Acate. 1943, Valerio Mangano: una vittima scomoda da ricordare.

Redazione Due, Acate (Rg) 9 luglio 2015.-  Ci sono voluti più di sessanta anni per avviare, a partire dai primi anni del 2000, quel lento processo che si spera possa rendere ufficialmente giustizia a tutte quelle vittime innocenti falciate, durante il loro passaggio, dalle truppe americane. Per alcune di esse, come i settantatrè militari italiani dell’ex aeroporto di Santo Pietro e i sette coloni di Borgo Ventimiglia,  tale ufficialità è ormai una realtà. Purtroppo, però, essi non furono i soli ad essere barbaramente trucidati, nel nostro circondario, in quei tragici giorni del luglio 1943. Altre vittime reclamano giustizia anche se la loro dolorosa richiesta è stata sempre volutamente negata. La loro è una richiesta scomoda, imbarazzante che provocherebbe disagio nel rievocarla, che richiede un grande coraggio nel farlo. Eppure queste vittime non chiedono altro che essere ricordate. Una semplice menzione, un semplice fascio di fiori, una piccola preghiera in occasione delle rituali commemorazioni. Piccoli gesti difficili da fare perché per loro sfortuna alcune di queste vittime ricoprivano cariche “imbarazzanti”. Una di esse aveva solo diciassette anni, si chiamava Valerio Mangano, sua unica colpa essere il figlio del Podestà, Giuseppe Mangano, trucidato dagli americani alle porte di Vittoria, mentre  insieme al  padre ed altri amici e familiari, cercava  di raggiungere, indifeso, la  vicina cittadina. Un episodio noto a tutti, ma estremamente scomodo da ricordare. Eppure quei tragici avvenimenti sono stati riportati anche, con dovizia di particolari, dal compianto professore Piero Occhipinti nel secondo volume della sua opera, “Biscari- Primo Novecento-1895-1950”. Nella notte tra il 9 ed il 10 luglio, resisi conto dell’imminente arrivo ad Acate delle truppe americane, il podestà Giuseppe Mangano ed il fratello, il capitano medico Ernesto, rientrato da pochi giorni in licenza da Leopoli in Ucraina, decisero di trasferire i loro familiari, compreso il giovane Valerio, presso alcuni parenti nella vicina città di Modica, per metterli al sicuro. Il loro doveva essere un breve viaggio e non una fuga. Il tempo di lasciare nella città della contea i familiari  e poi sarebbero ritornati immediatamente ad Acate. Ma giunti in prossimità di Vittoria, all’altezza del civico 338 di via Cavour, come ci racconta il professor Occhipinti, nell’opera citata, l’auto del podestà fu fermata da una pattuglia americana. Le donne furono fatte entrare nella vicina abitazione della famiglia Scuderi, mentre gli uomini furono fatti sdraiare per terra con il viso rivolto al selciato. Dopo un concitato scambio di frasi, in parte incomprensibili tra i militari ed i prigionieri, quest’ultimi furono portati via. “Il giovane Valerio- racconta il professor Occhipinti nel suo libro- si voltò indietro e con la mano salutò la mamma che era sicuro di vedere ancora una volta. Cercava nel suo sguardo protettivo una scintilla di fiducia”. Sguardo che non vedrà mai più in quanto, da li a poco sarebbe stato trucidato insieme al padre e, probabilmente, allo zio, mentre tentava di scagliare un sasso contro gli americani che gli avevano gratuitamente ucciso il padre. “Autorevoli testimonianze-si legge nel libro dello storico Occhipinti- raccontano che sia stato trovato abbracciato al padre con il volto imberbe sfregiato da un arma da taglio, probabilmente una baionetta”. (Nella foto: la famiglia Mangano, il podestà, la moglie ed al centro il giovane Valerio).

 

 

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