22 Ottobre 2021

ITALREPORT

Quotidiano on-line

QUARANT’ANNI DI VITA SACERDOTALE Il racconto di don Mario Cascone, acatese tra gli acatesi Presentazione: Salvatore Cultraro / Intervista: Aurora Muriana

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Presentazione a cura di Salvatore Cultraro. Dopo circa mezzo secolo, la Parrocchia San Nicolò di Bari di Acate torna ad essere guidata da un sacerdote acatese, il parroco don Mario Cascone, insediatosi quale guida religiosa della comunità acatese lo scorso 8 novembre per volere del Vescovo emerito della Diocesi di Ragusa, S. E. Mons. Carmelo Cuttitta, in sostituzione del precedente parroco, don Giuseppe Raimondi. L’ultimo parroco acatese era stato don Vincenzo Caruso. Un curriculum prestigioso di tutto rispetto, quello di don Mario, che non fa altro che confermare le sue capacità non solo teologiche ma anche giornalistiche, letterarie, poetiche e principalmente umanitarie. Doti che la sua natia ed amata Acate gli ha sempre riconosciuto con affetto ed ammirazione. Un vero e proprio crescendo a partire da quell’indimenticabile 18 luglio 1981 quando, forte della sua già inossidabile fede e dei suoi 24 anni, riceveva l’imposizione delle mani da parte dell’emerito Vescovo della Diocesi di Ragusa, S. E. Mons. Angelo Rizzo. Una cerimonia celebrata in Piazza Libertà ad Acate, quella stessa Acate che lo ha nuovamente accolto nel novembre del 2020, al termine del suo lungo e prestigioso peregrinare, come guida pastorale della Parrocchia San Nicolò di Bari e dell’intera comunità acatese.  Classe 1957, Dottore in Teologia Morale alla Pontificia Accademia Alfonsiana di Roma, docente stabile dell’Istituto Teologico Ibleo “S. Giovanni Battista” di Ragusa. Vicario parrocchiale della parrocchia, “S. Giovanni Battista” in Vittoria, nonché parroco della parrocchia “SS. Salvatore” in Ragusa. Assistente diocesano del Centro Sportivo Italiano e dell’ACR, nonché delle Associazioni Medici Cattolici, Ludovico Necchi e Lauretana, Assistente internazionale di Cursillos di Cristianità. È stato delegato episcopale per il progetto culturale, per la Consulta delle aggregazioni laicali e vicario foraneo del vicariato di Ragusa. È stato parroco della parrocchia “Sacro Cuore di Gesù” in Vittoria, nonché vicario foraneo dello stesso vicariato, membro del Consiglio pastorale diocesano e del Consiglio presbiterale. È il direttore responsabile del quindicinale diocesano «Insieme». È attualmente parroco della parrocchia San Nicolò di Bari in Acate. Ha all’attivo la pubblicazione di diversi libri, prevalentemente di teologia morale, bioetica e spiritualità tra i quali: Volare ad alta quota, dove l’autore affronta i temi importanti della fede attraverso piccole grandi storie di ordinaria quotidianità in cui Dio si svela; Maschio e femmina li creò, delle indicazioni preziose per vivere la sessualità come linguaggio d’amore e di donazione. Insomma, momenti di vita di grande rilievo. Ma la comunità acatese lo ha accolto con grande gioia principalmente per una ragione unica: don Mario è un acatese! È ed è stato, a partire dalla sua infanzia, il compagno di giochi, di comitiva, di studio, di interminabili e profonde discussioni e riflessioni di vario tipo. Don Mario è: un figlio di Acate. Bentornato, la sua Acate lo aspettava con gioia e con ansia. Proviamo ora a conoscerlo meglio, almeno per i non acatesi, grazie a questa interessantissima intervista a cura della Maestra di Musica, nonché Organista ufficiale della Parrocchia di Acate “San Nicolò di Bari”, validissima collaboratrice di Italreport: Aurora Muriana.

Aurora Muriana, Acate (Rg), 16 agosto 2021. -L’intervista presenta toni confidenziali dato che ti chiamo affettuosamente «zio» e per te sono una nipotina acquisita, così come ricordo che tu mi chiamavi “piccola grande Aurora” quando mi vedevi intenta a suonare e dirigere il coro fin da ragazzina.

1.      Io ricordo quando sei stato nominato parroco a Vittoria (quasi 18 anni fa) ed ero lì con la tua famiglia. Naturalmente c’ero anche pochi mesi fa quando sei arrivato ad Acate – e con te è arrivato anche il nostro vicario parrocchiale, don Vincenzo Guastella – in qualità di organista e persona impegnata in parrocchia. Cosa ha significato per te essere nominato parroco del tuo paese natio e festeggiare qui il traguardo importante di quarant’anni di sacerdozio in questa veste nello stesso giorno di allora e periodo di festa in onore della Madonna del Carmelo come allora?

«Credo che questa sia la parabola ultima della mia vita perché a 64 anni di età e dopo quarant’anni di sacerdozio penso di essere arrivato all’ultima tappa del mio servizio sacerdotale. Quando il vescovo, S.E. Mons. Carmelo Cuttitta – direi con una certa insistenza – mi ha proposto di diventare parroco di Acate, ho detto “Si vede che alla fine devo terminare il mio servizio pastorale nel paese a cui sono sempre stato legatissimo, il paese in cui sono nato, in cui sono cresciuto, in cui mi sono formato, in cui sono stato ordinato sacerdote”. È stato bello anche celebrare domenica 18 luglio i quarant’anni di sacerdozio, sempre nella cornice della festa della Madonna del Carmelo, così come era avvenuto esattamente quarant’anni fa. È stato bello intanto perché ho gustato ancora una volta la dimensione mariana del mio sacerdozio, del mio ministero sacerdotale. “Dimensione mariana” per me significa una dimensione anzitutto contemplativa perché il sacerdote anche impegnato nella cura pastorale delle persone deve comunque essere un uomo di preghiera, un uomo di Dio. Se non è un uomo di preghiera, un uomo di Dio, non è un buon pastore. La dimensione mariana è una dimensione che ho sempre tenuto presente nei quarant’anni di vita sacerdotale, tant’è che sono stato per esempio sempre vicinissimo alle monache carmelitane di clausura sia di Ragusa che di Chiaramonte Gulfi. A cadenza regolare mi reco da loro per trascorrere qualche giornata di ritiro spirituale. E poi, quarant’anni mi ha fatto pensare che sono già parecchi, sono tanti per rendere grazie al Signore per le numerosissime cose belle che mi ha fatto sperimentare e anche per chiedergli perdono per tante inadempienze e mancanze che inevitabilmente ci sono».

2.      Il legame con la Madonna è importante per tutti i sacerdoti – ne hai sempre parlato – e in te ha molte evidenze, primo fra tutti il tuo nome (Mario) – come ti piace dire. A dire il vero, questo accostamento è puramente fonetico perché sappiamo bene che la variante femminile di Mario non è Marìa ma Mària (il nome che noi non siamo abituati a pronunciare, cioè non la versione piana grammaticalmente parlando ma la sdrucciola). I nomi Mario e Maria hanno infatti etimologia e origini differenti.

I segni di questo legame possono invece essere rintracciati nella tua data di nascita – l’8 maggio – per consuetudine giorno della Supplica alla Madonna di Pompei, nella data della tua ordinazione sacerdotale (18 luglio, esattamente come quest’anno e data comunque vicina alla giornata della memoria liturgica della Madonna del Carmelo – giorno 16 luglio).

Per restare in ambito “acatese”, torniamo alla tua infanzia. Il legame non è certo dovuto al quartiere dove hai sempre vissuto da cittadino acatese sia da piccolo che adesso perché era quello di San Vincenzo (e lo è tuttora). Dico questo perchè ho appreso dai racconti familiari e cittadini che in passato si teneva a precisare se si fosse Sammicinzaru o Carmilitanu, a seconda che si risiedesse rispettivamente nel quartiere di San Vincenzo o in quello della Madonna del Carmelo. Non era un vero e proprio fazionismo ma una specificazione di appartenenza. Tu come la vivevi questa cosa?

«Da bambino, per esempio, io ricordo che per la festa di Santa Lucia c’era la gara fra quartieri nella raccolta del materiale (i fraschi) per fare la luminaria in onore alla santa. Da ragazzi “rubavamo” anche i manici di scopa che le signore casalinghe lasciavano inavvertitamente fuori. I Sammivinczari con i Carmilitani erano “acerrimi” rivali. Sono sempre stato legato al quartiere di San Vincenzo anche se non ho avuto preclusioni per gli altri quartieri. Ma io sono nato, cresciuto e tuttora abito nel quartiere di San Vincenzo, che è a due passi da tutte le Chiese. Questo mi consentiva anche – fin da bambino – di frequentare la Chiesa; insomma, ho cominciato presto».

Tu dici spesso che reciti il Rosario dalla tenera età. È una preghiera che tieni a fare anche oggi, tuttora, sempre.

«Sì. Io ricordo proprio che vicino casa mia c’era l’abitazione di donna Teresina, che era una signorina anziana, una donna di Chiesa veramente, e tutte le vecchiette del quartiere si radunavano ogni giorno a casa sua per recitare il Rosario. Nel mese di maggio c’era invece un affollamento di persone (anche più giovani), si faceva un altarino con la statuetta della Madonna. Per me quella era una casa benedetta; si trovava proprio a 2-3 metri da casa mia, io – piccolo piccolo – mi portavo la sediolina e già andavo lì a recitare il Rosario, senza dire che verso gli 8-9 anni ho cominciato a fare le mie prime omelie».

Erano omelie sottoforma di riflessioni da bambino – potremmo dire.

«Mi facevano mettere in piedi sulla sedia e io dettavo un pensiero spirituale, per quanto consono alla mia età».

3.      Se volessimo fare un bilancio a distanza di questi primi 9 mesi di parrocato ad Acate, cosa diresti? Che si lavora troppo, te lo dico io.

«Tanta fatica» – stavo dicendo; mi hai tolto le parole di bocca. Tanta fatica perché io sapevo che la parrocchia di Acate fosse molto impegnativa in quanto l’unica parrocchia di un intero paese e di un paese che conta 11000 abitanti però ora che ci sono dentro, mi rendo conto che si lavora tantissimo. A me il lavoro non ha mai spaventato, anzi mi definisco un mulo da lavoro perché il lavoro non mi spaventa, anzi mi spaventa il non far niente. Sono iperattivo per natura, però devo dire che ci si stanca parecchio perché sono tante le richieste. Già basterebbe solo la cosiddetta ordinaria amministrazione [significa Battesimi, matrimoni, funerali, i sacramenti dei ragazzi (Prime Comunioni, Cresime)] per stancarsi tanto però è ovvio che questo non è l’unico lavoro pastorale che c’è da fare in una parrocchia come questa. Bisogna anche organizzare, pianificare, programmare l’attività pastorale. In questo io sto cercando di produrre uno sforzo particolare. Per esempio, sto cercando di organizzare meglio il catechismo dei bambini e dei ragazzi, così come faremo (e riprenderemo a settembre) con la Pastorale dei malati (e quindi mi riferisco ai Ministri Straordinari dell’Eucaristia; su quello ci saranno da perfezionare alcune cose)».

Anche se in quest’ultimo caso un po’ il COVID ha bloccato lo svolgimento di tale ministero…

«Poi secondo me dobbiamo potenziare molto i gruppi giovanili di Azione Cattolica, dobbiamo dare una migliore vivacità al gruppo del Rinnovamento dello Spirito. In generale bisogna che i gruppi funzionino meglio, siano più vivaci, siano più dentro la Pastorale. Un’altra cosa importante è valorizzare l’impegno dei laici. È vero che siamo ben tre sacerdoti qui ad Acate e questa è una vera grazia di Dio, però i laici non sono sostituibili. I laici sono una risorsa fondamentale della vita parrocchiale e quindi mi prefiggo sempre più di conoscere i laici, di discernere i loro carismi e su questa base di assegnare loro degli incarichi in servizi che possono svolgere. Il compito del parroco è anche questo, in fondo: conoscere, discernere e poi incaricare».

Lo dici spesso che i laici sono fondamentali per collaborare con i sacerdoti.

«Sì, non se ne potrebbe fare a meno. Per esempio, io ho riunito già abbastanza spesso il Consiglio Pastorale».

Sì, ci sono dentro, lo so.

«Ho riunito abbastanza spesso il Consiglio di Affari Economici proprio per farmi collaborare anche nella gestione amministrativa della parrocchia. Insomma, il lavoro non manca e stiamo lavorando».

Il COVID ha un pochino frenato tutto. Quello che dicevi sui giovani è molto importante; sai che a tale aspetto è molto dedito anche don Vincenzo, cercando di evangelizzare e pian piano avvicinare anche i giovani, secondo i loro tempi però.

«Difatti ho diviso un po’ i compiti con don Vincenzo ed è chiaro che, essendo lui un giovane di 33 anni, ho assegnato a lui la Pastorale Giovanile qui in parrocchia; io mi occupo degli adulti, com’è giusto che sia. Faccio una constatazione: mentre gli adulti in qualche modo manifestano già una certa vivacità, a livello giovanile, secondo me, dobbiamo crescere».

Io ti posso dire, avendola vista dall’interno, che la presenza giovanile in parrocchia è stata un po’ “a ondate”, tra alti e bassi; soprattutto in passato c’è stata una maggiore presenza dei giovani – questo sì. Cambiano forse i tempi, cambiano le situazioni familiari (per come si spinge, più o meno, alla fede), cambiano gli interessi (forse anche quello), però vedremo cosa accadrà.

«Per esempio, una cosa (forse la prima) che ho fatto dopo pochi giorni dal mio insediamento come parroco è stata quella di chiarificare la Pastorale della Carità perché c’erano in parrocchia due doppioni, infatti la Caritas parrocchiale e la San Vincenzo de’ Paoli facevano le stesse cose. Con un po’ di buona volontà ho riunito i responsabili, ho cercato di chiarire che mentre la Caritas ha un ruolo pedagogico, educativo e anche di ascolto dei bisogni delle persone, la San Vincenzo de’ Paoli ha un ruolo assistenziale. Bisogna dividere i due compiti e questa cosa sta funzionando perché ho trovato una piena disponibilità dei laici a recepire questo orientamento».

Anche in questo caso tu e don Vincenzo vi siete divisi i compiti perché ciascuno di voi si       occupa di un gruppo.

«Ho anche cercato di dare un impulso alla liturgia costituendo il gruppo liturgico – di cui tu fai parte».

C’è sempre stato il gruppo liturgico in parrocchia e ne sono stata anche responsabile.

«Diciamo che l’ho ricostituito e abbiamo cercato di fare anche durante l’anno delle belle liturgie a lode di Dio perché quando la liturgia è bella prima di tutto va a lode di Dio e poi piace anche alla gente. Una celebrazione liturgica ben fatta, anche se dovesse durare un po’ di più non stancherebbe».

Da organista e direttrice del coro, preparando appunto le liturgie dal punto di vista canoro e musicale, posso dirti che la cosa più gratificante è proprio questa: quando gli esponenti della comunità mi dicono “Che bella liturgia! È stato veramente un piacere prendervi parte, mi ha riempito lo spirito. Questo è quello che ricerco e lo vivo anche io, sentendone addosso l’emotività.

«Sì. Abbiamo vissuto delle liturgie solenni, per esempio nel Triduo Pasquale, nelle feste, cioè delle liturgie veramente solenni. Una cosa belle per me – e questa veramente mi appassiona da sempre – sono state le Adorazione Eucaristiche, che abbiamo fatto ogni giovedì sera nella Chiesa del Carmelo e che adesso in esatte stiamo riproponendo una volta al mese a Macconi».

Ci sarà da lavorare ma stiamo già vedendo i frutti, e di questo vi ringraziamo.

4.      A voler cambiare completamente argomento, diciamo che non tutti conoscono Mario Cascone sacerdote con il suo bagaglio di esperienze e ruoli, infatti è stato detto tutto nella presentazione iniziale all’intervista. Aggiungiamo che hai avuto da laico esperienza giovanile nella comunicazione in radio prima, poi da sacerdote tramite televisione locale con la rubrica di Lectio Divina Parola viva, i libri adesso e il giornale diocesano «Insieme»), per non parlare dell’essere docente e sacerdote. Che importanza ha per te la comunicazione, anche alla luce dell’esperienza in radio e TV locale? Ricordo che in radio c’era anche Salvatore Cultraro da giovane (me lo racconta spesso).

«A me ha sempre appassionato la comunicazione sociale, mi è piaciuto sempre sia scrivere (fin da quando ero ragazzo abbiamo tentato di realizzare dei giornalini in parrocchia) sia comunicare attraverso quella che fu un’esperienza – per me memorabile qui ad Acate – della radio locale, nella quale io lavorai per parecchio tempo quando già ero studente di teologia. Per esempio, ricordo che facevamo un bellissimo programma seguitissimo con Enzo Cutello, che ora è docente universitario di matematica a Catania. Era un programma spassosissimo che pretendeva di imitare Arbore e Boncompagni e che faceva registrare alto indice di gradimento. Insomma, è stata un’esperienza bella. Dal 1995 sono iscritto all’Albo dei Giornalisti, dal 1997 dirigo «Insieme», quindi l’esperienza della comunicazione sociale per me è stata sempre fondamentale perché ho scritto su diverse testate giornalistiche e riviste. Però poi la comunicazione in senso ancora più specifico l’ho sempre trovata di primaria importanza nella mia vita di sacerdote: ho dato sempre molto spazio alla predicazione della Parola di Dio. Credo di avere predicato in quasi tutte le parrocchie della Diocesi di Ragusa».

E ci sta dopo quarant’anni!

«Ho predicato anche diversi corsi di esercizi spirituali alle suore, ad altri gruppi. Ho dedicato molto spazio nella mia vita di sacerdote all’annuncio della Parola e questo per me è stato di primaria importanza perché mi appassiona anche la Lectio Divina. Come tu accennavi, nell’emittente TV, che allora si chiamava Tele Città Val d’Ippari, ho tenuto per diversi anni una rubrica sul Vangelo della Domenica, che era molto seguita. E infine credo di avere dedicato molto tempo anche all’attività di docente. Ho cominciato a insegnare teologia morale già nel 1985, significa appena quattro anni dopo l’Ordinazione, quando avevo 28 anni di età, e ho cominciato a insegnare a Catania nel 1990 – e tuttora insegno lì – quindi sono trascorsi oltre trent’anni».

Più comunicazione di quella.

«Però ho sempre cercato di mettere insieme – e questo è stato l’orientamento anche dei direttori spirituali che mi hanno guidato – l’attività di docente e quella di parroco, anche se è faticosissimo perché in genere chi svolge il servizio di docente non fa il parroco (al massimo va a dare una mano d’aiuto a un parroco). Io invece ho cercato di mettere insieme le due cose perché non mi sentirei sacerdote se non fossi in mezzo alla gente (quindi i ragazzi, i giovani, le famiglie, i malati, ecc.)».

Sacerdote si è, non si fa il sacerdote.

 

Restando sempre in ambito di scrittura, se non erro, all’indomani del tuo quarantesimo anniversario di sacerdozio è uscito il tuo nuovo libro Vizi, virtù e psicopatologia: Meglio santi o peccatori?, scritto insieme ad un’altra autrice. È fresco fresco di pubblicazione.

«Sì, questo è l’ultimo che è uscito. È un testo a cui abbiamo lavorato con questa Giusy Di Gesaro, che è una giovane consacrata appartenente alla fraternità di Nazareth di Ragusa con don Nello Dell’Agli. Lei è una psicologa».

Questo lo avevo immaginato.

«È un libro di oltre 200 pagine edito dalla Cittadella Editrice di Assisi, quindi una ottima casa editrice cattolica. Io ho curato la parte teologico-morale dei sette vizi capitali e la Giusy Di Gesaro ha curato la parte psicologica. Per esempio, se io parlo di superbia, lei parla di narcisismo (tanto per fare un esempio)».

Un parallelismo tra teologia e psicologia.

«Sì, diciamo che io ho curato gli aspetti spirituali, teologici e morali e lei ha accennato agli aspetti psicologici. Un altro esempio molto interessante: quando io ho parlato del vizio della gola (che è un vizio di cui si parla poco), la Giusy Di Gesaro ha accennato invece alle problematiche della bulimia, dell’anoressia, ecc. (che sono legate alla gola)».

Sarà sicuramente un libro da leggere e già invitiamo tutti i lettori a farlo perché è molto attuale e sarà bellissimo.

 

Allora, sempre restando in quest’ambito, adesso parlerò un po’ per poi lasciare parlare te.

 

Attendiamo la presentazione del tuo libro di poesie, rimandata a causa della pandemia, ma ho accennato sopra che hai scritto diversi libri. Due di questi sono legati al tema della sessualità e sono: ABC: Per una visione cristiana della sessualità e Sessualità, dono d’amore. Un altro di tema differente è Diakonía della vita: Manuale di bioetica, con tematica ovviamente diversa (e immagino sia utilizzato come testo per l’insegnamento) e un altro ancora (Una comunità legge il libro dell’Apocalisse).

5.      Quello che ha catturato la mia attenzione e spronato alcune riflessioni, oltre a condurmi ora alla successiva domanda, è il libro Famiglia, credi in ciò che sei!: Elementi di morale familiare, un titolo che ritorna spesso sia per indicare il tema di incontri, raduni e seminari (si è tenuto anche un cammino sinodale sulla famiglia nel 2014-2015) sia in altre pubblicazioni (mi vengono in mente gli stessi titoli di due libri scritti da San Giovanni Paolo II – il primo Famiglia, credi in ciò che sei: Segno luminoso dell’amore di Dio. Giovanni Paolo II alle famiglie italiane, il secondo Famiglia, credi in ciò che sei, che riporta in copertina i sottotitoli Benedici, o Maria, questa famiglia. Le parole del Papa alle famiglie). Esiste anche un’altra pubblicazione – mi sono documentata: Famiglia, credi in ciò che sei: Sedici ESPERTI si confrontano sul VANGELO della FAMIGLIA. Due aspetti mi hanno colpito solo osservando la copertina del libro da te scritto. In primo luogo, il punto esclamativo nel titolo, sicuramente un richiamo e un’esortazione a quella che viene definita “cellula fondamentale della società” (appellativo riportato anche nella parte I n. 16 della Carta sociale europea riveduta nel 1996). In secondo luogo, l’immagine di copertina, che ritrae in primo piano un feto e in secondo piano una coppia genitoriale. Cosa ti ha spinto a trattare un argomento così importante e soprattutto cos’hai voluto dire alle famiglie attraverso questo scritto?

 

Ora tocca a te parlare.

«Questo libro, che è stato pubblicato ormai ben diciotto anni fa, quindi è un libro di una certa età, è un libro che ho scritto sulla base di diversi corsi di teologia morale e di morale familiare che ho tenuto soprattutto a Catania. Io mi sono occupato di due ambiti della teologia morale in modo specifico: uno è la bioetica (che mi ha appassionato – e così ho scritto un manuale di bioetica, appunto Diakonía della vita. È un testo completo, adatto proprio agli studenti universitari e si compone di 400 e più pagine) e un altro versante di cui mi sono occupato è la sessualità personale e familiare. Diciamo che in questo libro Famiglia, credi in ciò che sei! ho ripreso la frase di Giovanni Paolo II col punto esclamativo perché mi sembra che la famiglia debba diventare ciò che è nella sua essenza, ma ho anche cercato di produrre alcune riflessioni su tematiche di morale familiare abbastanza importanti. Per esempio, ho parlato della problematica dei divorziati risposati, che è una tematica pastorale importante, e ho parlato della procreazione responsabile. L’immagine del feto in copertina è significativa perché l’embrione è già soggetto personale. Ho parlato della spiritualità coniugale e familiare in questo testo. Insomma, mi sono dedicato ad alcuni elementi di morale familiare – che poi è il sottotitolo del libro. Questo testo è stato molto accettato dagli studenti e dalle persone in generale».

Anche per lettura personale.

«Anche perché si tratta di un testo scritto con un linguaggio semplice e – dicono – chiaro».

Giustamente, e poi l’esortazione mi ha colpito veramente. Inoltre, questo è un tema attuale perché soprattutto in questo periodo se ne parla tanto.

«Sì, è un argomento molto attuale perché la problematica della famiglia è di fondamentale importanza. Vedi, oggi c’è una confusione e una messa in discussione su ciò che è l’istituto stesso del matrimonio. Si parla di famiglia tradizionale e di famiglie arcobaleno. Io più che di famiglia tradizionale preferisco parlare di famiglia naturale. Tradizionale è legato al tempo: la tradizione ci dice che la famiglia classica è questa – ma non si tratta della famiglia tradizionale ma della famiglia naturale. C’è qualcuno che ha fondato la natura del maschile e del femminile come esseri complementari, e questo qualcuno per me è Dio, per altri può essere non so chi ma certamente c’è un’essenza naturale, c’è qualcuno che ha stabilito che i figli si fanno con l’incontro dello spermatozoo maschile e dell’ovulo femminile e che solo le donne possono restare incinte. Non si può cambiare la natura. Io non ho mai capito alcuni ecologisti verdi che si battono giustamente per la tutela dell’ambiente naturale (e quindi l’aria, l’acqua, le piante, gli animali) e però poi in questo campo della sessualità e della procreazione non sono più verdi, non sono più ecologisti. Dov’è l’ecologia o la difesa della natura?».

6.      Da quello che stai dicendo a proposito della famiglia e di questi temi, sei abbastanza severo comunque nelle tue opinioni, nel tuo pensiero, ma è anche vero che l’argomento merita serietà. In generale, ti senti più rigido (quindi irremovibile, intransigente) o più rigoroso (dunque “razionale”, che sa orientare verso qualcosa)? Perché c’è differenza tra i due termini…

«Diciamo che io mi sento rigoroso – più che altro – anche per l’esperienza maturata in quarant’anni di sacerdozio e la conoscenza di innumerevoli situazioni, anche le più inimmaginabili. Quando studiavo da seminarista e da studente di teologia dicevo “Mah! Queste cose: chissà se capiteranno”. Capitano tutte. In effetti, mi sono capitate tutte le situazioni, anche le più incredibili. Questa esperienza mi ha fatto diventare meno rigido però credo che la migliore maniera per voler bene le persone sia quello di dire la verità. Le persone non vanno prese in giro né si tratta di fare sconti alla verità, perché soltanto la verità ci libera, come dice Gesù nel Vangelo («La verità vi farà liberi (Gv 8,32)», non “la libertà vi fa veri”). Non sono le singole scelte soggettive spontaneistiche che ci fanno veri ma è l’obbedienza alla verità che ci fa autenticamente liberi. Poi c’è chi riesce a obbedire alla verità al 100% e c’è chi riesce a farlo al 50%, al 10% ma lì siamo poi su un versante diverso, quello della responsabilità personale di ognuno».

7.      Sì, infatti, ma diciamo anche che il rigore è molto importante per il discernimento, che è fondamentale per te. Quanto pensi sia importante fare un giusto discernimento in ogni ambito per indirizzare verso giuste scelte?

«Io credo che dobbiamo distinguere sempre la difesa della verità dalla comprensione massima delle persone e della loro responsabilità. Dobbiamo sempre annunciare la verità tutta intera, senza sconti, e dobbiamo però ugualmente cercare di comprendere con misericordia le persone, anche soprattutto quelle che fanno più fatica a vivere secondo la verità».

E poi, del discernimento fai un grandissimo uso anche nel ministero sacerdotale per riconoscere le persone a cui affidare incarichi».

8.      Ultima domanda. È appena stato ordinato il vescovo, S. E. Mons. Giuseppe La Placa. Che cosa pensi e cosa immagini riguardo il suo ministero?

«Ancora conosco poco il nostro nuovo vescovo, anche se mi sono reso conto – e mi ha fatto piacere – che lui invece mi conosce parecchio perché mi ha riconosciuto subito, mi ha parlato anche delle cose che ho scritto».

Ti conosce sicuramente in virtù della teologia.

«Io chiaramente lo conosco poco perché l’ho visto alcune volte come vicario generale di Caltanissetta, essendo io stato invitato da S. E. Mons. Mario Russotto, vescovo di Caltanissetta».

Amico tuo personale quest’ultimo.

«Mio compagno di scuola. Auguro al vescovo di poter svolgere un fecondo ministero in una diocesi come la nostra che – ahimè – negli ultimi anni di fatto è stata senza guida pastorale perché le condizioni di salute del vescovo Cuttitta erano tali che, soprattutto negli ultimi mesi, siamo stati quasi come pecore senza pastore, disorientati. Abbiamo bisogno di essere guidati, di essere sollecitati ad assumerci le nostre responsabilità. Non è facile il ruolo del vescovo. Un buon vescovo, secondo me, deve prima di tutto cercare di trovare forme di collaborazione feconda con i sacerdoti perché sono loro i primi diretti collaboratori del vescovo, corresponsabili dell’azione pastorale in comunione col vescovo. Da questo punto di vista, io professo filiale rispetto e obbedienza al vescovo, come ho fatto nel giorno della mia Ordinazione nelle mani di S. E. Mons. Angelo Rizzo quando mi ordinò prete».

A questo punto posso concludere l’intervista. C’è ancora qualcosa che vuoi dire?

«La cosa che voglio dire e che ho detto nell’occasione del mio quarantesimo di sacerdozio è che sono veramente felice di essere prete. E lo dico dopo bene quarant’anni, quindi credo davvero che se rinascessi altre mille volte farei il sacerdote. Sempre questo cercherei di mettere in pratica. Il Signore mi ha chiamato, è lui che mi ha scelto e io cerco di dare il mio povero sì con tutte le limitazioni che mi ritrovo, però sono felice, sono felice di essere sacerdote».

L’hai detto, lo sappiamo e lo vediamo anche dalla tua infaticabilità.

L’intervista è stata interessante e ti ringrazio per averla concessa. Sono certa che cercherai di svolgere al meglio il tuo ministero mettendoti sempre a lavoro per cercare di organizzare bene ogni cosa che necessiti di preparazione. In questo, ove possibile in base ai “ruoli”, sarai affiancato dai laici – che per te sono importanti figure aiutanti, come dici sempre – e dagli altri sacerdoti della parrocchia. In particolare: don Girolamo Bongiorno, che si mostra sempre infaticabile; il nostro vicario parrocchiale, don Vincenzo Guastella, che si dà molto da fare. Dividendo ed equilibrando tra voi i compiti guiderete bene la nostra comunità parrocchiale, come avete già dimostrato e, allo stesso tempo, potrete vivere la vostra vita sacerdotale.

 

 

 

 

 

 

 

 

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