Sarà un “Buon anno” solo se i giovani non dovranno più partire.

Sicilia. 31/12/2017

Il 2017 è andato via confermando il trend negativo e preoccupante di uno dei problemi più gravi del Sud e dell’Italia: la condizione dei giovani, una parte – crescente – dei quali, decide di sottrarsi alla morsa della disoccupazione o della precarietà abbandonando il Paese.
I dati completi non sono ancora disponibili, e quando lo saranno non potranno in ogni caso, per l’impossibilità di censire situazioni che non affiorano a nessuna rilevazione formale, certificare il fenomeno nelle sue effettive dimensioni. Ma gli elementi sommari sono chiarissimi e inquietanti. Nel 2017 è cresciuto ulteriormente, di oltre il 10 per cento secondo stime ancora informali, il numero di 125 mila persone (con netta preponderanza dei giovani di età compresa tra i 18 e i 34 anni) che nel 2016 avevano lasciato l’Italia. Numero che, a sua volta, aveva fatto registrare un incremento del 15 per cento rispetto al 2015.
I dati disponibili, la documentazione risultante dal Rapporto “Migrantes”, dall’Istat e da qualificate fonti giornalistiche ci raccontano, nei grandi numeri, che l’esito di queste partenze è tutt’altro che felice. A parte una sparuta minoranza di “cervelli” ai quali, nel campo dell’università e della ricerca, all’estero si aprono porte in Italia sbarrate da un sistema basato sulle relazioni personali piuttosto che sul merito e sulla selezione aperta e trasparente, l’80 per cento dei giovani in fuga, (dei quali più di un terzo laureati e circa la metà con in tasca un diploma di scuola media superiore) matura esperienze negative o fallimentari: lavori precari, estranei alle competenze proprie del percorso formativo, sottopagati, spesso in nero e in condizioni di sfruttamento. I casi di giovani italiani laureati che a Londra o in Belgio accettino di fare i lavapiatti, magari per cominciare ma, spesso, senza trovare mai una possibilità migliore, sono numerosi. E coloro che, delusi, fanno ritorno sono votati alla rassegnazione.
Stiamo assistendo ad uno spreco di capitale umano senza precedenti nella nostra storia. Un gigantesco depauperamento di risorse materiali e immateriali che segna un fatale declino della nostra società dopo la crescita progressiva e costante innescata dalla rivoluzione industriale.
E non è solo un problema del Sud.
La regione italiana dalla quale è andato all’estero, anche quest’anno come nel precedente, il più alto numero di persone è la Lombardia, la seconda il Veneto, la terza la Sicilia che rimane in questa posizione anche rapportando il numero delle partenze alla popolazione.
C’è quindi un problema attinente al sistema Paese e non più solo al divario Nord-Sud al suo interno. La questione meridionale rischia, senza essere mai stata risolta, di essere superata dalla deriva drammatica dell’intera realtà italiana spinta da un concorso di fattori: invecchiamento della popolazione, crisi delle nascite, precarizzazione del lavoro, caduta verticale di opportunità per i giovani, ampliamento della divaricazione tra le aree del privilegio frutto di un vecchio sistema chiuso che resiste e la carenza di spinte innovative, età media troppo alta dei titolari dei ruoli di potere e di responsabilità nel settore pubblico condizionato anche da scarsa produttività per il disallineamento del personale rispetto ai sistemi operativi offerti dalle nuove tecnologie.
Insomma lo Stato da una parte mette in fuga i giovani che potrebbero, naturalmente, rendere più efficiente il suo intero apparato di uffici e di servizi, e dall’altra mantiene organici vecchi anche attraverso l’aumento dell’età della pensione, facendo pesare su una collettività sempre più sfiduciata i maggiori costi di tale doppia scelta.
E tutto ciò, dopo avere investito ingenti risorse sulla formazione di quei giovani a cui rinuncia.
Ovviamente permane anche un gigantesco problema per il Sud e la Sicilia. Lo fotografa benissimo il numero di giovani che nell’ultimo anno sono partiti dall’isola per motivi professionali, ben 36 mila di cui 25 mila hanno scelto non uno Stato estero, ma altre regioni italiane.
E qui viene in rilievo la drammatica assenza di prospettive di una regione che pure è ricchissima di risorse storiche, culturali e ambientali la cui oculata gestione e valorizzazione potrebbero impiegare in lavori di qualità i tanti giovani che invece vengono frustrati ed emarginati.
In queste ore tutti ci scambiamo gli auguri di “buon anno”, perché sia almeno migliore dei precedenti.
Qualunque possibilità che tale augurio si avveri non può che partire da tale consapevolezza e dalla necessità di ribaltare questa colossale, suicida, ingiustizia sociale.
Luca Di Natale

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