Claudio Carbonaro, da affiliato alla Stidda a collaboratore di giustizia. Oggi chiede aiuto allo Stato

Gianni Di Gennaro – Rino Durante

(Intervista esclusiva a Claudio Carbonaro, uno degli autori degli episodi di mafia più eclatanti, che si sono verificati a Vittoria e nella provincia di Ragusa, negli anni ’80/’90, diventato collaboratore di giustizia nel 1992.)

Domenica 12 aprile 2015, Vittoria (RG) SICILIA – Negli anni 70, a Vittoria, grosso centro agricolo della fascia costiera ragusana, il boom economico che avanzava a passi da gigante, per il famoso ma dimenticato “oro verde”, attirava come una calamita, famiglie mafiose del Palermitano e del Trapanese, che investivano, all’epoca, centinaia di milioni di lire, acquistando ettari di terreno nelle zone di: Vittoria, Acate, Comiso e Santa Croce Camerina. Il referente di “cosa nostra” in quegli anni, era Giuseppe Cirasa, strenuo oppositore della commercializzazione e quindi spaccio, di stupefacenti, ma abile e incontrastato trafficante di “bionde”, le sigarette estere tanto care quanto ricercate in Italia.
Dopo la morte di Cirasa, assassinato mentre a tarda sera rientrava in auto nella sua villa a poche centinaia di metri dalla spiaggia di baia Dorica a Scoglitti, all’inizio degli anni 80, Turi Gallo, giovane rampante di una “famiglia” emergente, costituiva un clan a cui immediatamente si sono aggregati: Carmelo Dominante, boss gelese trapiantato a Vittoria, ancora recluso in quanto condannato a tre ergastoli, e tre fratelli vittoriesi: Claudio, Silvio e Bruno Carbonaro, che successivamente avrebbero fatto parte del nuovo sodalizio criminale denominato: Stidda. Un sodalizio che prende il nome dagli aggregati, quasi tutti pastori, abituati quindi a dormire all’aperto e sotto le stelle, in dialetto siciliano: stiddi. In poco tempo, sono riusciti a realizzare una consorteria forte che gestiva le estorsioni che riguardavano, a 360 gradi, tutte le attività economiche e commerciali della zona e della provincia iblea.
Sul finire degli anni 80, l’epilogo dell’attività criminale che ha segnato una fase indimenticabile, quella dei morti ammazzati: più di 100 in poco meno di 4 anni, esattamente tra il 1988 e il 1992.
L’arresto dei tre fratelli Carbonaro, avvenuto tra il 1992 e il 1994, divenuti successivamente collaboratori di giustizia, ha fatto si che Carmelo Dominante si alleasse, sppur per un brevissimo periodo, con il clan “Mammasantissima” capeggiato da Ciccio D’Agosta successivamente deceduto a causa di una malattia.
In quegli anni caddero nelle reti delle forze dell’ordine, circa 1.900 persone, tutte accusate di reati di mafia e reati ad essa collegati; solo nell’anno 1997, sono state tratte in arresto 760 persone, di cui 150 di Vittoria.
Sin qui un sunto della cruenta, triste e sanguinosa storia della mafia vittoriese, composta anche da elementi provenienti da città vicine, quali: Gela e Niscemi.
Adesso ci occupiamo di uno degli artefici principali degli episodi criminali che hanno caratterizzato quegli anni: Claudio Carbonaro, 50 anni, fratello di Silvio e Bruno, attualmente in Sicilia e alla ricerca di una soluzione per le problematiche che lo stanno coinvolgendo da quando, nel 2007 è uscito dal programma di protezione riservato ai collaboratori di giustizia.
Tramite un collega giornalista originario di Vittoria, ma residente da anni a Roma, si è messo in contatto con noi e, tra mille timori e altrettante difficoltà, ha voluto incontrare chi scrive.
Un incontro intriso di timori, sguardi a destra e a manca, scelta del luogo, isolato ma non troppo, e finalmente, 28 minuti di racconti.
Carbonaro ha iniziato a parlare dell’inizio della sua collaborazione con la giustizia, nel 1992, subito dopo il suo arresto, confessando decine di delitti, ma consentendo altresì all’autorità giudiziaria, di arrestare altrettante persone, quasi tutte, adesso, condannate con sentenze definitive, alla pena dell’ergastolo. Come riferito, fino al 2007 è stato sotto tutela insieme alla moglie, anch’essa di Vittoria, al figlio ventiseienne e alla figlia che adesso ha 11 anni.
Concluso il programma imposto dal protocollo, dopo avere speso tutti i soldi messi da parte negli anni in cui era a carico dello Stato, ha iniziato a lavorare come ambulante, vendendo merce per la strada.
Insieme alla famiglia abitava in una casa che aveva preso in affitto utilizzando la sua nuova identità, di cui non faremo cenno. Poi è arrivata la crisi che attanaglia tutti e tutto e anche Carbonaro ne ha pagato le conseguenze.
< Alla fine sono fallito come tanti altri > dice Carbonaro < in poco tempo ho esaurito le ridotte scorte economiche, ho iniziato a non pagare la pigione, la luce, l’acqua e si è innescato lo stesso percorso che si innesca per tutti quelli che come me, non fanno fronte agli impegni assunti.
Ma tra me e gli altri c’è una differenza abissale, gli altri nella loro vita hanno imparato un mestiere, io no, e non per colpa di qualcuno, vorrei che le mie parole non fossero oggetto di malintesi; l’unico responsabile sono stato e sono io. Ma adesso, dopo che lo Stato con me è stato molto generoso, generosità che ho contraccambiato con le mie dichiarazioni che hanno reso possibili decine e decine di arresti, processi e condanne; di punto in bianco, dopo avere vissuto e avere fatto vivere la mia famiglia con l’erogazione dell’acqua e del gas sospesi per mesi, sono stato buttato fuori casa, senza che nessuno tenesse conto della circostanza che non ero da solo, ma con una bambina di pochi anni, in una situazione di reale pericolo per me stesso e per chi mi sta accanto, e, nonostante i miei accorati appelli al servizio di protezione, al sindaco della città dove vivevo e al prefetto della provincia capoluogo di quella città, tutti siamo stati messi in mezzo alla strada, senza un tetto dove ripararci di notte>.
Si ferma, si guarda intorno, guarda il sottoscritto e dice: mi capiu? (Mi ha capito?)
< Io non sto dicendo che lo Stato, dopo tutto quello che ho fatto, deve avere riguardi nei miei confronti, ma nei confronti di una creatura innocente che non conosce il vero volto del padre, si. Ho scritto al Presidente della Repubblica, Napolitano e ad altre istituzioni, ho ricevuto risposta solo dal capo dello Stato.
Io sono stato costretto a tornare qui, dove certamente non ho amici, anzi, per potere lavorare in qualche campagna, ho lasciato mia moglie e mia figlia in un centro di accoglienza di un piccolo centro del nord Italia, ospite del comune, con la consapevolezza che non è detto che non accada l’irreparabile. Spesso mentre cammino per le strade, da lontano vedo gente a cui ho fatto del male, cambio strada e accelero, andando a passo spedito; quanto può durare tutto questo?
Ho lavorato in una campagna per potere ottenere in cambio, un letto e un tetto. Lo so, qualcuno obietterà che non merito nulla, ma il mio debito con la giustizia e la società, credo di averlo pagato. Uno Stato che si è dimostrato magnanimo e efficiente, ora mi ha girato le spalle e mi ha lasciato da solo. Pezzi dello Stato, non ultimo l’onorevole Lumia che ho querelato, hanno detto, tramite la stampa, che io e i miei fratelli razzoliamo in provincia e ci stiamo “riorganizzando”. Ho sporto querela contro Lumia, che rispetto per il lavoro che svolge, perché, mentre lui diceva che io, Silvio e Bruno eravamo in zona, Silvio era recluso in un carcere del nord Italia. Hanno detto che sono comproprietario della Coop, titolare di una macelleria a Comiso e socio in affari di un’altra persona di Vittoria che ha avuto un passato tempestoso come il mio. Tutto falso, solo bugie. Io non voglio niente, desidero lavorare, e non voglio fare lo stesso lavoro che avevo fatto negli anni più bui della mia vita. Lo Stato mi deve tendere una mano e mi deve aiutare per consentire a mia figlia, di crescere senza portarsi impresse colpe non sue, ma di un padre che ha sbagliato>.
Dichiarazioni quelle di Carbonaro, che molti comprenderanno, altri meno, noi le abbiamo registrate e riportate per renderle pubbliche, senza terzi fini o chissà quali intenzioni; abbiamo soltanto voluto dare voce ad un uomo che si è reso responsabile di efferati delitti, ma ha contribuito con la sua collaborazione, ad assicurare alla giustizia decine di persone che gravitavano nel mondo del crimine, e se ancora liberi, continuerebbero a delinquere.

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