Veneto. L’applicazione del Pssr 2012-2016 al centro dell’attenzione dei pensionati veneti

«Il taglio dei posti letto è reale, ma non gli ospedali di comunità e le medicine di gruppo»

Vigilare sull’applicazione del Piano socio-sanitario regionale e sulle promesse fatte in campagna elettorale dai candidati a Palazzo Balbi questa primavera resta l’impegno primario della Fnp del Veneto, il sindacato dei pensionati in seno alla Cisl, che lunedì 12 ottobre ha riunito la dirigenza a Peschiera del Garda per l’appuntamento quadriennale con l’assemblea programmatica e organizzativa. Assemblea che quest’anno coincide con i primi mesi di lavoro della nuova segreteria regionale.

«Nel 2012 abbiamo salutato con favore l’approvazione del Pssr che prometteva più assistenza territoriale – ha detto Luigi Bombieri, segretario generale della Fnp Cisl Veneto – Ma a meno di un anno dalla sua scadenza ci troviamo ad avere sì una riduzione di posti letto negli ospedali, che però non è stata bilanciata dallo sviluppo degli ospedali di comunità e dalle medicine di gruppo integrate, realizzate a macchia di leopardo». La partita dell’assistenza territoriale, soprattutto per quanto riguarda le medicine di gruppo (sulla carta aperte h24 7/7), è essenziale per i quasi 1,3 milioni di pensionati in Veneto, che costituiscono i primi fruitori dei servizi socio-sanitari: «Quando un anziano è costretto ad andare in pronto soccorso perché “fuori orario” rispetto alla disponibilità del medico di base, spesso entra codice verde ed esce bianco, pagando così la sanità due volte. Con le sue tasse e con il ticket», spiega Bombieri nel sottolineare che sulla vertenza sanitaria la Fnp Veneto continuerà a lavorare unitariamente a Spi Cgil e Uilp anche per verificare le novità organizzative introdotte dalla proposta di “azienda zero”. Senza dimenticare che in campagna elettorale il riconfermato presidente della Regione Luca Zaia aveva assicurato che avrebbe ripreso in mano la legge regionale di riforma delle Ipab per attuarla una volta per tutte. Il Veneto, infatti, nel 2009 era a un passo dall’approvazione della riforma delle case di riposo, che avrebbero dovuto trasformarsi in centri di servizi per la persona aperti al territorio, con un tipo di assistenza non solo residenziale (dal centro diurno all’assistenza domiciliare etc.) da integrare fra i servizi socio-sanitari offerti. Ma il testo approvato dall’allora V commissione non arrivò mai a Palazzo Ferro-Fini. La conseguenza è stata dare con troppa facilità accreditamenti alle strutture private.

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