“Mobbing: quando stare con i colleghi diventa un incubo”, della psicologa Sabrina D’Amanti.

Sabrina D’Amanti, 9 maggio 2015.- Con il termine “mobbing” si intende una forma di pressione persecutoria, messa in atto negli ambienti di lavoro ai danni di uno dei membri del gruppo per emarginarlo, inducendolo a licenziarsi o ad allontanarsi. Il verbo inglese “to mobb”, da cui deriva il termine, significa “assalire, aggredire, affollarsi attorno a qualcuno”, è questo infatti ciò che accade nel mobbing. La vittima viene “aggredita”, da una o più persone, attraverso comportamenti umilianti, denigratori, offensivi, per lo più subdoli, poco palesi, poco evidenti, ma ripetuti con costanza nel tempo. Fanno parte delle condotte da mobbing: il coalizzarsi alle spalle della vittima; il parlar male di lei mentre è assente; il tenerla all’oscuro di eventuali decisioni o iniziative prese dal gruppo; usare ammiccamenti in sua presenza che lasciano intendere che è esclusa da discorsi che invece il resto del gruppo conosce; squalificare ciò che dice o fa mostrando derisione; usare battute di scherno a suo danno facendole passare per scherzi innocui e rispetto alle quali tutti quanti ridono. Come si vede si tratta di condotte non sempre facili da smascherare, che mirano a isolare la vittima, facendola risultare inadeguata e il cui intento sotterraneo è la distruzione psicologica, sociale e professionale di quella persona. Come è facile immaginare, recarsi presso il lungo di lavorare in queste condizioni diventa davvero insostenibile. Le ragioni psicologiche sottostanti alle azioni di mobbing sono: sentimenti patologici di invidia; convinzione di “non andar bene”; convinzione di inferiorità e di inadeguatezza; bassa autostima; a questi elementi spesso si aggiungono: scarse capacità; poca competenza professionale; basso livello professionale; basso livello di istruzione (questo fattore non sempre è presente). Il mobber mette in atto dinamiche miranti a ridurre il valore della vittima per sedare i propri sentimenti di invidia e di inferiorità che sperimentata nel confronto con essa. È come se, all’interno di un processo illusorio, egli pensasse che, riducendo agli occhi del mondo il valore di chi reputa essere più capace e meritevole di se stesso, facendolo apparire “stupido”, “ridicolo”, “inadeguato”, “non apprezzabile”, egli potrà risultare “vincente” e quindi migliore. Il bisogno psicologico è “essere apprezzato” e, poiché il mobber teme di non poterlo essere a causa delle inadeguatezze che da solo (ma inconsciamente) si attribuisce, entra in un processo competitivo nel quale l’obiettivo che mira a perseguire è “eliminare” l’altro (percepito come rivale), per poter risultare il migliore. La violenza subita attraverso il mobbing ha effetti devastanti, logora sul piano psicologico e può causare gravi disagi tra cui stati d’ansia, depressione, disturbi psicosomatici e persino idee suicidali. Uscire da condizioni del genere tuttavia non è impossibile. Uno degli interventi utili può essere quello di denunciare questi fatti percorrendo le vie legali; un’altra utile soluzione può essere rivolgersi ad uno psicoterapeuta allo scopo di far chiarezza rispetto a ciò che accade nel proprio luogo di lavoro e di individuare le modalità appropriate con cui reagire rispetto a queste situazioni vessatorie, fronteggiandole, arginandole e infine pretendendo e ottenendo il rispetto per la propria persona. Le dinamiche di mobbing riportate fin qui riguardano principalmente situazioni di relazione fra colleghi pari livello (mobbing orizzontale). Il mobbing può però verificarsi anche tra superiore e dipendente (mobbing verticale discendente) e tra dipendenti e superiore (mobbing verticale ascendente). Nel caso di mobbing verticale discendente, oltre alle condotte riportate, vi sono quelle derivate dall’abuso di potere da parte del mobber, per esempio il trasferimento della vittima in sedi periferiche e scomode; l’assegnazione, a questa, di compiti al di sotto delle sue competenze e quindi squalificanti, o al di sopra delle sue capacità, con l’intento di vederla sbagliare; il rifiuto ad assecondare sue richieste del tutto lecite tra cui l’assegnazione di permessi o ferie, o ancora l’assegnazione di nuovi incarichi per i quali la vittima sarebbe abilitata o di promozioni meritate. Infine se il mobbing viene agito dai dipendenti verso il superiore, tra le dinamiche messe in atto, ci saranno: il rifiuto ad attenersi alle richieste; l’esecuzione mal fatta e fuori tempo delle consegne e simili.

 

 

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