Oltre la disabilità!

Salvatore Stornello – Acate (Rg), 13 maggio 2015 –  Che cosa è l’handicap?  Come Affermano Berger e Luckmann (1966, 1969), la disabilità non è altro che frutto di una costruzione sociale; si potrebbe affermare che tutti gli individui abbiano un handicap. Ognuno di  noi, infatti, potrebbe riscontrare difficoltà e limiti in qualcosa di oggettivo o soggettivo,  che non deveno essere legate forzatamente alla propria salute fisica, anche se, purtroppo,  a causa del contesto culturale di appartenenza,   soltanto alcune categorie di persone vengono classificate disabili.

Tale termine è mutato nel tempo,  e quello che a noi oggi appare come disabilità grave,  nel passato poteva addirittura assumere connotati positivi (Perrotta,  2009). Per esempio,  nell’antica Grecia,  una persona con crisi epilettiche era considerata in comunicazione con gli dei; nell’Ottocento e nei primi anni del novecento,  chi era affetto da tubercolosi,  oltre alla malattia fisica,  era considerato un individuo dalla sensibilità e dai sentimenti elevati.

Nella società odierna,  invece,  le persone che non rappresentano gli standard di accettabilita’ condivisi dalla cultura di riferimento,  a causa del proprio handicap, dovuto probabilmente ad un difetto fisico o psichico,  vengono etichette come diverse (Goffman,  1963).

Come afferma Perrotta (2009), lo stigma  che colpisce chi abbia un handicap potrebbe provocare in lui più sofferenza della disabilità stessa.

Il soggetto disabile acquisisce la prima idea di sé  nel contesto familiare,  i genitori,  come affermano Schneider e Conrad (1980, p.36-36), agiscono come coach, sono delle guide: si fanno un’idea del figlio,  e per educarlo lo inducono più o meno consapevolmente ad adeguarsi ad essa. I genitori dal canto loro,  incontrano nel loro tragitto educativo pregiudizi da parte degli altri.

Molte volte, a causa del proprio handicap gli individui acquisiscono sensibilità maggiore nell’osservare le varie sfaccettature della vita,  riescono con un processo graduale di accettazione della propria condizione,  a trarre dono della propria sofferenza.  Per esempio: iscriversi all’università può dare al soggetto l’occasione di una rivincita, attraverso il raggiungimento della laurea.

Anche l’utilizzo di internet può aiutare l’individuo ad allargare il proprio raggio di relazioni, attraverso la conoscenza di altre persone,  magari nell’altro capo del mondo.  Vi è la possibilità di comunicare con amici conosciuti in rete, con interlocutori fisicamente lontani ma vicini per condivisione di interessi e stilo di vita, e per il fatto di avere il medesimo stigma (Weinberg,  Williams e Laurent,  (1999, p.440).

Bibliografia

Berger P. L., Luckmann T. (1966), La realtà come costruzione sociale,  tr. It. Il Mulino, Bologna,  1969.

Goffman E . (1963), Stigma. L’identità negata,  tr.  It. Giuffrè,  Milano, 1983.

Perrotta R. (2009), Un cuore di farfalla,  Franco Angeli,  Milano.

Schneider J. W, Conrad P. (1980), In the Closed whith Illness.  Stigma Potential and Information Control,  in Social Problems,  28, 1, p.  32 – 44.

Weinberg M, Williams C. J, Laurent B (1995), Medicalizing and Demedicalizing Hermaphroditism, in Rubington E e Weinberg M. S. (eds) (1999), Deviance The Interactionist Perspective, Allyn and Bacon,  Boston, p 433- 448.

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