Venerdì 27 maggio il finissage della mostra “FUORI DAL MAZZO” a Ragusa

Quattro donne: la escort bambina e già donna di denari, la poliziotta lesbica coi suoi bastoni, e poi due madri, una di coppe e una di spade, una impreparata e una omicida, mancata. Le tracce di quattro cavalieri: lo sguardo dello spacciatore, la memoria di un pastore, la morte che attende il barista, la lotta imprigionata nel corpo del guerriero. E poi le storie dei re, le viziose debolezze dei padri e l’impronta che ne resta nel futuro dei figli: i denari dell’imprenditore fallito, i bastoni dell’amore infetto, le coppe bevute, mortali, per non ricordare, e infine le spade, pugnalate del gioco. Dodici figure, dodici carte che per assumere la tensione tridimensionale di una personalità irripetibile eppure agguantabile, ritraibile, devono essere pescate Fuori dal mazzo, diventano protagoniste della prima mostra di Circolo, a Ragusa. 

Inaugurata lo scorso 2 maggio con la collaborazione del C.o.C.A., Center of Contemporary Art di Modica, la mostra che resterà visitabile fino al 27 nella sede di Copystudio a Ragusa, raccoglie il frutto di uno incontro a tre tra Carlo Scribano, Enrico Gisana e Fernando Lena: due graphic designer e un poeta mescolano il potere dell’arte visiva con quello dei versi per declinare le figure delle tre carte – Re, Cavalieri e Donne, appunto – in questi dodici ritratti che sono, come scrive Francesco Lucifora nel suo contributo al catalogo, “già passati dentro un processo di esposizione urbana, sono stati fatti ieri, ma hanno già una lunga storia da raccontare”.

La scelta di Scribano e Gisana è stata quella di inventare un linguaggio, con un processo severo: partire da uno stencil, un negativo fisico delle immagini come funzione della ricerca dell’idenkit, una matrice sempre uguale a se stessa, passaggio obbligato per forme e colori. Ma è attraverso questo passaggio che i “numeri”, al cui ruolo si limitano in ogni mazzo di carte le figure, si trasformano nelle storie “fuori dal mazzo”, negli sguardi e nelle posture di questi “personaggi reali, periferici, deliranti, pietosi e urbani”: “Gli autori – commenta ancora Lucifora – vengono dal graphic design, questo permette loro l’equidistanza da molti vezzi e la libertà dell’istinto. La sequenza è serrata, tutte queste ‘belle persone’ inchiodano l’attenzione, le loro storie risuonano gravi e pungenti – un raro segno pittorico analogico luminoso, vicino al digitale. Sono esseri intrappolati, tramortiti e coscienti, quel tanto che basta per fare scoperte fatali, compiere gli stessi errori e vivere l’ebbrezza. Il conformismo non è morto, miete vittime invisibili a fronte di una comune e sciatta appartenenza alle regole. Il gioco delle carte si serve di norme, fuori dal mazzo brilla la luce dell’abisso e della ribalta poetica”.

Nel paradosso di essere, in realtà, null’altro che “campionature del marketing dei talk show”, che “prima erano diversi” e oggi sono “il cibo dell’ossessione collettiva”, le figure prendono corpo per dichiarare invece, citando Lena, il patto in assoluto più lontano dal  conformismo: il patto con le ferite, il dolore dell’inadeguatezza.

È anche questa la strada, antitesi al tempo “delle grandi lotte sociali combattute a colpi di post” da “utenti ego-digitali”, per ridare ai volti la complessa profondità delle loro imperfezioni. E alla gente del Circolo l’implicazione originaria del riunirsi attorno al tavolo da gioco: incontrarsi e produrre, in un tavolo aperto al pensiero, alle idee e alla sperimentazione.

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