Operazione “Oro Pro Nobis”. Associazione a delinquere finalizzata alla bancarotta fraudolenta alla casa della Divina Provvidenza

Bari, 10 giugno 2015 – Questa mattina gli uomini del Comando Provinciale della Guardia di Finanza di Bari – Nucleo di Polizia Tributaria, hanno eseguito dieci ordinanze di custodia cautelare, di cui tre in carcere e sette ai domiciliari ed il sequestro di un immobile appartenente all’ente ecclesiastico “Casa di Procura Suore Ancelle della Divina Provvidenza” sito in Guidonia (Roma).
In via preliminare riteniamo opportuno sottolineare che siamo stati tra le prime AA.GG. ad aver beneficiato del nuovo corso di trasparenza e collaborazione della Banca Vaticana voluto dal Santo Padre.
Va pertanto riconosciuta la preziosa collaborazione fornita dallo IOR, nell’ambito delle rogatorie internazionali richieste da questa A.G.
L’indagine, durata tre anni, articolatasi in numerosissime acquisizioni documentali, perquisizioni locali, accertamenti bancari, escussione di soggetti informati sui fatti, migliaia di intercettazioni telefoniche (tutte preziose nella ricostruzione dei fatti e delle responsabilità penali), ha ad oggetto l’Ente religioso denominato Congregazione Ancelle della Divina Provvidenza opera Don Uva onlus.
Trattasi di un Ente Ecclesiastico fondato da Don Pasquale Uva nel 1922, avente finalità di culto e religione, che esercita attività di cura e assistenza delle persone con facoltà intellettive compromesse, in forza di convenzionamento con il Servizio Sanitario delle Regioni Puglia e Basilicata, nonché di un accreditamento, con le stesse regioni, relativamente ad altre attività Ospedaliere.
La struttura si articola nelle tre sedi di Bisceglie, Foggia e Potenza.
Stando a quanto si legge negli atti ufficiali della Congregazione, le Ancelle della Divina Provvidenza farebbero proprio il motto paolino “Charitas Christi urget nos” e vivrebbero la loro esperienza missionaria nel cuore della Chiesa secondo l’originale carisma del Fondatore.
Il loro servizio pastorale, come recita il sito internet della Congregazione, consisterebbe nel prendersi cura delle persone colpite nelle facoltà intellettive e fisiche, privilegiando le aree di particolare necessità e di abbandono “per farsi voce di chi non ha voce”.
Le indagini hanno chiarito che i nobili principi ispiratori della venerabile missione avviata dal Padre Fondatore ormai non sono altro che un lontano ricordo.
Negli ultimi decenni si è invero assistito ad un lento ed incessante processo di secolarizzazione della Congregazione, divenuta facile e ghiotta preda di poteri forti e di trame politiche; nel corso di questo processo involutivo le stesse Ancelle (o per lo meno, alcune di esse) sembrano aver completamente rinnegato i canoni fondativi della loro missione, rendendosi complici, quando non addirittura protagoniste di primo piano, dei gravi misfatti compiuti all’interno dell’Ente.
L’indagine ha portato oggi ad eseguire gli arresti nei confronti delle religiose, massime responsabili della Congregazione delle Ancelle, di un ex Direttore Generale, di Amministratori di fatto, di consulenti e di dipendenti dell’Ente stesso, ma nel lungo elenco degli indagati, compaiono anche altri professionisti, ex amministratori della CDP e personalità politiche della zona, tutti coinvolti in vari episodi di dissipazione e distrazione di risorse dell’Ente.
Le misure sono state adottate in relazione a numerosissimi reati di associazione per delinquere, bancarotta fraudolenta ed altri, nell’ambito del crack dell’Ente Ecclesiastico Congregazione Ancelle della Divina Provvidenza
Che, a causa di una pesantissima esposizione debitoria di oltre 500 milioni, si trova attualmente in Amministrazione Straordinaria.
La Procura della Repubblica di Trani, destinataria di numerosi esposti in merito alla scandalosa gestione dell’Ente, nell’aprile 2012 ha chiesto il fallimento dell’Ente Religioso e da quel momento la lunga e complessa indagine, condotta dal Nucleo di Polizia Tributaria di Bari della Guardia di Finanza, ha messo in luce l’innumerevole serie di reati che hanno portato al surrichiamato clamoroso crack da oltre 500 milioni di euro, di cui oltre 350 sono rappresentati da debiti nei confronti dello Stato.
L’approfondita analisi della gestione dell’Ente prima del commissariamento ha consentito di comprendere le cause del default:

  1. Una gestione totalmente svincolata dai criteri di una corretta amministrazione aziendale, in cui per decenni è mancata persino una contabilità ed organi che controllassero la rispondenza ad economicità delle operazioni gestionali;
  2. Una inesauribile serie di appropriazioni, sperperi, dissipazioni, forniture fuori mercato con contratti a tutto favore dei terzi ed ad tutto danno dell’Ente;
  3. Assunzioni clientelari in momenti di crisi, allorché contemporaneamente si procedeva a consistenti riduzioni di personale per poter accedere agli ammortizzatori sociali previsti dalle norme vigenti;
  4. Assunzioni di personale inutile oppure destinato a mansioni del tutto svincolate dalle professionalità richieste.

Il caso più clamoroso di sottrazione di patrimonio aziendali è rappresentato dagli oltre 30 milioni di euro e da un immobile destinato a clinica privata in Guidonia fittiziamente intestati ad altri Enti Ecclesiastici paralleli gestiti dalle suore della Congregazione, nel tentativo di sottrarli ai creditori e quindi anche allo Stato.
Sono proprio le parole usate dall’Amministratore Straordinario in una delle sue relazioni a costituire un pesante e lucido atto di accusa nei confronti di coloro che si sono avvicendati alla guida dell’Ente a partire dalla fine degli anni ’90: alle nefandezze commesse da questi soggetti il Commissario attribuisce, senza mezzi termini, la ritardata emersione dello stato di insolvenza della CdP, e, conseguentemente, l’aggravamento della condizione di dissesto.
Dice il Commissario Straordinario:
“La consapevolezza dello stato di insolvenza, che si manifesta allorquando l’intensità e l’entità delle perdite economiche, unite alla scarsa solidità dell’assetto patrimoniale, conducono all’incapacità dell’impresa di fronteggiare i propri impegni finanziari, cioè di soddisfare regolarmente e con mezzi ordinari le proprie obbligazioni, era nota agli amministratori fin dagli ultimi anni ’90.
Già nel 1997 infatti le disponibilità finanziarie della Congregazione non erano sufficienti ad assolvere gli impegni di spesa previsti nei confronti del personale; tale criticità si ripete nel corso dell’esercizio 1999, quando la Congregazione si trova costretta a far ricorso al mercato del debito anche al fine di ottenere le provviste necessarie a far fronte ai c.d. “pagamenti obbligatori”.
Tale situazione appare ancor più manifesta a partire dai primi anni 2000; dal luglio 2001 l’Ente non è più in grado di assolvere alle obbligazioni di natura previdenziale ed erariale connesse al lavoro dipendente1; dal gennaio 2002 l’Ente non è più in grado di assolvere nemmeno ai contributi a carico dell’azienda verso INPS e INAIL”.
Estremamente rilevante il passaggio immediatamente successivo: “Tale situazione avrebbe dovuto portare la Congregazione a manifestare il proprio stato di insolvenza in un momento precedente rispetto a quanto manifestatosi nel corso del dicembre 2013; ciò non è avvenuto anche perché, nel Periodo di Riferimento, gli Amministratori hanno posto in essere una serie di azioni che hanno avuto il deliberato obiettivo di “(…) rendere meno pesante il risultato di esercizio (…)” e “(…) rappresentare una perdita di esercizio inferiore trasferendo al futuro tutte le relative conseguenze negative (…)”, di fatto ritardando l’emersione dello stato di insolvenza della Congregazione””.
I devastanti effetti sull’intera collettività prodotti da decenni di scriteriata gestione della Congregazione danno il segno dell’assoluta gravità delle condotte accertate.
Il danno nei confronti dei contribuenti italiani è incalcolabile. Infatti:

  1. l’Ente ha sempre vissuto esclusivamente sui proventi delle erogazioni pubbliche derivanti dalle convenzioni con il servizio sanitario (per inciso questo peculiare aspetto costituisce oggetto di altro filone investigativo per una massiccia truffa ai danni del Servizio Sanitario Nazionale);
  2. le consistenti riduzioni di personale imposte dallo stato di crisi sono sempre state poste a carico degli enti previdenziali attraverso il meccanismo degli ammortizzatori sociali;
  3. i benefici concessi con gli innumerevoli interventi normativi effettuati nel corso degli anni in “favore” dell’Ente, non hanno fatto altro che procrastinare il versamento di contributi assistenziali e previdenziali fino al 2016 (e rateazione del pregresso fino al 2027), tanto da accumulare un debito che allo stato attuale ammonta a circa 350 milioni di euro.

Insomma un Ente, come altri in Italia, che si è rivelato agli occhi degli investigatori come un’azienda che per decenni ha goduto della privatizzazione dei profitti e della socializzazione delle perdite; e che, inevitabilmente, in un modo o nell’altro sta riversando sui contribuenti ancora oltre mezzo miliardo di euro di perdite, appesantendo il bilancio dello Stato.
Come già detto, nel corso delle indagini sono stati scoperti e sequestrati oltre 30 milioni di euro, formalmente intestati a vari enti “paralleli”, creati allo scopo di distogliere dalla massa debitoria ingenti quantità di denaro.
Per preservare questo denaro scoperto, è stato necessario investigare con cura la natura e l’esistenza di tali enti apparentemente autonomi dalla Congregazione, attraverso complessi accertamenti bancari, consulenze disposte da questa Procura e una paziente opera di ricostruzione dei flussi finanziari degli stessi.
Il Giudice per le Indagini Preliminari, dott.ssa Rosella Volpe, ha riconosciuto la totale fondatezza dell’ipotesi accusatoria avanzata dal Pm in ordine all’esistenza di una associazione per delinquere finalizzata alla commissione dei tanti reati accertati dagli investigatori.
In particolare, così si articola il capo di imputazione sub A), ossia quello dedicato alla contestazione dell’associazione a delinquere, nel quale si dà atto dei soggetti che a vario titolo – organici o meno all’Ente stesso – si sono avvicendati ai vertici della CDP, condizionandone pesantemente le scelte gestionali:

  • A) art. 416 commi 1, 2, 3, 5, c.p., per avere costituito, promosso, organizzato e partecipato – anche in tempi diversi – ad una associazione per delinquere – inizialmente costituita da 4 soggetti, alla quale successivamente hanno aderito gli altri, anche assumendo in taluni casi ruoli direttivi o sostituendo alcuni membri usciti dal sodalizio – finalizzata alla commissione di più delitti di cui agli artt. 216 c. 1 nn. 1 e 2, comma 2 e 3, 217, 223 c. 1, 236, commi 1 e 2 R.D. 267/42 nell’ambito della gestione della Congregazione delle Ancelle della Divina Provvidenza – Opera Don Uva, (in seguito indicata anche solo come CDP), compagine per la quale in data 23.04.2012 il Procuratore della Repubblica presso il Tribunale di Trani presentava istanza di fallimento……omissis…….; tutti nelle rispettive vesti di:
    1. legale rappresentante p.t.,
    2. economa della Congregazione e legale rappresentante del fittizio ente denominato “Casa di Procura Istituto Ancelle della Divina Provvidenza”;
    3. vari direttori generali avvicendatisi nel tempo;
    4. vari amministratori di fatto ,
    alcuni promotori/costitutori/organizzatori, altri organizzatori e capi, altri ancora in veste di partecipi, ciascuno con i ruoli, le modalità e le condotte descritte nei successivi capi di imputazione (dissipazione delle ricchezze, occultamento di ingenti somme di denaro, assunzioni clientelari di personale inutile o incompetente, falsificazione delle scritture contabili, pagamenti preferenziali, erogazione di compensi esagerati a consulenti e fornitori, ecc.) contribuivano al depauperamento delle risorse dell’Ente, sino alla inevitabile decozione.

La descritta associazione per delinquere ha imperversato per anni sulla Congregazione.
In tale situazione, l’Istituto fondato da Don Uva, defraudato della più nobile delle missioni alla base della sua costituzione, è divenuto nel tempo preda di interessi illeciti ed è stato preso d’assalto dal malaffare.
Le indagini hanno, infatti, evidenziato come molti dipendenti siano stati assunti con logiche clientelari e con spesso incredibili livelli stipendiali, molti fornitori abbiano goduto di un rapporto privilegiato con il “potere”, ottenendo grottesche condizioni contrattuali, cui erano riservate corsie preferenziali per i pagamenti delle forniture (specie in periodi di massima crisi finanziaria dell’Ente) in cambio di assunzioni di persone sponsorizzate dalla dirigenza della CDP, il patrimonio immobiliare stesso dell’Ente è stato spesso svenduto a soggetti compiacenti o ai vertici dello stesso; tutto era basato sulla logica del clientelismo, perfino le liste dei dipendenti da avviare a licenziamenti collettivi erano improntate alla epurazione dei non graditi.
Per porre un freno alle clamorose condotte dissipative cui si è fatto cenno, a luglio del 2013 veniva emesso un Decreto di sequestro preventivo d’urgenza su tutti i conti correnti intestati o comunque riconducibili alla Congregazione;
grazie all’intuito degli investigatori, venivano rinvenuti e sequestrati, sui conti intestati ad un Ente parallelo denominato “Casa di Procura Suore Ancelle della Divina Provvidenza”, disponibilità finanziarie per circa 30 milioni di euro. Il sequestro ha anche superato il vaglio dei giudici della Suprema Corte.
Le successive indagini hanno accertato che Casa Procura, eretta nel 1999, pur formalmente costituendo una casa dipendente dalla Congregazione, di fatto rappresenta un Ente fittizio sul quale sono state dirottate ingenti risorse accumulate fin dagli anni settanta presso lo IOR.
Ma la investigazioni degli inquirenti sono andate oltre, producendo ulteriori risultati. Infatti, sono stati scoperti altri tre Enti paralleli, tutti con le casse colme di denaro distolto dalla Congregazione: “Istituto Don Pasquale Uva – Casa Divina Provvidenza Onlus”, “Istituto Don Uva” e “Postulatore Beatificazione Don Uva presso Congregazione Ancelle Divina Provvidenza”, per un ammontare complessivo di circa 2 milioni di euro che hanno formato oggetto di sequestro.
Singolare il caso del conto “Postulatore Beatificazione Don Uva”, a proposito del quale si è scoperto come lo stesso fosse un conto gestito, in modo subdolo, dalle “Ancelle”, non già per le spese necessarie alla pratica di beatificazione di Don Pasquale ( oggi riconosciuto Venerabile dalla Chiesa) – per il quale esisteva già un Postulatore ufficiale nominato dal Vaticano con un proprio conto acceso presso lo I.O.R. – ma un vero e proprio conto segreto che veniva alimentato da versamenti di denaro proveniente da donazioni di fedeli e dal pagamento delle copie delle cartelle cliniche di pazienti della CDP!
Se da un lato ci si è imbattuti in vicende intricatissime di distrazione di denaro della CDP, nondimeno è stato possibile ricostruire varie storie di incredibile sperpero del denaro, mediante mega-compensi per inutili consulenze giuridiche, doppioni di incarichi professionali già conferiti, dimissioni camuffate da licenziamento che hanno prodotto onerosissime transazioni economiche e stipendi pagati a peso d’oro.
È il caso dello stipendio “d’oro” di un ex Direttore Generale della CDP: a novembre 2012 questi rassegnava le dimissioni dall’incarico che gli fruttava oltre 15mila euro lordi mensili e tornava a fare il Direttore amministrativo di sede, continuando a percepire lo stipendio da Direttore Generale come previsto dal contratto.
Si è pure accertato la creazione di un intero ufficio stampa in un periodo di crisi economica dell’Ente, dopo che solo poco tempo prima per arginare la suddetta crisi era stata stabilita la soppressione di analoghi uffici, nonché di una nuova assunzione presso la segreteria della Direzione Generale, con conseguente riconoscimento anche di speciali indennità aggiuntive mensili.
La creazione di tale nuovo ufficio ha comportato l’assunzione di personale in rapporto di stretta confidenzialità con il Direttore Generale pro-tempore.
Ad esempio tra queste, una – oggi attinta da provvedimento custodiale – oltre a godere dello stipendio CDP per un incarico creato ad hoc – in un ufficio che era stato precedentemente soppresso per evidente inutilità – beneficiava contemporaneamente dei vantaggi di altri due contratti, fittizi, con fornitori della stessa CDP vicini al Direttore; a ciò si aggiungano le continue assenze della stessa dal luogo di lavoro coperte dall’amico direttore.
Il tutto, mentre l’Ente disponeva piani di licenziamento per oltre mille persone.
Altro grave episodio è quello della onerosissima consulenza elargita a favore di un commercialista del luogo – organico al sodalizio – nel mentre era già in essere un analogo contratto di consulenza con diverso professionista; il predetto commercialista nel sottoscrivere con l’Ente ben tre contratti di consulenza, apparentemente rinuncia a una cifra enorme già maturata ante-concordato preventivo, di circa 80mila euro e in cambio ottiene, proprio mentre incombeva l’istanza di fallimento, una super-consulenza di oltre 120mila euro, in tal modo privilegiandolo rispetto alla massa dei creditori.
Parimenti, sono state pure accertate ingenti liquidazioni di compensi nei confronti dell’avvocato dell’Ente – anch’egli destinatario di provvedimento custodiale in carcere – nella misura di oltre 300mila euro a fronte di prestazioni mai effettuate.
Gli investigatori hanno dovuto esaminare a fondo migliaia di documenti sequestrati nel corso delle indagini e metterli a confronto con un poderoso materiale probatorio che via via emergeva grazie alle intercettazioni telefoniche e ambientali e alla escussione di centinaia di soggetti.
Va precisato che i risultati investigativi raggiunti si fondano anche sul prezioso lavoro svolto dal Tribunale Fallimentare di Trani e dai Commissari giudiziali da questo nominati, nell’ambito della procedura di concordato preventivo, in relazione alla quale sono stati accertati ulteriori reati.
Ci si riferisce in particolare all’episodio gravissimo della falsificazione dei Bilanci 2011 e 2012 presentati con il Piano di Concordato Preventivo e abbondantemente ritoccati allo scopo di far apparire al Giudice della procedura fallimentare una perdita d’esercizio di gran lunga inferiore a quella reale. Questo artificio contabile era finalizzato ad accedere ad una procedura che avrebbe consentito agli stessi amministratori di continuare a gestire l’Ente, a differenza di quanto accaduto con l’Amministrazione Straordinaria che ne ha invece determinato l’estromissione.
Il progetto criminoso architettato dal management aveva due finalità: rappresentare un passivo fallimentare inferiore a quello effettivo ed occultare un’ ingente massa patrimoniale, nel corso degli anni dirottata – anche mediante raffinati meccanismi finanziari di certo non alla portata di semplici “Ancelle” – su conti correnti italiani ed esteri facenti capo al fittizio Ente parallelo denominato “Casa Procura”, anche per il tramite di una società fiduciaria.
Il Tribunale fallimentare a seguito della relazione dei Commissari giudiziali rigettava la richiesta di concordato preventivo giudicandola ”manifestamente dannosa per i creditori” e assolutamente inidonea a garantire la paventata continuità aziendale.
Le indagini proseguono su altri filoni investigativi.

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