Migranti. Accordo Italia-Libia inefficace e inumano

Roma, 6 febbraio 2017 – L’accordo siglato il 2 febbraio a Roma tra il governo italiano e il governo di riconciliazione nazionale libico per il contrasto all’immigrazione illegale, al traffico di esseri umani e per il rafforzamento della sicurezza delle frontiere, può essere riassunto in due concetti: probabilmente inefficace e certamente inumano.

Inefficace perché il governo di Serraj controlla ad oggi solo una parte molto ridotta del territorio nazionale libico e non ha il pieno controllo neanche della capitale Tripoli. Per il resto la Libia è oggi per i migranti un grande campo di concentramento, sfruttamento e tortura gestito da una miriade di milizie, gruppi armati e bande criminali di dimensioni e caratteristiche tra le più svariate.

L’accordo è inumano nel suo impianto perché ha palesemente come unico obiettivo quello di “fare muro” nel Canale di Sicilia per bloccare gli sbarchi in Italia senza preoccuparsi della sorte di centinaia di migliaia di donne, uomini e bambini destinati a rimanere intrappolati nell’inferno libico.

I diritti umani, la cui difesa avrebbe dovuto essere l’asse portante dell’accordo, vengono citati solo una volta nel memorandum, nell’articolo 5, e in un modo che li fa apparire niente di più che un orpello di circostanza: “Le Parti si impegnano ad interpretare e applicare il presente Memorandum nel rispetto degli obblighi internazionali e degli accordi sui diritti umani di cui i due Paesi siano parte.”. Non dimentichiamoci che la Libia non ha neppure sottoscritto la Convenzione di Ginevra sui rifugiati del 1951.

L’intensità e l’estensione delle violenze commesse sui migranti in Libia è di una gravità senza precedenti e gli operatori di Medici per i Diritti Umani (MEDU) ne sono quotidianamente testimoni nelle attività di cura e ascolto delle persone appena sbarcate in Italia e assistite nei progetti di riabilitazione delle vittime di tortura in Sicilia e a Roma (vedi ESODI Rotte migratorie dai paesi sub-sahariani verso l’Europa ). Oltre il 90% dei migranti intercettati da MEDU ha subito torture, abusi e violenze ripetute, quasi sempre in Libia.  Le pessime condizioni igienico-sanitarie e il disumano sovraffollamento, le quotidiane percosse e altri tipi di traumi contusivi sono le forme più comuni e generalizzate di maltrattamenti nei centri di detenzione e di sequestro . Vi sono poi le percosse ai piedi (falaka); le torture per sospensione e posizioni stressanti (ammanettamento, posizione in piedi per un tempo prolungato, ecc); le ustioni provocate con gli strumenti più svariati; le minacce ai danni propri o delle proprie famiglie; gli stupri e gli oltraggi sessuali; gli oltraggi religiosi e altre forme di trattamenti degradanti; la privazione di cure mediche; il lavoro in condizioni di schiavitù, l’obbligo di assistere a torture e trattamenti crudeli ai danni di altre persone. Nove migranti su dieci hanno dichiarato di aver visto qualcuno morire, essere ucciso, torturato o gravemente percosso. Come ricorda con indelebili parole uno di loro: “una volta che arrivi in Libia smetti di essere considerato un essere umano”.

Non si vuole certo qui negare la complessità dell’attuale questione migratoria né confutare la difficoltà di mettere in campo risposte adeguate al fenomeno umano che più sta segnando il nostro tempo; risposte che peraltro devono necessariamente arrivare da tutta la comunità internazionale. E’ però indispensabile affermare con forza che la direzione presa dal governo italiano con l’accordo italo-libico, e da tutta l’Unione europea con il recente incontro di La Valletta, va decisamente nella direzione sbagliata. Piuttosto che attraverso strategie miopi tese a sollevare tutti i ponti levatoi della “fortezza Europa”, sono necessari accordi e politiche che mettano radicalmente al centro la dignità e i diritti dell’uomo. E’ questo lo spirito per cui l’Europa esiste. Abbandonarlo significa minare alla radice il progetto europeo e condannare l’intera Unione a un fallimento operativo e morale senza ritorno.

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