“Liberarsi dalla diffidenza per vivere meglio con se stessi e con gli altri”, della dottoressa Sabrina D’Amanti.

La diffidenza è quel sentimento, provato nei confronti di qualcuno o di qualcosa, caratterizzato da dubbio, sospetto, perplessità, che porta a non fidarsi e a stare in uno stato costante di allerta. Essa ha un valore positivo (adattivo) se si manifesta di fronte a situazioni nuove, poiché impedisce di esporsi senza conoscere, evitando di mettersi in pericolo. Diviene una condizione problematica se si presenta invece come atteggiamento costante, rendendo il soggetto sospettoso anche quando non dovrebbe esserlo. Chi vive nel sospetto è infatti in continua ricerca di prove, indizi o segni che svelino inganni o truffe, convinto di porsi in questo modo al riparo dalla sofferenza. In realtà questo stile di pensare fa immettere la persona dentro a un circolo vizioso nel quale finisce per trovare ciò che cerca. Infatti, se si va in cerca di elementi di cui non fidarsi, prima o poi qualcosa su cui essere sospettosi si trova. In realtà si realizza un processo di “profezia che si auto-avvera”, nel quale, il riscontro ottenuto non proviene da prove reali, che confermano l’inganno, ma dall’aver letto quelle prove in questa direzione. Il diffidente, per giustificare il proprio comportamento, riporta esempi di delusioni avute da amici e conoscenti, ma non tiene conto del fatto che ogni storia relazionale è diversa dalle altre e che la fiducia è il primo ingrediente affinché queste funzionino. Nella relazione di coppia, chi diffida non riesce a convincersi della buona fede del partner ed è sempre alla ricerca, passiva o attiva, di prove o indizi che possano rassicurarlo che non penderà una fregatura. Anche di fronte a una buona azione, si chiederà “chissà cosa c’è sotto”, non vedrà quindi l’aspetto affettivo e disinteressato di quel gesto e non riuscirà a goderne. Pensando in questa maniera, egli ignora il fatto che non esiste indizio che ponga al riparo da delusioni e sofferenze future semplicemente perché il futuro non lo si può conoscere in anticipo. Vivere bene una relazione, implica quindi, inevitabilmente la necessità di correre il rischio che essa comporta. In verità la diffidenza non proviene da elementi esterni che generano sospetto, ma da un meccanismo psicologico interno chiamato “proiezione” che porta il diffidente a mettere addosso ad altri pensieri propri o azioni da egli stesso compiute in passato, esattamente come nel detto: “Chi mal pensa mal fa”. Nel suo modo di pensare è inoltre condizionato da vari fattori, tra cui le informazioni (distorte) accumulate nel corso di esperienze e in particolare da quanto osservato nell’ambiente familiare di provenienza, nel quale o si tendeva a raggirare e/o a manipolare gli altri, o a esprimere continuamente dubbio sull’autenticità di ciò che gli altri fanno o dicono. Per uscire dalla diffidenza occorre quindi innanzitutto disattivare il meccanismo proiettivo, rendendosi conto del fatto che azioni e pensieri attribuiti agli altri in realtà sono i propri. Occorre migliorare il proprio esame di realtà e accorgersi di come gli indizi, a cui si è dato significato di inganno, siano stati manipolati in tal senso, ovvero connotati da un significato negativo e che, se osservati bene, significano tutt’altro. Il passo successivo sarà imparare a prendere le cose, che accadono dentro alle relazioni, con molta più “leggerezza”, cioè senza accanirsi nel cercare significati nascosti. Occorrerà quindi mettere da parte la razionalità per usarla solo se è necessario, in modo da poter permettersi di godere appieno ciò che l’altra persona dà. L’apertura al rischio sarà l’ultimo ingrediente da inserire, fondamentale in tutte le relazioni in primis in quelle sentimentali. Divenuti capaci di correre dei rischi sarà finalmente possibile godersi le relazioni umane senza vedere in esse solo minacce e difficoltà, vedendo invece il lato bello e arricchente che esse possono avere. Per realizzare il processo di cambiamento descritto potrà essere utile avviare un percorso di psicoterapia.

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