Scuola. Camusso a Boschi: “L’arroganza copre la mancanza di un progetto”

Roma, 11 maggio – “Viene il sospetto che tanta arroganza che il governo mette nel negare le ragioni delle lavoratrici e dei lavoratori della scuola sia il segno che in realtà siano loro a non avere un progetto. E l’unica cosa che affermano è semplicemente un principio di proprietà, il principio che c’è un uomo al comando che deve dirigere tutto, che non ha alcuna idea di quella funzione di comunità e integrazione che la scuola deve avere”. Così il segretario generale della Cgil, Susanna Camusso, replica al ministro Boschi, in un’intervista a RadioArticolo1.
“Bisognerebbe dire al ministro – aggiunge il leader della Cgil – che quando il mondo della scuola si mobilita insieme agli studenti e alle famiglie, con le dimensioni di questo periodo, il governo dovrebbe porsi qualche domanda. Perché a furia di dire che tirano dritti, non valutando le mobilitazioni, sembra che vogliano chiudersi in una torre d’avorio”.
“Ma soprattutto vorrei dire al ministro – prosegue Camusso – che questa sua idea che la scuola sarebbe proprietà del sindacato è tipica di un governo che non vuole fare i conti col Paese. La scuola viene da una serie di riforme contrastate, come quelle targate Moratti e Gelmini. Riforme che teoricamente anche il governo ha detto che non andavano bene e che quindi richiedevano a loro volta una riforma”. La scuola oggi è il prodotto di quelle scelte, non certo di chi ha sempre cercato di difenderne i lavoratori e la funzione sociale di costruzione dell’integrazione”.
“Il governo – conclude il segretario generale della Cgil – dovrebbe rileggersi gli studiosi del lavoro che spiegano che non è la singola scuola d’eccellenza a creare crescita e sviluppo, ma è la diffusione dell’istruzione in un intero territorio a favorirla. Forse se ripartisse da lì si renderebbe conto di quante ragioni abbiamo per dire che il primo problema della scuola italiana è la dispersione scolastica, la non costruzione di integrazione, la necessità di essere nei luoghi di frontiera. E che non serve la scuola dei ricchi, perché lo sviluppo del Paese si è sempre creato quando l’istruzione si diffondeva e diventava conoscenza collettiva”.

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