Vittoria. Lettera aperta dell’assessore Bonetta al presidente del Cui

Riceviamo e pubblichiamo dall’ufficio stampa del comune di Vittoria.

VITTORIA – L’assessore comunale alla Pubblica istruzione ed alla Cultura, Gaetano Bonetta, ha scritto una lettera aperta a Cesare Borrometi, presidente del Consorzio universitario ibleo. Lettera che riportiamo integralmente:
“Illustre avv. Cesare Borrometi, riconoscendole il merito della felice intuizione di affidare a me il suo posto di Presidente, che ovviamente non potrò accettare perché impegnato a godermi alle Hawaii la faraonica indennità di assessore, premesso quindi che non sono un suo competitor o antagonista come lei sembra temere, superati con un sorriso e con sensibile tolleranza psicologica i suoi riferimenti alle mie insignificanti e “belle espressioni labiali” (sic! caso mai grafiche), fatta decantare la naturale impulsività che prende quando si leggono certe cose, quali quelle che lei ha scritto intorno alle mie preoccupazioni relative al Cui, torno a dialogare con i toni composti e civili che mi contraddistinguono sui destini degli studi universitari nell’area iblea. E faccio ciò ponendo innanzitutto alla sua attenzione che a pensarla come lei sono in pochi o pochissimi. Forse a pensarla in quel modo è soltanto lei e chi ne trae un diretto beneficio personale, non la comunità provinciale, addirittura neanche quella ragusana. La invito a guardarsi attorno e a chiedersi il perché del disimpegno degli altri enti, a cominciare ovviamente dall’ex Provincia. Perché, le motivazioni che inducono lei a pensare che non si possa cambiare, per tutti gli altri sono, invece, le ragioni per cui si deve cambiare pelle ed è moralmente, ripeto moralmente, necessario rifondare? Tutti si chiedono perché l’unica via per fare formazione universitaria debba essere quella di sborsare annualmente 720 mila euro all’università di Catania e 150 mila a quella di Messina e di vedersi sottrarre il 70% delle tasse d’iscrizione? Basta con queste convenzioni capestro e si sfrutti l’agilità della legislazione universitaria riformata per promuovere e realizzare iniziative attrattive ed efficaci. E le altre spese per la struttura e il personale, di cui non offre una quantificazione? Ma non le sembrano eccessive? Nessuno vuole chiudere i corsi già esistenti, nessuno l’ha mai auspicato, tanto meno chi scrive; non millanti e non inganni. Nessuno ha parlato mai di buttare sul lastrico il personale. Ma lei conosce le odierne necessarie e strategiche dinamiche della ristrutturazione, della riconversione, della rifunzionalizzazione, dell’ottimizzazione, della diversificazione occupazionale a cui vengono sottoposti tutti gli organismi produttivi, in particolare le strutture della conoscenza e della formazione? È informato del prosciugamento, del rinnovamento amministrativo e gestionale delle organizzazioni istituzionali degli studi universitari che, tecnologizzate e informatizzate, hanno migliorato la qualità e ridotto i costi drasticamente? Ma lei conosce la recente storia italiana che ha condannato eticamente ed economicamente gli istituti fatti, alimentati e gestiti come il suo Cui? Ma è proprio solo attraverso la modifica di  Statuto che si può riformare? Ma non prendiamoci in giro! E poi, se lo Statuto prevede già la possibilità di creare corsi agili e dinamici (master e corsi di perfezionamento, corsi di aggiornamento e di formazione permanente, ecc.), perché non si mette mano ad individuare la domanda provinciale, i bisogni reali e professionali d’istruzione universitaria, ma quelli veri, aggregando interessi e risorse, e così avviare attività che si autofinanziano? Perché non creare un gruppo di studio e di proposta che possa sovrintendere alla “questione formativa universitaria” e indicare anche la strada del rinnovamento e del coinvolgimento delle aziende e dei soggetti economici? Perché dobbiamo pensare che l’unica ed esclusiva strada per far vivere il Cui sia quella di chiedere soldi agli enti comunali e di fare “assistenza” pubblica piuttosto che creare istituzioni produttive? Suvvia, Presidente, la prego, non ci costringa a condividere una sorta di tafazzismo ibleo, per cui pur di avere gli studi universitari in provincia dobbiamo versare copiose e amare lacrime finanziarie ed economiche. Non ci induca all’autolesionismo. Accetti pure qualche buon consiglio. Io, che non potrò essere della partita, dagli agii delle mie postazioni balneari, la seguirò con estremo interesse. Con oggi chiudo, non le darò più suggerimenti, non disturberò la quiete della sua inedia creativa, buon lavoro e ad maiora”.

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