Sgominata associazione a delinquere specializzata in truffe “Rip Deal”

GALLARATE – All’alba di ieri gli agenti del Commissariato di P.S. di Gallarate, con l’ausilio della Squadra Mobile della Questura e del Commissariato di P.S. di Busto Arsizio hanno eseguito ordinanze di custodia cautelare in carcere nei confronti degli appartenenti ad una associazione a delinquere finalizzata alla consumazione di reati contro il patrimonio, e segnatamente di truffe “rip deal”, ai danni di imprenditori e commercianti di gioielli e metalli preziosi, prevalentemente stranieri. Le ordinanze, che sono state emesse dal GIP del Tribunale di Busto Arsizio su richiesta del Sost. Proc. della Repubblica Dr Luigi Furno, costituiscono il risultato degli intensi sviluppi investigativi successivi all’arresto in flagranza che gli agenti del Commissariato di P.S. di Gallarate eseguirono l’8 aprile 2015 nei pressi di un albergo di Milano. In quest’ultima occasione furono tratti in arresto D.Z., cinquantunenne di nascita serba formalmente residente a Rho, M.N. trentenne di nascita olandese e P.S. trentaseienne di nascita tedesca, tutti rom di fatto senza fissa dimora in Italia ma stabilmente dimoranti in Lombardia, pregiudicati per reati contro il patrimonio, quali componenti di spicco di un più articolato gruppo che quel giorno tentò senza riuscirci di truffare un commerciante polacco di metalli preziosi. Il piano del gruppo era stato di attirare il commerciante con l’oro in un lussuoso hotel di Milano per concludere l’acquisto di circa 12 kg d’oro con banconote facsimile sostituite con destrezza prima di darsi alla fuga; per non insospettire il venditore il gruppo si sarebbe servito di uno speciale mobile modificato, capace di celare al suo interno una persona di piccola statura e corporatura la quale, silenziosamente, avrebbe sostituito il denaro vero mostrato al polacco e poi temporaneamente depositato nel mobile stesso, con volgari facsimile, tutt’al più a malapena ricoperti da poche banconote vere piazzate ad arte. Poco dopo, al segnale convenuto, mentre altri malviventi avrebbero conseguito il possesso dell’oro nella stanza d’albergo del polacco, sarebbe contemporaneamente avvenuta la falsa consegna del corrispettivo in denaro, pari a quasi trecentocinquantamila euro. A mandare a monte i piani dei truffatori era stata però l’irruzione dei poliziotti pianificata d’intesa con il Pubblico Ministero, che erano riusciti a bloccare tre rom, ed esattamente quelli che dovevano occuparsi della consegna del denaro falso, ed a sequestrare sia l’ingente quantità di facsimile che il mobile usato per la truffa, mentre l’oro era già stato messo al sicuro. All’indomani dell’arresto sono state attivate intense indagini che hanno accertato l’esistenza di un articolato sodalizio criminale, del quale i tre arrestati facevano ovviamente parte sia pure con diversi ruoli e gradi di responsabilità, e ne è stato ricostruito l’operato nel periodo compreso tra il settembre 2014 e l’agosto 2015. In questo periodo, grazie ad un mix investigativo fatto sia di intercettazioni e tracciamenti telefonici che di appostamenti, pedinamenti e di raccolta tradizionale degli elementi di prova, è stata documentata un’intensa attività criminale ai danni di un rilevante numero di imprenditori e commercianti, attuata secondo sottili tecniche ben collaudate. I truffatori in primo luogo usavano modi cortesi e raffinati, a tratti perfino eleganti, ostentando le cortesie che usualmente si praticano nelle transazioni d’alto rango: alle ignare vittime erano sempre offerte corse in taxi, sistemazioni in ottimi hotel e costosi pranzi d’affari, ed i contatti diretti erano mantenuti da persone d’eccellente aspetto capaci di parlare fluentemente lingue straniere, tra cui inglese e tedesco, e di carpire così ancor meglio la loro fiducia. Le vittime, che come emerso erano spesso imprenditori in difficoltà economica, venivano a quel punto gradualmente indotte alla conclusione di affari relativamente circoscritti, relativi ad acquisti di minori quantità di preziosi, i cui corrispettivi erano regolarmente saldati con denaro vero, sovente a condizioni migliori di quelle di mercato, onorando sempre e puntualmente gli accordi. Questa circostanza è importante perché, oltre ad attestare l’evidente costante e notevole disponibilità economica del gruppo, chiaramente di dubbia provenienza, con cui sostenere gli “assaggi”, rappresenta anche la chiave di volta del sistema truffaldino, in quanto le vittime in seguito non avrebbero più dubitato allorché fosse stato proposto loro un affare più sostanzioso, pari a centinaia di migliaia di euro; indicativa in tal senso una conversazione captata in cui due sodali si vantano di avere pesantemente truffato le loro vittime anche dopo quattro anni di contatti costellati di “assaggi” andati a buon fine, e concordano di non forzare la mano al malcapitato di turno, che evidentemente manifesta ancora esitazioni. Prima o poi comunque, quasi sempre in un’ambientazione adeguata alle loro attese (un elegante hotel o un noto ristorante), le vittime venivano indotte a cedere notevoli quantitativi di metalli preziosi in cambio di somme milionarie, risultate poi però composte di facsimili riposti in borse o valigette da loro non controllate a dovere dopo essere uscite dal mobile “magico”. In altri casi le indagini hanno evidenziato che oggetto della truffa era stato un ingente affare di cambio valuta in euro, laddove l’imbarazzato silenzio delle vittime sarebbe stato garantito anche dall’inopportunità di sporgere denuncia per il timore di incorrere in sgradevoli conseguenze fiscali in Italia o in madrepatria; in un caso, infatti, è uno dei sodali a consigliare alla vittima tedesca di disfarsi personalmente dei facsimile (che così farà), perché se si rivolgesse alla polizia in Italia o Germania sarebbe senz’altro a sua volta denunciata. In due casi, invece, i truffatori si sono giuridicamente trasformati da truffatori in rapinatori: infatti, dopo essere state fatte accomodare con varie scuse sui sedili posteriori di autovetture alle quali a loro insaputa erano state bloccate le sicure degli sportelli, le vittime subito dopo avere esibito la merce in vendita ne erano state letteralmente scippate dai sedicenti acquirenti, che poi erano fuggiti a gambe levate facendo perdere per sempre le loro tracce, mentre le vittime faticavano non poco ad uscire dall’autovettura e riguadagnare la loro libertà di movimento; in questi casi, del resto, le autovetture erano risultate intestate a “prestanome” riconducibili alla malavita rom ma di scarso rilievo investigativo. Le indagini hanno consentito di accertare che il gruppo, che aveva le proprie basi operative a Gallarate, era costituito da dieci persone con ruoli diversi ma tutti funzionali alla consumazione sistematica di reati contro il patrimonio, già tutti noti per i loro precedenti di polizia; si ipotizza anche che gli ampi proventi delle truffe siano stati investiti in affari immobiliari in Serbia e Croazia. Il già citato D.Z. ed i due rom macedoni R.D. e D.N., rispettivamente cinquantasette e sessantaquattro anni, costituivano la “prima linea”: aspetto maturo ed affidabile, eloquio fluente anche nelle lingue straniere parlate dalle vittime e modi sicuri da imprenditore del settore, si prodigavano nei contatti con i malcapitati e nelle fasi più delicate delle trattative. Due rom di nascita serba, rispettivamente il quarantatreenne B.K. ed il quarantaseienne Z.F., invece, operavano nel corso delle truffe “rip deal” con compiti fondamentali: d’aspetto distinto a loro volta, si presentavano come collaboratori dei predetti ed erano tra coloro che provvedevano alla consegna dei facsimile o che si appropriavano del bottino. A.D., ventiseienne di nascita serba e figlia di B.K., di corporatura minuta, era la persona che, celata all’interno del mobile, provvedeva alla segreta sostituzione del contante vero con i facsimile; è sempre riuscita a fare perdere le proprie tracce in quanto i truffatori con varie scuse facevano sempre in modo che la vittima, negli attimi immediatamente successivi al “rip deal”, si spostasse altrove (in un caso l’ignara vittima aveva accettato il beffardo invito ad un pranzo per suggellare il buon affare, per accorgersi solo poco dopo che la valigetta appena consegnatale non conteneva altro che facsimile, mentre si trovava a bordo di un taxi noleggiato dai truffatori con la consueta cordiale tempestività). Importanti ruoli di backoffice inoltre per altre due donne rom, rispettivamente la trentacinquenne di nascita serba T.C., compagna di D.Z., e la ventiquattrenne di nascita bosniaca L.S., incaricate di mantenere contatti telefonici e telematici con le vittime nel corso dei contatti immediatamente preliminari alle truffe, grazie anche alla padronanza delle principali lingue straniere, ma ancor prima di individuarle ed avvicinarle fingendosi segretarie o portavoce commerciali di importanti uomini d’affari. Sono inoltre indagati in stato di libertà, per avere fornito contribuiti importanti all’operato dell’associazione, il quarantanovenne gallaratese C.G. con precedenti di polizia che, già esercente di noleggio con conducente, si è prestato ad accompagnare truffatori o truffati in occasione dei “rip deal”, e la filippina di sessantaquattro anni E.T.L., con precedenti di polizia a carico, che si è prestata a procurare a proprio nome appartamenti “puliti” a Gallarate per le esigenze dell’associazione. Per quattro delle persone colpite dalle ordinanze di custodia cautelare in carcere sono scattate le manette, mentre gli altri sono tuttora attivamente ricercati.

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