Svelato oggi a Catania in Corte di Assise di Appello il mistero sulla morte del postino incensurato di Vittoria Ivano Inglese

Vittoria. 17/06/2019 – Giacomo Iannello, cinquantenne messinese ma residente per anni a Vittoria, dove ha lavorato nel settore dell’ortofrutta, rende una dichiarazione spontanea di 6 pagine scritte a mano, e fa luce sul delitto che non ha trovato spiegazioni plausibili, di Ivano Inglese, il postino trentaduenne impiegato postale, in servizio a Vittoria, sparito nel nulla il 24 settembre del 2012 e rinvenuto cadavere in contrada Pozzo Bollente, lungo la SS 115 Vittoria Gela, crivellato da 7 colpi d’arma da fuoco, una pistola calibro 7,65.

Oltre a Ivano Inglese, sempre a detta di Iannello, l’altra persona freddata dallo stesso uomo, sarebbe Alessio Amodei, un altro vittoriese, sulla cui morte, fino ad ora erano state avanzate solo ipotesi. Secondo quanto riferito da Iannello, che a sua volta avrebbe appreso dall’omicida, i due sarebbero stati uccisi perché si sarebbero comportati male nei suoi confronti.

Secondo le dichiarazioni rese oggi da Iannello, già condannato a 30 anni di reclusione per l’omicidio di Salvatore Nicosia, un altro vittoriese, meglio noto con il soprannome di “Turi Mazinga”, ucciso a colpi di fucile caricato a pallettoni, il 12 settembre del 2016, mentre si trovava nella sua rivendita di pezzi di ricambio per auto, sulla Vittoria Santa Croce, a pochissimi chilometri dal centro abitato di Vittoria, sarebbe stato proprio il Nicosia ad avere assassinato sia Ivano Inglese, il postino incensurato, sia Alessio Amodei.

Il processo di appello di oggi nei confronti di Giacomo Iannello, difeso dall’avvocato Giovanni Mangione del Foro di Ragusa e dall’avvocato Salvatore Centorbi del Foro di Catania, si è concluso con la riduzione della pena nei confronti di Giacomo Iannello, da 30 anni a 16 anni e 8 mesi. Il Tribunale ha infatti accolto quanto sostenuto nella sua arringa dall’avvocato Mangione, che ha fatto si che, Iannello, che in prima istanza era stato accusato di essere stato l’esecutore materiale del delitto Nicosia, l’ideatore e il mandante, nonostante il padre dello stesso, il settantaquattrenne Carmelo Iannello si fosse sin da subito accollato la responsabilità del delitto che ha confessato, potesse ottenere una riduzione della pena. In pratica sono state riconosciute all’uomo, le attenuanti generiche e l’applicazione della recidiva.

Gli altri imputati, Giuseppe Scionti, è stato condannato a 14 anni e 8 mesi; mentre per lo Carmelo Iannello e Yvan Cacciola la pena è stata confermata, compresa la custodia cautelare in carcere per Carmelo Iannello, padre di Giacomo e reo confesso del delitto.

Nella sua dichiarazione spontanea, Iannello ha descritto il Nicosia, detto Mazinga, come un violento che avrebbe esercitato pressioni immani su quanti in qualche modo “lo incrociavano nel suo percorso”, avrebbe raccontato allo stesso Iannello tutto quello che lui faceva, ivi compreso un progetto di sequestro di persona e i due delitti, per indurre Giacomo Iannello a diventare suo complice. Sempre secondo quanto riferito da Iannello, egli stesso sarebbe diventato vittima di “Mazinga” perché avrebbe rifiutato tutte le offerte, e per questo motivo, “Mazinga” avrebbe fatto picchiare il figlio di Iannello, Biagio.

Intanto, in attesa delle motivazioni della sentenza, che saranno rese pubbliche tra 30 giorni, la moglie di Nicosia, attraverso il suo legale di fiducia, Daniele Drago, del Foro di Ragusa, preannuncia querela nei confronti Iannello perché a dire della donna, avrebbe calunniato il marito e la sua memoria.

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