Gossip ovvero “farsi i fatti degli altri”. A cura della Psicologa Sabrina D’Amanti.

Sabrina D’amanti, Acate (Rg) 13 ottobre 2015.- Il termine “gossip”, utilizzato per indicare il pettegolezzo, la maldicenza, la chiacchiera sulla vita privata della gente, apre ad una argomentazione vasta al cui interno convergono aspetti antropologici, sociologici e psicologici. Si tratta di un comportamento tutt’altro che raro che, come attesta uno studio condotto dalla Social Issues Research Center, nel corso della giornata coinvolge ben il 55% delle conversazioni tra uomini e il 67% delle conversazioni tra donne. Robin Dunbar, docente di antropologia alla University of Oxford, nel suo libro “Grooming, Gossip, and the Evolution of Language”, ha raccolto i vari stadi dell’evoluzione del gossip, deducendo che qualsiasi gruppo sociale capace di parlare prima o poi intavolerà una conversazione su altri membri del gruppo, cosa che evidenzia come questo sia un comportamento antico quanto l’uomo. Da un punto di vista antropologico lo possiamo infatti ritenere l’ennesima eredità degli uomini primitivi. Per i nostri antenati esso era di aiuto alla sopravvivenza. In un mondo dominato dai pericoli, il gossip era strumento di informazione che consentiva di sapere chi possedeva le risorse e le conoscenze del “saper fare” utili a fornire protezione e a garantire cibo e sicurezza. Grazie al gossip si ottenevano informazioni di vitale importanza su chi nel gruppo era il più generoso, chi era invece da tenere alla larga e da temere e così via. Esso era uno strumento di conoscenza sugli altri membri, proveniente dall’opinione e dalle esperienze di alcuni del gruppo. Questo tipo di utilità permane ancora oggi, anche oggi infatti, in vari casi, serve ad avere notizie su persone di cui non si ha conoscenza diretta, al fine di ottenere dettagli che, senza l’aiuto di terzi, non si potrebbero avere, utili a far ponderare comportamenti e scelte ed eventualmente ad evitare situazioni spiacevoli. Da un punto di vista sociologico gli scienziati che ne studiano l’evoluzione sostengono che senza la rete tradizionale creata dal pettegolezzo, la società si sbriciolerebbe, esso sembra infatti avere un’importante funzione di coesione sociale. Sempre in ambito sociale, il gossip consente di individuare i comportamenti sociali accettati dagli altri e a conformarsi ad essi al fine di integrarsi meglio nel contesto di appartenenza. Serve quindi a definire le norme dei piccoli gruppi sociali, poiché ciò che viene criticato e di cui si sparla non è socialmente accettato, non è ritenuto normale e quindi va evitato. Il gossip aiuta a veicolare, cioè a diffondere, i sani principi e le norme sulla buona condotta; a distinguere ciò che etico da ciò che etico non è, diffondendo commenti e critiche sui comportamenti scorretti e sulle malefatte di questa o di quella persona e tutto ciò ha una valenza positiva. Ma veniamo agli aspetti meno nobili e prettamente negativi del pettegolezzo. Se gli studi a cui si è fatto riferimento fin qua riportano vari aspetti positivi del gossip, è innegabile però che ne esista una forma assai meno pregevole i cui effetti sono tutt’altro che positivi. Per comprenderne il senso, in questo caso ci viene in aiuto la psicologia. Il gossip di basso livello, quello incentrato sul piacere di raccontare fatti infamanti riguardanti gli altri, ha precise motivazioni psicologiche che tuttavia sfuggono persino a chi lo pratica, perché di origine inconscia. Chi fa gossip con assiduità usa il pettegolezzo come strategia per distrarre l’attenzione dell’interlocutore e impedirgli così di soffermarsi sulla persona che ha davanti, cioè su se stesso. Spesso il “pettegolo” e la “pettegola” percepiscono se stessi come gusci vuoti e vivono la relazione con l’altro come una minaccia; così tendono a “nutrirlo” di indiscrezioni e particolari piccanti riguardanti il mondo esterno nell’inconsapevole tentativo di allontanarlo. Chi si dedica a criticare e a sparlare gli altri teme profondamente di essere a propria volta criticato e anzi, nel proprio intimo, si critica profondamente. Puntare l’attenzione sui “difetti” o “sventure” altrui diventa quindi un modo per distrarre la pubblica opinione da quelli che crede essere le proprie imperfezioni o punti dolenti. Chi “parla alle spalle” di terzi, anche quando sembra manifestare simpatia e confidenzialità verso il proprio interlocutore, sta attuando nei confronti di chi lo ascolta un’inconscia minaccia, è come se lasciasse intendere: “Stai attento, perché potrei fare a te ciò che sto facendo alla persona di cui sto sparlando”. Mettere in cattiva luce gli altri, screditandone la credibilità, è inoltre una strategia inconsapevole attraverso la quale chi fa gossip tenta disperatamente di combattere la disistima che prova nei confronti di se stesso, è come se parlar male degli altri consentisse di migliorare la propria condizione, il pensiero sottostante è il seguente: “Parlo male di te perché non vai bene, mentre io a differenza tuo vado bene”. Da un punto di vista psicodinamico quindi la maldicenza serve a placare le ansie provenienti dalla convinzione di “Non andar bene”. Parlare dei panni sporchi altrui a questo punto ha un effetto distensivo ovvero è un modo per non pensare ai propri problemi. Inutile elencare i danni che il pettegolezzo può generare a tutti i livelli della vita sociale, dal ristretto ambito familiare al gruppo di lavoro le conseguenze in termini di disagio psicologico per chi è fatto oggetto di gossip possono essere molto pesanti. Una strategia fondamentale per proteggersi dai circoli viziosi di questo tipo di comunicazione è individuare dai primi momenti il pettegolo e imparare a evitarne la compagnia, fare in modo di non ascoltare quanto racconta, sottolineare in modo sereno e aperto che si crede ai valori della fiducia e della discrezione e mantenere nella relazioni un atteggiamento di coerenza e di riservatezza.

 

 

 

 

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