Mai così grave la situazione dei diritti umani in Egitto

La testimonianza del Centro Nadeem sulla tortura e i diritti umani in Egitto

Roma, 24 maggio 2016 – Alberto Barbieri, coordinatore generale di Medici per i Diritti Umani (mediciperidirittiumani.org) ha intervistato la scorsa settimana la collega Aida Seif Al Dawla, medico psichiatra, fondatrice del Nadeem Centre, uno dei pochissimi e certamente il più importante centro indipendente per la riabilitazione delle vittime di tortura in Egitto. L’incontro è avvenuto presso la sede del Centro Nadeem al Cairo, attualmente sotto minaccia di chiusura da parte delle autorità egiziane. La limpida testimonianza di Aida Seif Al Dawla mostra in tutta la sua gravità la diffusione della tortura e il grado di compromissione dei diritti umani oggi in Egitto. Nel solo mese di aprile il Nadeem ha documentato 46 esecuzioni extra-giudiziali, 67 casi di tortura e maltrattamenti in carcere, 53 casi di trattamenti medici impropri nei confronti del detenuti. Inoltre è stata rilevata la sparizione forzata di 87 persone che solo in 33 casi sono poi successivamente ricomparse. L’analisi del Nadeem Centre aiuta anche a far luce sul contesto e sulle dinamiche che hanno portato alla tragica morte di Giulio Regeni, indicando con chiarezza la responsabilità di un intero sistema di repressione.

Il Cairo, maggio 2016
Dottoressa Al Dawla ci può descrivere brevemente la suo formazione e il suo percorso professionale?
Sono un medico psichiatra, ho insegnato psichiatria all’Università e nel 1993 ho fondato con altri due colleghi, Abdallah Mansour e Suzanne Fayyad, il Centro Nadeem qui al Cairo.

Prima di fondare il Centro Nadeem si era già occupata di diritti umani?
Precedentemente ho fatto parte dell’Egyptian Organization for Human Rights. Appartengo alla generazione degli anni settanta e ho partecipato ai movimenti studenteschi . Sono cresciuta poi in una famiglia di militanti politici dove il tema dei diritti umani è sempre stato ben presente. Per questo sia mio padre che i miei due zii sono stati a lungo in carcere.

Perché avete deciso di fondare il Centro Nadeem?
Ci fu un episodio importante. Nel 1989 ci fu in Egitto un grande sciopero brutalmente represso dalla polizia. Un lavoratore venne ucciso e molti altri furono arrestati. Le organizzazioni per i diritti umani lanciarono allora una campagna per la liberazione dei lavoratori e in conseguenza di ciò la polizia arrestò molti leader di queste organizzazioni e misero sotto osservazione molti esponenti del movimento studentesco. Tra di essi vi erano tre amici. Furono torturati e quando li rilasciarono tutti e tre ne portavano i segni evidenti. Hisham Mubarak, un avvocato morto molto giovane, aveva perso l’udito da un orecchio. Un altro amico, Mohamed al-Sayed Saeed, riportò fratture delle costole ed anche il terzo, Kamal Khalil, fu selvaggiamente picchiato. Io e i miei colleghi portammo i nostri amici all’ospedale per avere un referto ma non appena i medici seppero che le lesioni erano la conseguenza della detenzione nelle mani dello Stato , questo ci fu negato. Da allora iniziammo a pensare ad un centro che potesse certificare le evidenze della tortura. D’altro canto poiché si trattava di un’esperienza diretta di amici intimi apprendemmo molto sulla tortura. Conoscemmo più a fondo gli aspetti della rabbia, dell’impotenza, del senso di umiliazione derivati dalla tortura. Decidemmo perciò di dar vita ad un centro clinico che si occupasse di riabilitazione psicologica delle vittime di tortura, avendo principalmente in mente gli attivisti politici sottoposti a questa pratica. Così alcuni anni dopo, nel 1993, fondammo il Nadeem. All’inizio la sede era un piccolo appartamento di proprietà di una delle co-fondatrici, Suzanne Fayyad, molto vicina ad una stazione di polizia. Quello che successe, contrariamente alle nostre previsioni, fu che dal 1993 al 2000 non ricevemmo come paziente nessun attivista politico. I pazienti che curavamo erano poveri, emarginati che avevano avuto a che fare per una ragione o per l’altra con la polizia e che erano stati arrestati e torturati. Ci rendemmo conto così di quello che stava avvenendo nel nostro paese: che la tortura era sistematica. Per esempio uno dei nostri progetti era quello di realizzare una mappa dei luoghi dove la tortura aveva luogo e molto presto ci rendemmo conto che la mappa della tortura era la mappa dell’Egitto, poiché essa si praticava ovunque. La gente veniva torturata non per estorcere informazioni ma per i motivi più disparati: perché osava rispondere alla polizia o solo per seminare il terrore in ogni strada, in ogni casa, in ogni famiglia. La gente non ci credeva quando parlavamo di queste cose poiché c’era la nozione che per essere torturati bisognava per forza aver fatto qualcosa. Perciò decidemmo di pubblicare sistematicamente dei report sviluppando un concetto più ampio di riabilitazione in modo da sostenere i pazienti anche attraverso il supporto legale.

Quali sono le attività che svolge attualmente il Centro Nadeem?
Ad oggi in Egitto questa è l’unico centro clinico che fornisce riabilitazione psicologica a coloro che sono sopravissuti a tortura. Il nostro team è costituito da medici psichiatri e da psicoterapeuti che utilizzano differenti approcci di cura in funzione dei bisogni dei pazienti. Dall’inizio ad oggi abbiamo curato circa 5.000 pazienti dei quali 300 nel solo 2015. I nostri pazienti non sono solo egiziani ma anche migranti e rifugiati. Realizziamo inoltre dei rapporti mensili monitorando le esecuzioni extra-giudiziali, la tortura individuale e collettiva, le sparizioni forzate e l’omissione di cure nei centri di detenzione che in questo momento è un aspetto particolarmente allarmante .

Avete avuto problemi con le autorità a causa del lavoro che svolgete?
Si , la prima volta nel 2004. Ricevemmo una visita di rappresentanti del Ministero della Salute che in modo molto aggressivo si portarono via una serie di documenti dall’archivio riservato dei pazienti e ci accusarono di non essere un centro clinico ma un’organizzazione per i diritti umani, che produce pubblicazioni e report, che riceve fax dall’estero e che per di più, “accoglie negri nella propria sala d’attesa”. Allo stesso tempo noi depositammo una denuncia contro gli ispettori per violazione della privacy del centro clinico. In quel momento ci fu una vasta mobilitazione pubblica in Egitto a sostegno del Nadeem e il caso restò congelato. Dodici anni dopo, il 17 febbraio 2016, sono tornati i rappresentanti del Ministero della Salute pochi giorni dopo che avevamo diffuso il rapporto annuale sulla tortura in Egitto. Avevano con loro un ordine di chiusura del centro. Ci accusano ancora una volta di svolgere attività sui diritti umani e non attività di cura. Ancora una volta abbiamo ricevuto pubblicamente una grande solidarietà nazionale e internazionale e il nostro avvocato ha avviato una causa per annullare l’ordine di chiusura. Noi abbiamo continuato a mantenere aperto il centro. Circa un mese fa abbiamo ricevuto una nuova visita di rappresentanti del Ministero della Salute , estremamente aggressivi, intimandoci di chiudere il centro. Ancora una volta ci siamo rifiutati fisicamente di abbandonare il centro. Dopo essersi consultati telefonicamente con il Ministero dell’Interno se ne sono andati di nuovo. Il nostro ricorso contro la chiusura del Nadeem è stato aggiornato dalla corte a Luglio. Ci troviamo a questo punto. Ci tengo comunque a ribadire che nonostante tutte le minacce il centro non è rimasto chiuso un solo giorno.

Qual è oggi la situazione dei diritti umani in Egitto?
La peggiore che si possa immaginare. Questo è in assoluto il momento peggiore per i diritti umani in Egitto sin da quando ce ne occupiamo dagli anni settanta. La situazione è ancora peggiore del periodo del regime di Mubarak.

Perché sostiene questo ? Quali sono gli elementi che la portano a tali conclusioni?
Vi è una totale assenza dello stato di diritto. Le forze armate e le forze di sicurezza dello Stato godono di un’assoluta impunità nell’uccidere e nell’incarcerare. Abbiamo prigioni segrete, dieci nuovi prigioni sono state create dalla rimozione del Presidente Morsi. Gli avvocati delle persone incarcerate sono coloro che stanno nella posizione peggiore dopo i detenuti stessi. Devono indovinare dove si trovano i loro assistiti, devono indovinare dove presentarsi di fronte all’accusa. Le persone possono passare anni imprigionate prima del processo senza vedere in faccia il proprio giudice, il prolungamento della detenzione è rinnovato automaticamente. Ci sono molti casi di esecuzioni extra-giudiziali. Alcune sono negate ma altre sono addirittura ostentate. Si possono ad esempio trovare titoli sui giornali nazionali di questo tenore: “l’esercito ha vendicato i suoi martiri liquidando 30 terroristi nel Sinai”. Vengono usati termini come “liquidazione” e “vendetta”. Azioni che uno Stato non può compiere, atti che se commessi da un individuo vengono considerati crimini. La tortura è dilagante. E’ dilagante fino al punto che le persone non ne parlano neppure considerandola routine a meno che non si tratti di strappamento, elettrocuzione, sospensione e violenze di questo tipo. I pestaggi, le percosse collettive ed individuali con manganelli e bastoni sono talmente frequenti e diffusi che le vittime non le menzionano neppure tra le pratiche di tortura. E’ ciò che viene chiamata “la festa di ricevimento” a cui vengono sottoposti coloro che entrano in carcere: transitare in mezzo a un doppio cordone di poliziotti ed essere ripetutamente percossi. Le condizioni di detenzione sono terribili, veramente terribili. Sovaffollamento, mancanza di ventilazione, privazione di cibo, assenza di cure mediche. Tra l’altro i medici delle prigioni non dipendono dal Ministero della Salute, il quale non ha nessun controllo sull’assistenza sanitaria nelle carceri, ma direttamente dal Ministero dell’Interno. Non conosciamo i loro nomi, non sappiamo come vengono selezionati ma sappiamo che non svolgono adeguatamente il loro lavoro. Il numero di denunce che raccogliamo, il numero di morti per negligenza medica all’interno delle carceri dimostrano che vi è una deliberata privazione di assistenza sanitaria per i detenuti. E le chiamano “morti naturali”. L’utilizzo di armi da parte della polizia è senza precedenti. Una persona può venire uccisa a causa di un diverbio per il traffico. Ci sono stati diversi casi di questo tipo. Può succedere che due automobilisti litighino su chi ha la precedenza. Uno di questi è un poliziotto, esce dall’auto, spara e uccide. Lo scorso dicembre un poliziotto ha ucciso un bambino di tre anni durante una disputa con la famiglia per 10 euro. E’ una situazione di caos. Ci sono forze di sicurezza, siano esse esercito o polizia, che non rispondono a nessuno e che hanno letteralmente, non metaforicamente, la licenza di uccidere nel momento in cui sanno di essere protette.

Chi sono le vittime di tutta questa violenza?
C’è la categoria dell’opposizione politica e all’interno di essa i più violentemente colpiti sono gli islamisti, gli affiliati alla Fratellanza Musulmana o gli amici degli affiliati alla Fratellanza Musulmana o persone sospettate tali . Questa diventa una cosa, come dire, senza fine. Perché le persone sotto tortura fanno nomi, danno qualsiasi nome, specialmente quando i torturati sono ragazzi poco più che bambini. Poi però c’è un’altra categoria che non ha mai cessato di essere perseguitata. E’ quella della gente ordinaria, della povera gente della strada, degli emarginati che agli occhi dei poliziotti osano sfidare la loro autorità. Il che è doppiamente ridicolo poiché tale autorità non esiste oltre la legge e perché spesso questi poliziotti circolano in abiti civili, senza divisa.

Anche i militanti per i diritti umani e gli attivisti della rivoluzione di Piazza Taharir sono colpiti da questa violenza?
Certamente si. Ahmed Douma, attivista politico, è stato condannato a trenta anni di carcere per dimostrazioni ritenute illegali. Recentemente ci sono stati diversi arresti dal 15 al 25 aprile a seguito delle manifestazioni di protesta contro la cessione delle isole all’Arabia Saudita. Tra gli attivisti arrestati ci sono stati diversi avvocati tra cui il legale del Centro Nadeem .

Perché secondo lei il Centro Nadeem, al di la delle continue minacce, non è ancora stato chiuso di forza dalle autorità?
Certamente c’è un forte sostegno nazionale ed internazionale nei confronti del Nadeem. Può essere che in questo momento ritengono che la “seccatura” non ne valga la pena. C’è d’altra parte la forte sensazione che esistano differenti forze che agiscono allo stesso tempo e non nella stessa direzione, che nell’attuale “cucina del potere” in Egitto non tutti vadano d’accordo. Ci sono tensioni. Per esempio nello stesso giorno un’autorità dichiara Hamas organizzazione terrorista e un’altra autorità riceve una delegazione di Hamas per discutere le misure antiterroristiche nel Sinai. Non stiamo parlando di un potere monolitico.

Dottoressa Al Dawla, veniamo al caso Regeni. Il governo italiano, ma anche i media, sembrano essersi resi conto di quel che accade in Egitto solo dopo il sequestro, le torture e la tragica morte del giovane ricercatore italiano. Per quanto ne sappiamo è il primo caso di questa gravità che colpisce un europeo. Qual è la sua analisi?
In realtà non è il primo caso. Un maestro francese, Eric Lang, fu arrestato nel 2013 nel quartiere centrale di Zamalek poiché, secondo la prima versione ufficiale, passeggiava per strada durante il coprifuoco. Fu portato presso una stazione di polizia e morì. Sempre secondo la versione ufficiale fu picchiato a morte dagli altri detenuti perché ubriaco. Dopo la morte di Giulio Regeni la famiglia ha chiesto di riaprire il caso. E poco dopo l’omicidio Regeni è emerso anche il caso di Karam Nasim, un cittadino con doppia nazionalità, tedesca ed egiziana. Ha dichiarato di essere stato arrestato e torturato con il figlio nel 2015. Regeni è stato arrestato in un giorno particolarmente teso, il 25 gennaio, quinto anniversario della Rivoluzione di Piazza Taharir. Non ho alcun dubbio su chi abbia ucciso Regeni. E’ stato uno dei tentacoli del sistema di sicurezza nazionale. La Polizia, la Sicurezza dello Stato, i servizi segreti nazionali o quelli militari. Quale esattamente non lo so ma ho la certezza che sia stato uno di questi. E le dichiarazioni ufficiali egiziane supportano la mia convinzione. Hanno provato a tirar fuori qualsiasi versione. Che è stato un incidente. Che Giulio era omosessuale, poi membro di un gruppo sadomasochista, poi una spia. E ancora, che è stato ucciso da una banda di cinque elementi che lo avrebbe derubato i quali poi a loro volta sono stati uccisi a sangue freddo dalle forze di polizia. E’ assolutamente evidente che stanno cercando di coprire qualcosa. Subito dopo il ritrovamento del cadavere di Regeni, alcuni agenti della sicurezza hanno dichiarato che nel suo cellulare c’erano dei numeri di telefono di membri della Fratellanza Musulmana e del Movimento 6 di Aprile, considerati nemici dello Stato dal Governo del Presidente Al Sisi . Gli stessi hanno affermato che era stato molto scortese verso gli agenti che lo avevano fermato e gli avevano posto delle domande e che si sentiva “troppo forte”. Tutte le dichiarazioni che si sono susseguite sono come elementi di un mosaico che indica una sola cosa.

Lei ha affermato che il rischio di tortura è inversamente proporzionale alle possibili reazioni legate alla visibilità del caso. Per questo gli europei, e più in generale gli occidentali, godrebbero di una sorta di “immunità” correndo molti meno rischi rispetto ai comuni cittadini egiziani. Nel caso Regeni questa “regola” è stata in qualche modo superata?
Quello che lei dice è vero. Ma c’è da considerare che i differenti gruppi membri di questo atroce “club” della sicurezza nazionale, consapevoli della totale impunità, spesso agiscono senza pensare alle conseguenze di ciò che fanno. Lo fanno e basta. Sanno che poi in qualche modo la questione verrà gestita. Ad esempio la scorrettezza di assegnare le indagini preliminari sulla morte di Regeni al generale Khaled Shalaby, già condannato nel 2003 da un tribunale di Alessandria per aver torturato a morte un uomo e falsificato i rapporti della polizia ma reintegrato e promosso dopo la sospensione della sentenza, è un vero e proprio insulto.

Certamente nell’omicidio di Giulio Regeni restano molti aspetti oscuri, a partire dall’identità degli esecutori materiali, che probabilmente e purtroppo rimarranno tali. Ma una cosa sembra essere certa. Che anche questo crimine è interamente da mettere in conto al tragico sistema di repressione oggi vigente in Egitto.
Assolutamente si.

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