27 Giugno 2022

ITALREPORT

Quotidiano on-line

Italia. “Il futuro impossibile”. (Riflessioni sulla guerra in Ucraina)

8 min read

Fonte:
JACOBIN ITALIA
DA UN ARTICOLO DI FRANCESCO ABBATE PER JACOBIN ITALIA.
Una riflessione che fa il punto sulla situazione internazionale.
Diritti riservati -Jacobin-

L’invasione dell’Ucraina, il modo in cui viene motivata da Putin,è l’ennesima dimostrazione che viviamo in un tempo a-storico, schiacciato sul presente, in cui pare impossibile contestualizzare gli eventi. Il passato e l’avvenire vengono negati in nome dell’emergenza continua
Se dovessi indicare un solo termine per descrivere il secolo scorso non avrei dubbi nello scegliere la parola conflitto. Se guardiamo, infatti, al «secolo breve», ovunque scorgiamo conflitti: dalle due guerre mondiali della prima metà del secolo, al conflitto ideologico della Guerra fredda, di classe del secondo dopoguerra, generazionale del ‘68, o ancora ー limitandosi all’Italia ー all’autunno caldo e alla cosiddetta strategia della tensione degli anni Settanta-Ottanta. Il conflitto ha segnato, spesso con esiti tragici, il Novecento lasciando, oltre che morte e distruzione, una profonda trasformazione della struttura politico sociale dal secondo dopoguerra in poi.
Ora, sebbene il mondo e la società siano tutt’altro che pacificate, questa parola non è più adeguata a descrivere il nostro tempo. Il suo posto è stato preso da un altro termine a cui quasi sempre se ne fa seguire un secondo, quasi a formare una diade indivisibile: crisi ed emergenza. La crisi finanziaria scaturita dall’insolvibilità dei muti subprime statunitensi, la crisi climatica e ancora la pandemia da Covid19 sono gli eventi rappresentativi del nostro tempo: più che avvenimenti collocabili in un tempo e in uno spazio precisi, periodi che a partire da un evento scatenante improvviso dischiudono in modo indefinito un orizzonte emergenziale. Anche i grandi avvenimenti bellici del nostro secolo corrispondono a questo identikit: l’attacco alle Torri Gemelle a cui seguono le invasioni di Afghanistan e Iraq e l’invasione russa ai danni dell’Ucraina.
Dove si collocano e di che tipo sono gli eventi che hanno messo o metteranno fine a essi? Non si identificano più nel negoziato, nel trattato, o ancora nell’accordo sindacale (come avveniva nel secolo scorso) ma si collocano in un orizzonte aperto e indefinito nel quale la minaccia non cessa di sparire nonostante possa apparire non più attuale. Chi o che cosa ci garantisce che la minaccia terroristica sia cessata, che una nuova crisi finanziaria non sia alle porte o che la pandemia non riacquisisca forza? E ancora, chi o che cosa potrà sancire la fine della minaccia nucleare che la Russia ha tanto improvvisamente quanto indiscriminatamente portato alla ribalta mondiale dopo sessant’anni esatti di latenza? E la corsa al riarmo che sta investendo l’occidente funzionerà da deterrente o contribuirà, com’è prevedibile, ad alimentare la tensione?
Gli avvenimenti che hanno aperto l’attuale secolo sono allora, prima di tutto, esemplificativi di una crisi di sistema. Essi non dischiudono sul presente la possibilità di un orizzonte futuro in cui potrà verosimilmente prevalere la mediazione tra le parti in causa, al contrario schiacciano il presente in un tempo che non passa, in una sorta di agonia raggelata, per usare un’espressione cara a Walter Benjamin, in cui gli eventi presenti negano cittadinanza al futuro, costituendone la sua impossibilità.
Lo storico François Hartog ha definito il nostro tempo con il termine presentismo, un presente onnipresente in cui l’intero orizzonte temporale è schiacciato sull’immediatezza. Tanto il passato quanto il futuro si contraggono nell’a-storicità dell’ora critico in cui urgono soluzioni, che quasi sempre si rivelano provvisorie e precarie. Ma ogni società, sempre secondo lo storico François Hartog, si differenzia proprio a partire dal rapporto che intrattiene con il tempo, con il proprio regime di storicità. Ciò che allora ci impedisce di continuare a parlare di conflitto per descrive il nostro tempo, è proprio il rapporto che intratteniamo tanto con il futuro quanto con il passato.
La discontinuità tra il vecchio e il nuovo secolo deve essere rintracciata, dunque, nella diversa prospettiva che assumiamo nei confronti del tempo: carica di passato e protesa verso il futuro per quanto riguarda il vecchio secolo, schiacciata sul presente come unica possibilità di dilatare ulteriormente un tempo indefinito, che non passando continua a separarci dalla catastrofe, nel nuovo secolo. Emergenza è il nome che diamo a questo tentativo disperato di estendere il tempo presente (ed entro cui, forse non a caso, facciamo ricadere il problema forse più rilevante del nostro secolo, l’emergenza climatica).
Conflitto e crisi, allora, non sono altro che due lati di una stessa medaglia, uno rivolto al futuro, l’altro schiacciato sul presente. Il primo trova nel futuro la propria risoluzione, il secondo, non ammettendo risoluzione, trova nell’emergenza la propria via di fuga. Così, per il filosofo Marcel Gauchet vi sarebbe stato un cambiamento profondo nel rapporto che abbiamo con la storia, cambiamento che ha prodotto una crisi del futuro, ove la scomparsa dell’idea rivoluzionaria rappresenta il sintomo più evidente. Con la possibilità di rappresentarsi il futuro, quello che entra in crisi, è la capacità del pensiero storico di rendere intellegibile la natura delle nostre società sulla base dell’analisi del loro divenire e di conseguenza viene messa in discussione la sua capacità di fornire delle linee guida per la loro azione trasformatrice su esse stesse.
È possibile vivere il presente come un unico, indefinito tempo della crisi non solo in quanto si nega cittadinanza al futuro ma anche in quanto la si nega al passato, non si ammette che il passato possa avere effetti sul presente. Il terrorismo, la pandemia (così come la stiamo sperimentando), le crisi finanziarie su scala globale e sistemica, l’invasione militare russa, possiedono tutti un comune denominatore: il fatto di presentarsi come eventi radicalmente nuovi, inediti, privi di passato e, al tempo stesso, con una portata globale, un impatto sulle nostre vite potenzialmente soverchiante, nonché presentando possibilità ridotte per una loro definitiva risoluzione e comunque estremamente dilatate nel tempo. Essi non fanno parte del normale processo di costruzione storica, al contrario irrompono in essa senza aver bisogno di presupposti, di premesse, di antefatti.
Ciò che rende l’invasione russa in Ucraina davvero intollerabile è proprio il fatto che a mancare siano gli antefatti e con essi la possibilità di riannodare i fili, di trovare le cause e insieme a esse le possibili soluzioni. Né le rivendicazioni sul Donbas né quelle sulla Crimea né il tentativo di ostacolare l’ingresso dell’Ucraina nella Nato giustificano l’invasione e i suoi modi (come per altro dimostrato dal fatto che la semplice minaccia dell’invasione apparisse già sufficiente a ottenere in larga parte questi risultati), tanto che lo stesso Putin ha dovuto aggiungere un motivo ulteriore e assolutamente fittizio, quello legato alla presunta denazificazione, quasi a dover trovare un compito «storico» e insieme teleologico-messianico (dovuto al passato e proiettato su un futuro di redenzione). Tutto questo tentando, per altro, di dissimulare la realtà di una guerra totale (che, cioè, almeno inizialmente, mirava a una resa senza condizioni) per mezzo di una retorica grottesca che si limita a definirla come azione militare speciale.
Questi elementi di assoluta novità, oltre che la radicalità e la dimensione delle problematiche, si oppongono alla possibilità di risoluzione dei problemi che li sottendono non tanto su un piano pratico, fattuale, o come si direbbe oggi, tecnico, ma in quanto ne impediscono una piena ed esaustiva tematizzazione e con essa la possibilità di farne esperienza. Quest’ultima possibilità, infatti, necessita sempre di poter storicizzare gli eventi. Come spiega il filosofo Claude Lefort, le società storiche si caratterizzano a partire dalla capacità di convertire gli eventi in esperienza e di conseguenza di tematizzarli in un continuo dibattito. Se una simile possibilità viene meno, allora l’orizzonte evenemenziale non cede il passo continuando a imporsi come unico orizzonte possibile dal quale non sarà realizzabile una presa di distanza.
Ma crisi della possibilità di fare esperienza significa anche crisi dei soggetti che proprio attraverso l’esperienza guadagnano la propria soggettività (politica, sociale, individuale). Si comprende così il problema relativo alla mancanza di conflitto dal momento che le parti in causa non risultano predefinite all’evento scatenante la crisi ma costituite dà e attraverso essa. Per cui da un lato abbiamo una cittadinanza per molti versi amorfa che passivamente attende gli eventi per poi da essi prendere forma in modo tanto repentino quanto netto e arbitrario (è questo, ad esempio, il caso dei no vax o dei cosiddetti negazionisti, ultimi i negazionisti di Bucha), dall’altro le istituzioni (nazionali e sovranazionali) che risultano capaci di produrre effetti sulla realtà soltanto dopo che la crisi è aperta e che l’emergenza è stata proclamata.
Crisi oggi significa dunque innanzitutto impossibilità, per le parti in causa, di darsi una forma che sia capace di precedere il momento conflittuale in cui dei diritti vengono recriminati, ma significa anche, come abbiamo visto, impossibilità a collocarsi in un orizzonte di storicità scandito da un prima e un poi che stiano tra loro in un rapporto causale. L’emergenza ucraina ci offre forse una possibilità per uscire da questa impasse e con essa dalla barbarie della guerra. La fine della pace in occidente ci impone, forse per la prima volta durante il ventunesimo secolo, una presa di posizione che dovrà necessariamente assumere i tratti di un compito storico. Quest’ultima non potrà seguire gli eventi ma dovrà necessariamente anticiparli, pena la distruzione totale. Il tentativo di restaurare la pace, allora, non potrà che passare dalla comprensione della storicità di questo compito da parte dei popoli della terra e con essa della sua carica autenticamente politica dunque democratica.
Al di là dell’emergenza provocata dalla guerra, la posta in gioco, ovvero il futuro del pianeta, è troppo grande per essere demandata completamente a delle istituzioni che di fatto continuano a perseguire la logica di potenza e i cui effetti continuano a prodursi quasi esclusivamente in fase emergenziale. Nel momento in cui la minaccia atomica diventa credibile la diplomazia cessa di essere efficace e di conseguenza viene meno la possibilità di mediazione tra le parti. A entrare in gioco, allora, non dovrà più essere il decisionismo emergenziale dei governi ma i popoli uniti nella lotta comune al disarmo nucleare, nella rivendicazione di un nuovo apparato istituzionale dedito non alla salvaguardia degli interessi degli stati ma del pianeta come soggetto indivisibile. Tali istituzioni non potranno venire fuori dagli apparati statali, in questo caso costituirebbero nuovamente il tentativo di salvaguardia delle diverse sfere di influenza nazionali. Al contrario dovranno risultare da un processo di costruzione democratica transnazionale, una sorta di internazionale dei popoli capace di far valere sulla logica di potenza, sulle aree di influenza, sugli interessi economici, il principio di salvaguardia globale capace di tutelare il mondo dall’imminenza della catastrofe e potergli offrire un tempo supplementare. Che questo possa avvenire non è, per l’appunto, responsabilità degli stati, o della politica, ma esclusivamente dei popoli.
Francesco Abbate

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