Brexit. Schifani (Ap): “Serve un’Europa 3.0”

ROMA – Riportiamo l’intervento del presidente Schifani sulle comunicazioni del presidente del Consiglio Matteo Renzi:

Il percorso ideato dai Padri fondatori dell’Unione europea ha subito oggi una battuta d’arresto e come tale deve essere valutato.

Le cause che hanno portato al risultato del referendum sono molteplici e tutt’altro che scontate.

L’onda lunga della crisi globale. Il persistere di situazioni di crisi, con la conseguente constatazione che il livello di benessere diminuisce e che le disparità tra le classi sociali crescono, è alla base dei fenomeni di scetticismo nei confronti dell’Europa, e più in generale nei confronti della politica tradizionale, che imperversano nel nostro Continente.

La scarsa consapevolezza dei veri rischi che vengono da sud, da est e, nel prossimo futuro, da nord, accerchiando letteralmente il vecchio continente, sotto la pressione di terrorismi, migrazioni epocali. Fenomeni che sicuramente possono essere affrontati più efficacemente da un’Europa unita.

La paura dell’immigrazione, una questione che fino a questo momento è stata non ben gestita dalla UE. Il cittadino britannico ha probabilmente pensato che chiudendosi a riccio avrebbe evitato questi rischi, dimenticando che le leggi inglesi sono le più sciaguratamente permissive e hanno consentito lo stabilirsi di enclave dove il radicalismo islamico ha prosperato e prospera.

La superficialità del dibattito nel corso della campagna referendaria,  basato quasi interamente sull’istintività e sullo scontro e pochissimo sulla razionalità. Una responsabilità grave, questa, che va attribuita anzitutto alla leadership politica dei conservatori che non ha saputo spiegare le vere ragioni del remain. 

Quali sono le strade da seguire per permettere al progetto europeo di continuare?

Non tentare di tornare indietro. Ciascun popolo si assume le proprie responsabilità e ne deve pagare le conseguenze.

Ripartire da TRE. Serve una Europa 3.0 (la prima fu quella dei padri fondatori, la seconda quella dell’attuale allargamento) e il processo deve essere condotto dai tre attori che furono protagonisti, attraverso i loro grandi uomini, dell’idea fondativa: Germania, Italia, Francia. Che però devono rifarsi ai valori di Adenauer, De Gasperi e Schumann.

Riscrivere la costituzione europea, a partire da una chiara affermazione delle radici storiche, culturali e religiose del Vecchio Continente. Dando spazio, anche linguistico, alle diverse tradizioni – dando ad esempio un ruolo di primo piano anche all’italiano e lo spagnolo a fianco di francese, inglese e tedesco.

Avere come obiettivo la crescita del benessere di tutti, non di alcuni a spese di altri. Bisogna superare gli egoismi nazionali o particolari, che ci farebbero ridurre l’Europa a una articolazione di piccole province, consegnandoci nelle mani del potente di turno – Russia, Cina, Islam, ma anche gli stessi USA.

Prevedere flessibilità e non rigidità burocratiche. Qui la responsabilità è fortemente nelle mani della Germania, ma gli altri – noi compresi – non possono scaricare le colpe sui tedeschi, ma devono pretendere rispetto a tutti i livelli, politico, economico, sociale, culturale.

Attuare con coraggio politiche di sviluppo, per aumentare il benessere individuale e collettivo. Finora il solo Mario Draghi è parso avere una lucida strategia in questa direzione, ma da solo non può pensare di reggere. Anche perché le misure economico-finanziarie, se non hanno alle spalle una solida comune visione politica, rischiano di fallire miseramente.

Ricomporre le divisioni, muovendosi in una logica di inclusione. Popolari, Socialisti e Liberali devono convincersi a governare insieme ovunque, almeno per i prossimi dieci anni, per portare il Continente fuori dalla crisi e per riguadagnare il consenso dei cittadini verso la politica, battendo demagogie e qualunquismi.

Siamo di fronte a processi lunghi, difficili ma la via è una sola e senza ritorno. Auguriamo a noi stessi di saper rispondere a queste sfide per non consegnare alle future generazioni un Continente peggiore.

Valutiamo l’ipotesi di introdurre l’elezione diretta del Presidente della Commissione europea per colmare il distacco tra i cittadini e l’Unione europea.

Variamo un grande piano di investimenti (con o senza eurobond), ben oltre quello finora adottato da Juncker, per favorire l’occupazione, la crescita, il benessere, l’eguaglianza.

Completiamo l’unione bancaria con la garanzia unica sui depositi.

Un progetto concreto per fronteggiare la disoccupazione giovanile.

Mettiamo in atto il “migration compact” e la strategia globale di politica estera già proposti dall’Italia.

Quali sono stati i limiti di fondo della costruzione europea?

L’Euro è una moneta senza Stato. E’ stato scisso, cioè, il legame storicamente sempre esistente fra moneta e autorità statale, che esercita la propria sovranità tramite il fisco e la moneta. Occorre rapidamente superare questa contraddizione di fondo.

Il paradosso di una politica di forte austerità realizzata proprio durante la più lunga e grave recessione del dopoguerra. Si è così calpestato e letteralmente rovesciato ogni insegnamento di Keynes che assegnava al saldo di bilancio una  funzione anti-ciclica e non pro-ciclica. Certamente occorre impedire i disavanzi di bilancio negli anni di espansione dell’economia (come per troppi e lunghi anni è avvenuto in Italia), ma imporre vigorose politiche di riduzione del disavanzo in una fase economica fortemente recessiva ha solo prodotto milioni di disoccupati, crisi dello stato sociale, impoverimento dei ceti medi (da cui le rivolte populiste), mettendo in bilico l’Euro stesso, salvato solo dall’intervento della Bce di Draghi, ma con tutti i problemi che restano ancora irrisolti.

Occorre adesso riflettere su un’Europa diversa, ma sarebbe un errore desistere dal progetto di integrazione comunitaria. Al contrario, è necessario porsi in sintonia con un orizzonte strategico che preveda un incremento delle politiche comuni, una politica della difesa, una politica estera, una politica delle sicurezza e, in prospettiva, anche una politica economica comune.

L’Europa deve darsi un volto nuovo, che stimoli e dia rilancio all’economia e che ci faccia sentire meno soli e più forti. Che il futuro debba seguire questa direzione emerge anche dalla constatazione che il 75 per cento dei giovani inglesi hanno votato per il Remain: chi ha sperimentato direttamente le opportunità che l’Europa offre da queste opportunità non vuole recedere.

Il progetto degli Stati Uniti d’Europa, il progetto dei Padri fondatori, che lo concepirono in un momento di maggiori difficoltà rispetto a quelle odierne, va ripreso e attualizzato. 

Per rilanciare il processo di integrazione comunitaria bisogna però riflettere sugli errori commessi. Ogni ragionamento su un “nuovo inizio” assumerebbe in effetti i contorni del vano esercizio accademico se non partissimo dal dato di fatto che l’Unione europea a guida tedesca ha adottato in questi anni – nel contesto di una recessione più grave di quella del ’29 – politiche economiche orientate all’assoluta austerità, le quali, sommate a emergenze senza precedenti come quelle rappresentate dalla decomposizione geopolitica e dai flussi migratori che ne sono derivati, hanno finito per dare fiato al populismo e al razzismo

E’ nostro compito impegnarci attivamente nel cambiare l’Europa contribuendo a renderla più umana, più giusta, più vicina ai cittadini, più coesa e fortemente radicata nei principi di sussidiarietà e proporzionalità.

Dobbiamo contribuire attivamente al rafforzamento della solidarietà e della coesione all’interno dell’Unione in un momento molto difficile dove siamo chiamati ad affrontare sfide enormi che toccano da vicino la vita dei cittadini.

Queste sfide richiedono una vera politica economica comune basata su crescita e occupazione e una politica migratoria comune che sia efficace e di lungo termine.

L’Europa è la nostra casa. Impegniamoci a migliorarla e renderla garanzia per le nuove generazioni“.

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