a Ragusa. Ma chi erano i Rimi? I padroni di Alcamo, ovvero il “clan degli americani” e dei rapporti con la politica. In altre parole i Rimi erano per Alcamo quello che Badalamenti era per Cinisi, Bontate per la borgata di Santa Maria del Gesù e Michele Greco per Ciaculli. Capi mafia venerati e rispettati con il potere di vita e di morte su ogni membro del loro clan. Una dinastia che ha rappresentato la sintesi perfetta del cambiamento e dell’adattamento delle famiglie mafiose nel corso degli ultimi sessant’anni, con un capoclan, il vecchio Vincenzo Rimi, che per primo capisce che bisognava spostare l’attenzione su nuovi fronti come l’edilizia e l’imprenditoria in generale. Sfruttano così i fondi per il terremoto che ha devastato la Valle del Belice. Il loro modus operandi ci fa ricordare i bei nomi del Gotha mafioso del feudo: da Vizzini, ai Di Carlo, dai Di Cristina, ai Mancino, agli Zizzo, a Liggio prima maniera. E così quando don Vincenzo fu condannato all’ergastolo le redini della famiglia furono prese da Filippo, il duro del clan, coinvolto nell’ omicidio di Stefano e Salvatore Leale, padre e figlio, uccisi a Palermo nella metà degli anni Sessanta. Ad accusare Filippo Rimi fu Serafina Battaglia, moglie di Stefano. La donna ammise che il marito era coinvolto nell’attività mafiosa e tirò in ballo le responsabilità del capofamiglia di Alcamo coinvolgendo altre novantatre persone. Per il boss l’ergastolo fu inevitabile, anche se, come si legge nella relazione antimafia, “arrivarono pressioni consistenti di uomini politici e funzionari per rendere meno pesante la permanenza di Filippo Rimi dietro le sbarre”. In carcere il boss non si trattenne a lungo. Infatti arrivò l’assoluzione per insufficienza di prove. Dopo la scarcerazione nessuno aveva più saputo nulla di Filippo Rimi e la sua eredità era stata raccolta dal figlio Leonardo, che aveva scalato velocemente la piramide del crimine collezionando diverse denunce, tra cui una per associazione a delinquere finalizzata al traffico di droga. Nel 1970 i Rimi tornano nuovamente agli onori delle cronache. Natale, l’unico membro libero della famiglia, viene trasferito dal comune di Alcamo alla commissione di controllo della Regione Lazio. Monta lo scandalo e interviene la commissione antimafia che giudica il trasferimento “carico di sospetti”. Il risultato di questi interventi esterni è stato l’arresto di Natale Rimi e la scelta della magistratura di inviarlo in soggiorno obbligato, nel 1972, presso il carcere di Ragusa. Infine, nel 1977, viene condannato assieme all’ ex presidente democristiano della Regione Lazio Girolamo Mechelli e ad Italo Jalongo, consulente fiscale del boss Frank Coppola. Sono i Rimi a prendere i contatti con le famiglie mafiose che vivevano stabilmente nel ragusano, per tessere quella rete di complicità e di connivenze che consolideranno ancora di più i boss di Cosa Nostra nel territorio ibleo. La provincia di Ragusa come area d’insediamenti mafiosi che nasce con i soggiorni obbligati e con i trasferimenti di grossi criminali nel penitenziario della zona. Sono gli anni in cui nel ragusano prende corpo l’ipotesi della costruzione della base missilistica. La modernità dei missili suscita appetiti e favorisce le sintonie tra il legale e l’illegale. Si arriva in questo modo allo snodo degli anni ottanta, quando la provincia entra con forza nell’intrico di nuove logiche. Spuntano dal nulla imprenditori e “petrolieri”. Cosi, fra il ’79 e l’80, si fanno avanti i boss palermitani e trapanesi, che iniziano ad acquistare ettaro per ettaro i terreni attorno ad Acate, Santa Croce, Vittoria e Comiso. La provincia iblea passa cosi il guado. Qui si radicano i Teresi, i Rollo, i Greco di Ciaculli, gli Amoroso, i Salvo di Salemi, gli Aiello di Bagheria. Sono calmi. Hanno deposto le armi e vivono da imprenditori, non entrano in conflitto con gli stiddari di Carmelo Dominante, fanno agricoltura, trasformano terreni, hanno creato aziende agricole e vitivinicole, si tengono a debita distanza dai Madonia di Vallelunga e contano su referenti a Vittoria, Modica e Ragusa nell’ambito della politica, dei consorzi, dell’ispettorato agrario, mirando ai contributi e ai finanziamenti dell’Unione Europea. 
Inoltre controllano in diversi comuni la nettezza urbana, i servizi funebri e condizionano gli appalti pubblici. Insomma stanno lontani dai riflettori, ma controllano decine di attività economiche. E’ in questo quadrilatero, quindi, che negli anni settanta questi personaggi compiono una delle più colossali operazioni di riciclaggio e investimento di denaro sporco. Non è un caso che nel 1982, in perfetta sintonia con quello che stava accadendo verso la fine degli anni settanta nel sud-est dell’isola, s’insedia nella provincia iblea, l’imprenditore bresciano Oliviero Tognoli, incaricato dalla mafia di riciclare i proventi del colossale traffico di droga fra Stati Uniti, medio Oriente e Europa. Tognoli, prima di darsi alla latitanza, si insedia a Modica e Pozzallo, dove acquista aziende in fallimento. E tra le famiglie di Cosa Nostra che vivono stabilmente in provincia di Ragusa, troviamo i fratelli Gaspare e Salvatore Gambino, originari di Villabate e parenti di Carlo Gambino, capo indiscusso di Cosa Nostra americana fino al giorno della sua morte nel 1976. La famiglia dei Gambino è probabilmente la più famosa famiglia mafiosa americana di origine siciliana. Infatti il boss Carlo Gambino, uomo capace di tenere le fila dell’organizzazione agendo nell’ombra e senza esporsi, con un carattere all’apparenza mite e pacato, ha diretto per quasi un ventennio l’attività criminale della famiglia (da metà degli anni cinquanta fino alla sua morte per cause naturali), sfruttando la sua rinomata ‘invisibilità’ e intelligenza. Legato ai valori tradizionali mafiosi, aveva come arma principale l’astuzia più che la violenza. Non fu mai arrestato durante la sua ‘reggenza’ e sembra che la sua figura sia il Don che ha maggiormente ispirato il personaggio di Vito Corleone nel film il padrino. All’apice del potere il clan dei Gambino aveva ai suoi ordini 500 uomini d’onore con 2000 affiliati. Quella dei Gambino si dimostrerà una famiglia molto dedicata alla mafia, e Thomas Gambino figlio di Carlo sarà uno dei successori, insieme all’altro figlio John, mentre altri parenti come John e Joseph e Gambino si dedicheranno al traffico di droga. Ma tutto questo a Ragusa non passa inosservato. Il partito comunista inizia a capire qualcosa grazie alle analisi di Pio La Torre. Infatti dalla fine degli anni settanta sforna una serie di dirigenti capaci di analisi e combattivi che iniziano a studiare i fenomeni. Partono così le prime denunce sulla scia di quello che a Palermo stava facendo Pio La Torre. Gli unici a farli sono i sindaci che a Vittoria si susseguono nel corso degli anni: Giovanni Lucifora, Francesco Aiello, Paolo Monello, Vincenzo Cilia, Angelo Curciullo, Salvatore Garofalo. Gli altri amministratori del ragusano sottovalutano il problema e preferiscono stare zitti. E cosi iniziano anche le minacce agli amministratori. A raccontare ai magistrati i rapporti tra politica e criminalità organizzata ci pensa Claudio Carbonaro, quando decide di collaborare con la giustizia, insieme a Silvio e Bruno. I tre fratelli tra il 1985 e il 1992 mettono la città a ferro e fuoco, sterminando prima i Gallo e in seguito tutti quelli che potevano intralciare la loro sete di potere e di dominio incontrastato. Si tratta di una delle guerre di mafia più cruente e sanguinarie che Vittoria ricordi. Nessuno è stato risparmiato. E quando Claudio e i suoi fratelli sono stati arrestati e hanno iniziato a collaborare con la giustizia è venuto tutto fuori. A rimanere avvolto da una fitta nebbia, invece, sono rimasti i contatti con la politica. Claudio Carbonaro in realtà non ha mai voluto parlarne apertamente. “E’ un punto di non ritorno, spiegherà ai magistrati”. E su questo non dirà quasi nulla. O almeno dirà cose che nel corso degli anni i magistrati non riescono a verificare. Ma se leggiamo tra le pieghe delle sue dichiarazioni ai magistrati in realtà alcune cose le dice ma nessuno le ha mai approfondite. In quel periodo La situazione era delicata. Polizia e Carabinieri gli stavano alle costole, gli oppositori del clan volevano vederli morti, infatti gli stavano facendo la guerra, se ci si metteva pure la politica a remare contro tutto si complicava ulteriormente con il rischio di indebolire l’organizzazione agli occhi degli alleati sparsi per tutta la Sicilia. Una questione di caduta d’immagine che il clan non poteva permettersi. “Così abbiamo deciso di giocarci la carta delle minacce”, racconta il collaboratore. “Ma non ad Aiello personalmente. Fosse stato per lui, come per gli altri amministratori”, continua, “sarebbero andati avanti fino alle estreme conseguenze”. In quegli anni il clan più che i politici controllava impiegati e funzionari che occupavano i posti chiave sia dell’amministrazione pubblica che del settore privato. In questo modo avevano informazioni di primo piano su tutti coloro che gestivano un’attività economica. Della politica in quanto tale gli interessava poco. Oltretutto non c’erano a vittoria grandi appalti da far decollare. E quando c’erano l’obbiettivo era quello di ottenere i sub appalti per aziende di movimento terra amiche loro minacciando direttamente le imprese vincitrici. In questo modo e saltando i collegamenti diretti con la politica, hanno potuto creare una rete capillare di estorsioni in tutto il territorio. Ed erano proprio le estorsioni che venivano denunciate nei comizi. “Cosi, dopo un comizio in cui Aiello ci ha attaccati apertamente, dice Carbonaro, prendiamo la decisione”. Una sera lo blocchiamo e gli diciamo chiaramente che o la smette o si complica tutto”. Nel linguaggio criminale significava che il passo successivo sarebbe stato la sua eliminazione. Cosa che sarebbe dovuta avvenire nel 1989. Ma il racconto non finisce, continua, e Claudio Carbonaro entra nei dettagli: “quella sera gli facciamo capire che le complicazioni avrebbero interessato non lui ma la sua famiglia. Tua moglie alle 8 esce di casa per accompagnare i figli a scuola. Conosciamo il percorso che compie per accompagnarli e che fa insieme ai tuoi figli una volta usciti da scuola gli dicono. Ma sappiamo anche dove va durante la mattina. Qual è il suo fruttivendolo di fiducia. Le basta? Adesso la palla tocca a lei. E’ lei che deve scegliere cosa fare”. Il resto della storia è noto. Aiello non è stato ucciso e ha continuato a fare politica. La mancata esecuzione viene spiegata così da Claudio Carbonaro: “in quel momento non lo abbiamo ucciso e non abbiamo colpito la sua famiglia solo per una serie di coincidenze. Il tutto è stato rimandato a tempi più tranquilli”. E se analizziamo gli eventi il clan aveva un gran bel da fare tra Vittoria, Gela, Caltanissetta, Niscemi, Palma di Montechiaro, Porto Empedocle, Agrigento e Trapani. Qui c’erano capi mafia da ammazzare, persone da far scomparire, ragazzi da addestrare e reclutare. E non si poteva aggiungere altra “schiumazza”, clamore. Quindi decidono di aspettare. Così come Cosa Nostra decise di aspettare 10 anni prima di uccidere Giovanni Falcone e Paolo Borsellino e quasi venti prima di ammazzare Pio La Torre. Intanto il panorama criminale, da allora, è cambiato radicalmente. Oggi la sensazione è che a Vittoria i clan criminali abbiano fatto il salto di qualità e che Cosa Nostra, dopo anni di predominio del Clan Dominante, si stia riprendendo il controllo di un territorio che per decenni, fatta eccezione per il quinquennio 1987-1992, è stato appannaggio delle famiglie mafiose più potenti della Sicilia. Così in questi orti baciati da Dio e calpestati dagli uomini, si dissolve e muore il mito della provincia babba e della città ricca e senza mafia, per fare emergere invece la complessità di un mondo rurale e urbano in trasformazione, di conflitti sociali perenni e di scontri aperti per il dominio economico e criminale del territorio. In questo contesto i partiti politici, Partito Comunista in prima fila, vivevano una condizione di solitudine e di isolamento, legati alle attese e alle aspettative del mondo contadino, che oggi paga la sfida della complessita’ in una città difficile, come la definisce, con una punta di amarezza, Francesco Aiello.
L’auspicio di tutta la città, è quello che il futuro ci possa riservare solo positività

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